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Carissime sorelle, vi scrivo…Lettera alla donna del cardinale Carlo Caffarra

WOMAN IN A DESERT
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Gustiamoci a fondo questa esortazione così ricca, scritta per noi donne in occasione del Giubileo del 2000 dall’allora Arcivescovo di Ferrara, il compianto Carlo Caffarra. Per comprendere e promuovere davvero la donna e i tempi difficili e fecondi che stiamo attraversando, occorre che torniamo alla sua origine, attraversiamo la sua degradazione causata dal peccato e giungiamo alla sua, alla nostra piena trasfigurazione in Cristo, per mezzo di Maria.

La verità realizzata della donna: vergine, sposa, madre

“questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef. 5,32)

15. La verità originaria della donna appare al principio della creazione pienamente realizzata nel matrimonio e nella maternità che normalmente ne consegue (cfr. Gen 2,24). L’unica interpretazione sensata del fatto che la persona umana sia uomo e donna è il matrimonio e la famiglia.

Ma il Verbo incarnato ha mostrato che la verità originaria della donna poteva avere un’altra realizzazione perfetta: la verginità per il Regno. Anzi, da un certo punto di vista, questa è obiettivamente una realizzazione più perfetta.

Non solo, ma la trasfigurazione che Cristo opera della verità della donna, pervade anche l’intima essenza del matrimonio, elevandolo alla dignità di sacramento della nuova ed eterna Alleanza. Verginità consacrata e matrimonio sono dunque le due vie possibili per ogni donna. Ciascuna di esse, presa in sé, esprime, come vedremo, in modo parziale la (verità della) femminilità, e solo dalla loro reciproca connessione traspare l’intero.

Anche da questo punto di vista vediamo che in Maria la bellezza della forma femminile si realizza nella sua misura intera. Ella è vergine, sposa e madre: come la Chiesa. E per contrario, la donna nega se stessa quando non vuol essere né vergine, né sposa, né madre.

E’ dunque opportuno che dedichiamo alcune brevi riflessioni su queste due modalità in cui si realizza la vocazione della donna, iniziando dalla dimensione che in un certo senso è presupposta dall’una e dall’altra: la verginità.

16. So che ora faccio una riflessione molto controcorrente. Ma non mi importa più di tanto, perché sono troppo convinto che solo una cultura (si fa per dire) superficiale e disumana come è quella in cui viviamo, può disconoscere la verità e la bellezza di ciò che sto dicendo.

La verginità della donna, di cui sto parlando ora, è la condizione fisica in cui ella si trova quando non si è data sessualmente a nessuno. Ovviamente presuppongo nel discorso che sto facendo due evidenzeLa prima: poiché dimensione essenziale della persona è la libertà, la definizione sopra data di verginità va intesa nel senso della donna che ha liberamente deciso di non donarsi sessualmente a nessuno. La seconda: sempre per la stessa ragione, la tragedia di aver subito una violenza sessuale non toglie una donna dalla condizione di verginità così come sopra è stata intesa.

Dobbiamo dunque farci la domanda: la verginità, così intesa, è un bene nel senso morale del termine? oppure essa in sé e per sé è un fatto privo di valore morale? Carissime sorelle, non solo alla luce della Rivelazione ma anche alla luce della retta ragione, la verginità è un vero e proprio bene morale.

La persona umana non ha semplicemente un corpo: essa è il suo corpo. Il corpo è la stessa persona nella sua concreta visibilità: il corpo è il linguaggio della persona. Ora, che cosa dice il corpo vergine di una donna? come manifesta la persona della donna un corpo vergine? Dice la volontà della donna di appartenere, nell’amore, a nessun altro se non a quell’unico con cui diventerà per sempre una sola carne; se non a quell’Unico col Quale stringerà un rapporto di amore dal cuore indiviso. Il corpo vergine rende visibile una persona-donna che vuole realizzare la sua verità, la sua bellezza originaria: “due [non tre, non quattro…] in una carne sola” o nella forma della coniugalità o nella forma della consacrazione a Cristo.

E’ questa una delle ragioni per cui i rapporti prematrimoniali sono la distruzione pura e semplice dell’amore: la tomba dell’amore.

Ho detto sopra che parlando della verginità, sto parlando del “presupposto” sia della coniugalità sia della consacrazione. Nel senso che la verginità di cui sto parlando, è – e deve essere – vista in prospettiva: è posta sempre in relazione all’ingresso nello stato definitivo di vita, o il matrimonio o la consacrazione per il Regno dei cieli.

Se a prima vista, la verginità così intesa connota una negazione, vista più in profondità essa è altamente positiva: è l’integra custodia che la donna fa della sua verità.

17. La forma femminile dell’umanità può realizzarsi nel matrimonio. Nell’ordine della conoscenza, il matrimonio cristiano è la via per giungere al Mistero, cioè all’unità dei due, Cristo e la Chiesa. Ma la priorità metodologica non coincide colla priorità ontologica: la persona di mia madre non è la “ri-produzione” della foto che tengo sulla mia scrivania. E’ esattamente il contrario. Non è l’unità di Cristo colla Chiesa che “assomiglia” all’unità degli sposi. E’ esattamente il contrario: è l’unità degli sposi che “riproduce” in forma limitata ed imperfetta l’unità di Cristo colla Chiesa.

Questa inserzione del matrimonio nel Mistero, dal punto di vista che qui ci interessa, deve richiamare alla nostra mente due verità fondamentali.

La prima: dentro al vivere coniugale dei due battezzati è presente la vita stessa di Cristo unito alla Chiesa. Gli atti che fanno dei due una sola carne sono segni efficaci di questa vita: causativi della stessa, della vita di grazia.

La seconda: nel matrimonio-sacramento la verità trasfigurata della donna trova veramente una realizzazione perfetta. L’autore della lettera agli Efesini pone la donna-sposa in un rapporto singolare colla Chiesa-sposa di Cristo (cfr. Ef. 5,29). Nella sponsalità femminile si rende visibile la forma ecclesiale in cui ognuno di noi, uomo o donna, è chiamato a realizzarsi.

Questa riflessione ci ha già di fatto introdotto nell’altra forma in cui la donna può realizzare se stessa: la verginità consacrata.

18. Prima però di presentarvi alcune riflessioni al riguardo, vorrei fermarmi un poco a riflettere ancora sulla maternità. So bene che nel cuore della donna che si sposa non può non esserci il desiderio di donare la vita. Il rifiuto irragionevole di donare la vita ed il ricorso a metodi contraccettivi riduce il matrimonio ad un egoismo a due.

Ma mi rendo anche perfettamente conto delle difficoltà che oggi una donna incontra quando decidesse di donare generosamente la vita. E’ necessario che i responsabili della società civile, a tutti i livelli, da quello statale a quello municipale, prendano coscienza che esistono dei diritti naturali della maternità, e che questi diritti devono essere difesi e resi effettivi. Quali sono? Accenno solo a due, che mi sembrano particolarmente importanti.

Il primo è il diritto ad un reddito familiare. Cioè: dovrebbe essere garantito un reddito in grado di mantenere la famiglia, da assegnare al coniuge che percepisce lo stipendio.

Nella maggior parte degli Stati europei è più conveniente avere due redditi che aumentare della stessa somma un solo reddito [devo quest’osservazione a J.H. Matlàry, op. cit. pag. 84, nota 7], con conseguenze spesso negative sulla maternità.

Il secondo è il diritto di educare i propri figli, guidandoli nella scelta della scuola. La responsabilità della scelta educativa compete ai genitori, non allo Stato. La questione della parità effettiva scolastica è centrale, e chiedo a tutti di farla diventare il criterio fondamentale di giudizio ad ogni elezione politica e amministrativa.

19. Come ho già accennato nel capitolo precedente, la donna significa la verità ultima di tutta l’umanità, uomini e donne: ciascun uomo e ciascuna donna è destinato dalla grazia del Padre all’unione sponsale con il Signore “sposo”. Ciascuno di noi, uomo o donna che sia, si realizza pienamente nella Chiesa-sposa dell’Agnello.

Questa destinazione finale è espressa nella verginità consacrata. Essa alla fine svela in tutto il suo splendore la verità intera della donna: la ragione per cui il Creatore l’ha pensata e voluta. “Farò un aiuto simile a lui – i due saranno uno in una carne sola”: mentre diceva quelle parole, creava Adamo-Eva ma pensava a Cristo-Chiesa [Maria]. La vergine consacrata ci dice ogni giorno che questo è il grande Mistero, la vera ragione di tutto: ricapitolare tutto in Cristo (cfr. Ef 1,10b) perché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1Cor 15,28). Un testo mirabile di S. Girolamo lo esprime: “Quelle che sono le figlie del Re e si preparano all’amplesso dello sposo … dilettano quel Re il cui trono è eterno. Colei, però, che già è stata fondata e radicata in modo stabile sulla pietra che è Cristo (la Chiesa cattolica, cioè la colomba unica, perfetta e amatissima), sta alla destra … E’ una regina, infatti, e regna assieme al Re; le sue figlie, poi, possiamo pensare che siano in senso lato le anime dei credenti e in senso stretto i cori delle vergini” [Ep. LXV, 13; CSEL 54,637].

Ecco perché il carisma della verginità consacrata è di una necessità imprescindibile per la Chiesa intera ed in particolare per gli sposi: essa riorienta continuamente la persona umana uomo-donna verso il suo fine ultimo.

Data questa condizione, la vergine consacrata diviene feconda della fecondità stessa di Cristo: feconda della vita nuova nella generazione dello Spirito. Essa diviene madre in un senso più vero che la donna sposata: “tu” scrive ancora Girolamo ed una vergine consacrata “ogni giorno ne concepisci uno solo, lo partorisci, lo dai alla luce, ma la sua unicità è feconda, è infinito per maestà, uno della Trinità” [Ep. LXV, 1; CSEL 54,617].

Non posso non pensare alla testimonianza di amore materno di tante nostre religiose: nell’impegno educativo coi nostri bambini; nell’assistenza alle persone anziane; nella vicinanza a famiglie dissestate. Non posso non pensare alla pura oblazione delle nostre claustrali: esse sono il profumo di Cristo che sale al Padre dalla nostra Chiesa.

20. Forse qualcuna di voi potrebbe avere l’impressione di non essere guardata dallo sguardo del Signore, non essendo né sposata né consacrata.

La compresenza dei due carismi, matrimonio e verginità, ha relativizzato ciascuno dei due. Non è vero dire: solo il matrimonio realizza la donna. Esiste infatti la verginità consacrata. Non è vero dire: solo la verginità consacrata realizza la donna. Esiste infatti il matrimonio. Dunque: né il matrimonio né la verginità consacrata sono necessari. Una sola cosa è necessaria. Non a caso essa è stata ancora una volta espressa da una donna, Maria in casa di Lazzaro (cfr. Lc 10.38-42): questo modo di essere è proprio di ogni donna, sposata, o vergine consacrata, o né l’una né l’altra.

Ma nella Chiesa sono sempre state particolarmente venerate le vedove. Esse esprimono una dimensione essenziale della Chiesa nel tempo presente: l’esperienza di un’assenza dello Sposo che la fa soffrire. Siano esse benedette! E riempiano il loro tempo di preghiera e di carità operosa.

Conclusione

Carissime sorelle, ho terminato questa lettera. Vi chiedo scusa se essa non è sempre chiara. La profondità del mistero della vostra persona e gli impegni pastorali molto pressanti non mi hanno consentito di scriverla come avrei voluto, dedicandovi più tempo. Voi capirete.

Affido ciascuna di voi a Colei che è “benedetta fra tutte le donne” e nella cui luce vi vedo sempre. E vi benedico nel nome del Padre, che ha deciso che il suo Unigenito fosse fatto da una di voi; del Figlio, che ha voluto essere concepito da una di voi; dello Spirito Santo, che ha scelto una di voi come sua dimora privilegiata.

Ferrara, dal Palazzo Arcivescovile
25 marzo 2000 – Solennità dell’Annunciazione del Signore

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE

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