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Una mamma di 5 figli in Vaticano. Anche nella sterilità si è fecondi e la donna è sempre madre

GABRIELLA GAMBINO
Photo Courtesy of Gabriella Gambino | © Santiago Perez de Camino
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E’ una delle due donne nominate il 7 novembre 2017 da Papa Francesco, insieme con Linda Ghisoni, al nuovo Dicastero per i Laici, la Famiglia, la Vita

Già professore aggregato di Bioetica della facoltà di Filosofia, ricercatrice e professore associato in Filosofia del Diritto della facoltà di Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e professore incaricato presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia,  incaricata per la sezione Vita. 

Gabriella Gambino ha accettato gentilmente di essere intervistata da Aleteia sui temi centrali della femminilità, della maternità, della vita. Le abbiamo rivolto alcune domande perché ci aiutasse a comprendere più in profondità la vocazione della donna. Le sue risposte sono state per noi una grande ricchezza e fonte di potente ispirazione e conforto.

Il carico delle grandi responsabilità che ha sulle sue spalle immagino si faccia sentire: famiglia, so che è moglie e mamma di 5 figli – e incarichi per la Chiesa, in questo nuovo Dicastero per il quale ha ricevuto la nomina a Sottosegretario per la sezione Vita. Come mantiene un equilibrio, per quanto dinamico? Cosa le permette di non soccombere?

Quando mi è stato proposto questo incarico, ho dovuto fare un profondo discernimento. Non solo perché è stata una chiamata inaspettata, che penso coglierebbe di sorpresa qualunque fedele laico nel mondo, ma perché guardando a come è stata la Chiesa finora, non avrei mai pensato potesse capitare ad una donna sposata, madre, impegnata da oltre vent’anni nel cercare di mantenere equilibri delicati, da un lato per seguire e organizzare la normale vita quotidiana di una famiglia numerosa; dall’altro, per lavorare nella didattica e nella ricerca in un ambito, come quello della bioetica, che oggi costituisce una vera e propria sfida antropologica. Per questo, quando mi sono resa conto che la realtà stava per farsi ancora più complessa, ho compreso che dovevo lasciarmi condurre e, come già in altri momenti di svolta della vita, fidarmi di Dio. E’ così che sono riuscita a imprimere nel mio cuore quel pensiero di Sant’Agostino, che ci ricorda che quando Dio sembra chiederci di più, non chiede mai l’impossibile, ma “ti esorta a fare tutto ciò che puoi, a chiedere ciò che non puoi e ti aiuta perché tu possa”. Un giorno alla volta, senza voler prevedere tutto e con pazienza verso noi stessi. In fondo, la fede che ci chiede il Signore è la stessa che ha permesso a Maria di non soccombere nel pronunciare il suo fiat: una fede concreta, che sa di doversi appoggiare su Dio, perché da soli possiamo ben poco.

Senza retorica: qual è il dono che, nei vari contesti compreso quello ecclesiale, possiamo offrire con il nostro specifico genio femminile? Pensando alla sua vita e alla sua esperienza: cosa dell’essere moglie e madre incide di più nel suo lavoro?

Anzitutto la consapevolezza che le persone che mi stanno accanto mi vengono in qualche modo affidate, come accade con i figli. Questa consapevolezza per me è motivo di grande forza interiore. In tal senso, penso che la virtù della fortezza sia quella sulla quale noi donne siamo chiamate a lavorare di più e che maggiormente dovremmo cercare di trasmettere, soprattutto ai nostri figli, per permettere loro di costruirsi una vita piena di senso e di speranza. La fortezza, infatti, ti mantiene solida nelle relazioni, ti rende affidabile per gli altri quando contano su di te, come in famiglia. Ti dona resilienza e fiducia. E ciò vale anche nell’ambiente di lavoro. La gestione di una famiglia numerosa mi ha anche insegnato a pianificare e organizzare, non tanto per prevedere tutto – cosa di fatto impossibile – quanto piuttosto per cercare di creare un ambiente sereno, animato da uno spirito di fiducia reciproca, di stima e di crescita. E’ molto importante saper dare un giusto peso alle cose, saper distinguere tra cose urgenti e cose importanti per cercare di dare priorità ai bisogni delle persone, avere fiducia nelle possibilità di ciascuno di cambiare e di migliorare. La maternità dona la consapevolezza che la nostra vita è un susseguirsi di fasi e che in ogni fase avvengono cambiamenti importanti e riflessioni di senso che possono rendere feconde situazioni apparentemente molto difficili.

Il Santo Padre intende dare maggiore cittadinanza al contributo femminile nella Chiesa. Anche se certamente Essa fin dal suo sorgere ha liberato la donna. Di sicuro non è di una lotta di classe tra maschi e femmine che il Pontefice parla, bensì di un cammino che prosegue nella maggiore espressione della nostra preziosa diversità e identica dignità.

“L’utopia del neutro rimuove ad un tempo sia la dignità umana della costituzione sessualmente differente, sia la qualità personale della trasmissione generativa della vita”, disse proprio nel suo intervento rivolto ai rappresentanti della Pontificia Accademia per la Vita. E invitava ad una nuova, decisiva alleanza uomo-donna. Cosa chiedono ora i tempi alla donna? Ma più che i tempi, cosa ci chiedono la Chiesa e il Signore?

Sappiamo che la rivoluzione pastorale che il Santo Padre sta avviando come processo prende le mosse anche dalla presenza necessaria, viva e partecipata dei fedeli laici, e in particolare delle donne, all’interno della Chiesa.  Sul proprium delle donne che ci viene chiesto di portare nella Chiesa e nella società si è sempre detto molto: sicuramente la nostra capacità di comunione, di vicinanza all’essere umano, di ascolto, ma più di ogni altra cosa, penso al tema della maternità. Perché la donna è madre, ma mi pare che di questo aspetto si parli poco, forse per il timore di rendere vane le conquiste dell’emancipazione femminile. Lo stesso Papa Francesco, in occasione della recente festa della traslazione dell’icona della Salus populi Romani, ci ha ricordato ancora una volta che la maternità va posta al centro della Chiesa, perché è il cuore del messaggio evangelico. La maternità come capacità di portare amore e protezione nei confronti della fragilità umana, come misericordia (trovo significativo che nella lingua ebraica lo stesso termine – rahamin – indichi la misericordia e il grembo materno), come accoglienza e, soprattutto, come capacità generativa morale e spirituale.

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