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I figli sono anime da spalancare, non barattoli da riempire

CHILD, JAR, FIREFLIES
Suzanne Tucker | Shutterstock
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Sempre più spesso si atrofizza il cuore grande che i nostri figli hanno ricevuto da Dio pensando che per diventare maturi debbano essere riempiti di opinioni.

Di Rachele Sagramoso
Dopo una settimana di comprensibile ansia, la Figlia G risulta patentata. Orbene, la prima che ne approfitterà sarà sicuramente la Nobis che desidera essere portata al McDonald’s (hai capito la furba?): ovviamente – come da protocollo – la prossima ansia sarà data dall’esame di maturità. Una delle domande di questi giorni, quindi, è la seguente: chi si può dire effettivamente “maturo”? La Figlia G sta iniziando a saggiare i limiti di questa definizione guardandosi intorno e approfittando del fatto di essere, fondamentalmente, un’osservatrice cauta della realtà.
Possiede qualche amica e diverse conoscenze che attuano comportamenti che ella osserva, deduce, ‘annusa’ e verso i quali si fa un’idea, verso i quali esprime un giudizio. Come poi sempre accade, sceglie – consapevolmente o meno – di utilizzare medesimi schemi comportamentali ed elimina quelli che non le si confanno. Di una cosa lei è certa, l’esame di maturità non misura la maturità: purtroppo non serve molto a riconoscere quelle caratteristiche che fanno delle persone degli adulti in grado di assumersi responsabilità pari alla patente e al diritto di voto. La Figlia G è in quella fase, credo, nella quale comprende che il voto scolastico giudica solo una mera capacità mnemonica, ma trova talvolta sconveniente che lo studente compia ragionamenti personali, tragga conclusioni spontanee, abbia opinioni soggettive. Purtroppo lei non ha conosciuto docenti – ce n’è sempre meno – che stimolano lo studente al ragionamento, docenti, quindi, che educhino. No, soprattutto negli ultimi anni, il docente riempie. E quando va bene riempie di nozioni (a scuola per lo più si va per imparare materie), quando va meno bene riempie di opinioni (personali). E quando questo accade, lo studente si trova impacciato: non è un caso che entrambi i miei figli più grandi si siano trovati a non poter controbattere ai docenti che portavano non solo nozioni, ma anche opinioni.
Lillo fu estratto, in terza media, per parlare con dei delegati del Ministero che sondano le opinioni dei ragazzi che terminano la scuola: alcuni parlarono per qualche minuto esprimendo giudizi sull’azienda-scuola (oramai le scuole sono aziende che possiedono utenti ai quali poi si chiede un’opinione di gradimento) e lamentando pochi minuti per l’intervallo, Lillo dialogò per un bel po’ denunciando insegnanti politicizzati (i delegati dissero che è un problema lamentato da diversi ragazzi). Sì perché l’insegnante e spesso il genitore (il catechista, il capo scout), pensano che i bambini e i ragazzi siano barattoli vuoti da riempire, non futuri adulti ai quali dare strumenti per farsi opinioni personali. Un esempio: con la faccenda dell’uguaglianza di genere (una delle ultime cretinate sul mercato), branchi di mamme (meno di papà) riempie la testa di figli facendo credere loro che giochi, abiti e pettinature debbano superare gli “stereotipi di genere” (non hanno mai letto gli studi sulle differenze sessuali tra maschi e femmine): allora ecco che ci sono piccole Maria costrette a dire di essere felici con torte a tema “Gormiti” perché mamma così insegna (non educa, si badi bene) che non ci sono stereotipi maschili e femminili (le torte con Belle e la Bestia sono il prototipo dello stereotipo, a loro parere).

Oppure ecco piccoli Giuseppe con capelli lunghi e mollettine nei capelli perché mamma è felice d’insegnare (non educare) che le mollette non sono solo da femmine, ma anche da maschi. Le povere genitrici, infatti, ignorando concetti come quello di “archetipo” e “ontologico”, magari stimolate da vignette su Facebook che – di solito verso il Natale – denunciano come nei negozi ci siano reparti da maschi e da femmine, e cercano d’inculcare nei loro bambini ciò che a loro sta a cuore: la loro ideologia, ciò che realizza loro. Basterebbe osservare i bambini che giocano spontaneamente, per capire che ci sono effettivamente giochi da maschi e da femmine (come abbigliamenti e personaggi), e poi ci sono giochi che i maschi usano in un certo modo e le femmine usano in un altro, e molto dipende dall’età. Quello che capita, cioè, è che i figli diventino il mezzo tramite il quale il genitore più forte impone le proprie convinzioni e non siano considerate delle persone che possiedono un cuore grande che hanno ricevuto da Dio (la Natura per chi ha l’orticaria quando sente parlare di religione) e che debbono poter tendere, desiderare, maturare grazie a strumenti fornitigli. Pare infatti che il ruolo dell’adulto sia quello di riempire un barattolo vuoto, come in un moderno concetto della tabula rasa.

Opzione istruttiva che anche molti insegnanti possiedono e che, talvolta, rende le cose complicate per l’allievo/lo studente. Non è un caso, infatti che la scuola moderna possieda insegnanti che sfruttano molto le ore che i ragazzi passano a scuola per trasmettere messaggi che loro trovano importanti, ma che spesso non riguardano la loro materia, ma le proprie convinzioni politiche o ideologiche. Ed è qui che la Figlia G ha notato quanto, con tutta questa fretta di riempire di opinioni, genitori e insegnanti non contribuiscono a far maturare le soggettive personalità, non stimolano discussioni nelle quali i ragazzi ricevono idee, letture, punti di vista, ma – sostanzialmente – tarpano loro le ali, farcendo loro la testa di (parolaccia con la “m”, dice lei) e non favorendo per nulla la maturità personale.

Lannina ha invece scoperto un cartone animato molto bello, Coco, che la commuove tantissimo: è la storia di un ragazzino a cui piace la musica, verso la quale – per la cattiveria di un musicista del passato – la famiglia ha maturato, nelle generazioni, un’avversità.

COCO
© 2017 Disney-Pixar.

Costui, Miguel, passa nel regno dei morti e scopre che il suo povero trisavolo, causa – non volendo – di tutta l’acredine verso la musica, sta per essere dimenticato definitivamente: sì perché se i tuoi parenti in vita ti ricordano, continui a vivere nel regno dei morti, se ti dimenticano scompari definitivamente. Il che, se vogliamo, non è del tutto errato: personalmente ho trasmesso una cultura dei morti, ai miei figli, tanto che ci sono nonni che sono venuti a mancare quando io ero piccola o non ero neppure nata, ma che i miei figli sanno riconoscere anche in foto. La zia Lina e lo zio Lamberto, fratelli della Nonna Eda, mamma della Nonna Marisa (la Nobis), oppure i fratelli del nonno Piero, i genitori della nonna Emma: tutte persone che mi porto dentro e che fanno della mia vita, della mia storia, delle radici che mi danno appartenenza, e così pure ai miei figli. Cosa diversissima per ciò che attiene la famiglia del Mari, per la quale, una volta morto, non ci sei più. Per me è angosciante sapere che della mia giovane suocera, esistono poche foto esposte e trovo tristissimo che nessuno racconti mai di lei ai nipoti.

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