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Volere bene ai figli è anche esigere che si rifacciano il letto e svuotino la lavastoviglie

MAKING BED
Dmytro Zinkevych|Shutterstock
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Volere bene o meglio volere il bene di qualcuno significa educarlo per renderlo migliore e preparato a quello che lo attenderà, gioie e pericoli: è un atto di amore che un genitore non può delegare e che passa anche dal letto da rifare.

di Rachele Sagramoso

La proverbiale cattiveria della sottoscritta è stata evidenziata moltissime volte da tutti i figli.
Chi prima chi dopo ha affermato, tra le lacrime o le risate, che la mamma è cattiva. Talvolta tiranna. Spesso banalmente perfida come Crudelia de Mon o la matrigna di Cenerentola, glaciale come Crimilde o assetata della sofferenza – dei poveri figli – come Ursula. Non so quale figlio/figlia mi urlò che sono la peggiore madre del mondo. Capita – rispondo in questi casi – e mi limito a un armistizio fatto da crêpes e nutella, il che non guasta.

Ricordo un colloquio generale a scuola, quando Lannina era in seconda, (enorme complesso di scuola elementare con moltissime sezioni) dove, per la prima o forse massimo la seconda volta, notai che i miei figli hanno ragione quando mi descrivono come infinitamente peggiore di Bellatrix Lastrange. Mi trovavo lì in fila per il colloquio con le insegnanti tentando di mimetizzarmi tra i disegni dei ragazzini nel corridoio – la proverbiale voglia di socializzare della sottoscritta è famosa – quando una delle altre mamme pone un’importante questione didattica. Con la riottosità di un Rottweiler dal veterinario, allungo le orecchie sperando che nessuno mi chieda opinioni. La questione è la cattiveria quasi diabolica della maestra di Religione, colpevole di non mandare in bagno i bambini, negare loro un sorso d’acqua, sgridare se parlano tra loro e, udite udite, non ricordarsi i loro nomi. Il primo step è il personale senso di colpa: mi dico che sono una pessima madre se mia figlia non si confida di tali agghiaccianti ritorsioni, con colei che l’ha generata e allattata per anni.

Mi immagino già accompagnare la figlia dallo psichiatra, se non spiegare agli assistenti sociali che no, io della verga che la maestra in discussione usa sui poveri e inermi scolari, non so nulla. Mentre le madri accumulano quelli che sono delitti contro l’umanità e atroci torture, io scuoto la testa: inutile negare il fatto che personalmente sono all’oscuro di tutto questo. Mi viene chiesto, da infinitamente più brave e competenti genitrici, il mio parere. Stringendo i pugni nel cappotto e sentendo il rivolo di sudore dietro il collo, sorrido a denti stretti e biascico un flebile insieme di suoni sconclusionati. Nostro Signore, probabilmente richiamato dall’agghiacciante rumore delle mie unghie sul proverbiale specchio, mi fa chiamare per il mio colloquio con le maestre. Quando esco, la questione non è ancora chiarita. Saluto rapidamente le mamme ancora prese dalla discussione e, adducendo motivi di famiglia/indisposizione, esco di scena.
Giunta a casa mi faccio forza e chiedo a Lannina un parere sul grado di perfidia dell’insegnante di Religione. Le chiedo se devo preoccuparmi. Lannina, chiaramente traumatizzata dalla nostra, sta mangiando le Gocciole e guardando i cartoni coi fratelli e, a vederla, non mi pare proprio in balia di isterismi. «Allora – la incalzo – è così cattiva?»

Mi guarda con quei suoi occhioni grandi e mi chiede se per caso ho parlato con le altre mamme. Ovviamente rispondo che sì, l’ho fatto.
«Mamma – mi dice – quando le altre mamme parlano male delle maestre e si lamentano perché i loro figlioli frignano, ricordati che siamo una classe di cafoni maleducati che fanno un sacco di confusione e che dovremmo essere messi in castigo costantemente!»
«Ma urla – replico io. E non si ricorda i vostri nomi» – aggiungo praticamente alle lacrime.
«Mamma: la povera maestra di Religione ha tutte le classi della scuola. Siamo un mucchio di maleducati. E poi, mamma, urla sempre meno di te e pure te non ricordi i nostri nomi!»
E, con la flemma di un bradipo, si rituffa sulle Gocciole.

Sono spesso stata accusata, soprattutto da altre mamme, di essere severa come Molly Weasley, perché pretendo che i miei figli, a seconda della loro età, si diano da fare a casa. Nulla di drammatico prima dei cinque anni, livello più avanzato tra i cinque e i dieci, livello alto dopo i dieci anni.
Se usiamo i piumoni durante l’inverno e rifare il letto è rapidissimo, a tre anni e mezzo, magari male, magari in modo sgraziato, ma il letto si può rifare. Soprattutto perché tutti rifanno il proprio letto. Se i figli hanno più di sette/otto anni ed escono di casa senza averlo rifatto con una dimenticanza “tattica”, lo ritrovano da fare dopo la scuola. Se la stanza non è in ordine, dopo l’ultima chiamata, ogni oggetto che non è stato riposto, viene raccolto in un sacco dell’immondizia che viene lasciato in mezzo alla camera: se non svuotato, viene convogliato col resto della spazzatura.
Mi è stato detto che svuotare la lavastoviglie è una noia: obbligare un ragazzo di quindici anni a farlo, è perfido. No, vorrei rassicurare che non è devastante, bensì si tratta di un dovere. La casa dove si abita non è un albergo. Inoltre sfare la lavastoviglie facendo il passamano come i costruttori del tendone del circo di Dumbo, è pure divertente e si può fare anche sistemando i pezzi del Lego, gli asciugamani nell’apposita cassettiera, le mutande negli armadi.

E a proposito di mutande (ma anche calzini, canottiere, strofinacci da cucina), sistemare i panni piegati non è una scelta da compiere in libertà, ma è la possibilità di capire che bisogna avere cura delle proprie cose. E la famiglia nella quale cresciamo non è (solo) uno spazio ricreativo: tutti si collabora e lo si fa (anche) perché si vuole bene agli altri. La famiglia è uno spaccato di società, una piccola particella della nostra città e del nostro mondo: se ci abituiamo a sfruttare ciò che della nostra società ci serve (piante, animali, ma pure persone) e a fuggire ogni responsabilità e condivisione con il prossimo, ci ridurremmo a ucciderci per un tozzo di pane. Consegnare a tutti, adulti e piccini, un frammento del nostro tempo per prenderci cura reciprocamente e anche solo nella pratica, è bello e doveroso. E se lo facciamo bene, da pure soddisfazione (si pensi al volontariato). Ecco perché una società nella quale poche persone si adoperano per far sì che tutto funzioni, crolla. Ecco perché una società dove non ci sono bambini che nascono e crescono diventando adulti responsabili, crolla.

«Ti voglio bene» dicono i bambini alle mamme, talvolta pure qualche adolescente – in un momento di distrazione – afferma questa dichiarazione (magari a mezza bocca). Già, ma cosa significa volere bene? Volere bene vuole dire che per quella persona noi vogliamo Il Bene (ce n’è Uno solo). Lo vogliamo talmente che faremo tutto quello che ci è possibile per renderla matura e responsabile in modo tale da far parte, in completa autonomia, di questa società. «Ti voglio bene» vuole dire che «Tu sei talmente importante per me e lo sarai per tantissime persone quando sarai grande, che devi acquisire certezze e autonomia. Vuole dire che io ti sgriderò per renderti migliore (magari anche mandandoti una strillettera), ma ti difenderò anche a costo della vita (anche e soprattutto di fronte a una Mangiamorte – chiunque vuole Il Male per te – che tenta di ucciderti). Vuole dire che ti insegnerò a rifare il letto, ti asciugherò le lacrime e ti pulirò dal vomito (ma anche che ti minaccerò di metterti le sbarre alle finestre se userai ancora la macchina volante di tuo padre). Vuole dire che mi leverò il pan di bocca per te e tu t’impegnerai a finire la scuola per rispetto di quel pane che io non ho mangiato e di quelle notti che ti ho consolato e massaggiato quel ginocchio con il livido. Tu sei così importante per me, che se un professore ti darà una nota, io ti sgriderò perché ci sarà sempre chi ti potrà giudicare male anche ingiustamente e che io sarò sempre al tuo fianco comunque. Io ti voglio talmente bene che devi imparare a rifare il tuo letto perché io l’ho fatto per te quando eri piccolo e tu, un domani, dovrai rifarlo a me che sarò fragile come quando tu eri neonato».

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DAL BLOG SEI DI TUTTO

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