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Agnese Moro e Franco Bonisoli: dall’odio alla riconciliazione, si può

AGNESE MORO, FRANCO BONISOLI

Centro Asteria Milano | Youtube

Annalisa Teggi - pubblicato il 24/06/19

Anche per chi vive chiuso dietro le sbarre l’ipotesi di cambiare sembra un azzardo impossibile. La crisi però irrompe nel mondo ideologico e arrogante di Franco Bonisoli: è la constatazione disperata che l’idea a cui si è votata la vita è finita.

A un certo punto sono andato in crisi, non credevo più nelle ragioni della nostra lotta. Mi ero reso conto di aver rovinato la vita alla mia famiglia e alle persone a cui avevo fatto male. Perché cominciavo a percepirlo come tale; prima era un bene, perché si trattava di nemici. Ma quando cominci a non credere più in ciò che fai, i sensi di colpa sono terribili. Le persone a cui abbiamo sparato non erano persone, le avevamo rese cose, simboli, ruoli. La crisi è cominciata quando ho pensato alle persone come persone.

Un’altra somiglianza radicale: il “basta” di Agnese nasce dal vedere il proprio dolore che ferisce gli altri, quel “è finita” di Bonisoli nasce dal rendersi conto che il nemico è una persona. L’umano spezza la gabbia fredda del male. E solo l’umano può ricostruire un’ipotesi di vita nuova.


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Al momento di crisi segue anche per Bonisoli un incontro, quello più rivoluzionario di tutti: il cappellano del carcere osa definire “fratelli” proprio loro, i terroristi, i cattivi ritenuti più cattivi dall’intera opinione pubblica. Dal confronto con questo sguardo veramente disarmante si mette a fuoco nella testa dell’uomo che aveva dato tutto per la lotta armata il desiderio di poter incontrare le vittime, di mettersi a disposizione nel caso questi incontri potessero in qualche modo alleviare la pena delle persone ferite.

Smontare le parole, dare senso ai tempi verbali

Ritenevo che il dolore fosse una mia prerogativa di vittima. Ma quando penso che tu hai ucciso delle persone perché volevi cambiare il mondo, ma in realtà ti accorgi che hai solo ammazzato delle persone, il dolore è terribile (Agnese Moro).

Il contraccolpo del primo incontro tra Agnese Moro e Franco Bonisoli porta in dote la scoperta di un dolore comune, è il 2009. Per entrambi le categorie si sgretolano: lei trova un uomo che usa i permessi del carcere per andare ai colloqui coi docenti di suo figlio (“Ma come? Non era un mostro? Può un mostro amare così tanto un figlio?”), lui incontra una donna che avrebbe potuto fargli il terzo grado sul passato da brigatista e che invece gli chiede solo del presente, in cosa consista la sua vita oggi. Ed è Agnese a spiegare perché il presente sia la chiave necessaria per non darla vinta alla trappola del male:

Ho capito quanto è importante capire il tempo dei verbi: “sono stati” – “sono”. In mezzo c’è un mondo, c’è una vita. Il “sono” significa che nella vita puoi averla fatta grossa, grossissima, ma non è detto che tu perda la tua umanità; la tua umanità puoi sempre ritrovarla.

Con un balzo enorme la vittima osa dire che il dolore del carnefice è più lacerante e distruttivo, proprio lei che inizialmente aveva rifiutato l’incontro per timore di fare del male ai propri cari e alle altre vittime. Ma fare un salto oltre la barricata delle categorie buoni/cattivi non è un atto astratto che annulla le distanze, non è facile eppure è necessario. Bonisoli e Moro raccontano che c’è voluto un anno di fatica per avvicinarsi, spiega la signora Agnese:

Ogni parola è una ferita. Abbiamo passato un anno a smontare le parole, a capire cosa significano per l’altro, dove capire non significa farle proprie, non significa scusare niente; significa solo cercare di capire. Se vuoi ascoltare qualcuno ti devi disarmare.


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E l’ex brigatista corrobora la medesima ipotesi con la sua testimonianza, parla delle settimane di convivenza organizzate da mediatori, come padre Bertagna, per generare occasioni che solo la realtà – e non l’ideologia – può ospitare:

Mi è stata data l’occasione di andare a fondo della cose: ho partecipato a queste settimane di convivenza in una casa del cuneese in cui le vittime e i protagonisti della lotta armata si incontrano. Ci sono anche ascoltatori esterni e mediatori. In queste occasioni ci sono momenti di confronto, in  cui ci siamo detti cose che si potrebbero definire indicibili, abbiamo tirato fuori tutto, guardandoci in faccia e ascoltandoci. Poi si andava a mangiare insieme e si affrontava il quotidiano insieme. Vivere insieme ha fatto sciogliere tutte le nostre resistenze: ci ha fatto vedere quanto le cose più pesanti possano essere superate se vai al fondo della semplicità della vita. L’essenza è tutta lì.




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L’essenza è tutta lì, nella dinamica dirompente di un incontro. Un uomo che guarda e ascolta un altro uomo. La presenza viva frantuma e tiene a bada la logica astratta e divisiva del male. E questo è consolante, perché significa che non bisogna avere dei superpoteri, ma semplicemente essere disposti a stare nella trama viva del mondo, senza chiudersi nel ghetto dell’ideologia. E’ Gesù che va a mangiare da Zaccheo, è Gesù che parla nel Tempio, è Gesù che si volta verso il buon ladrone. Riaccade oggi, tutte le volte che la nostra libertà lo voglia. Ho scritto velocemente questo ultimo appunto che Franco Bonisoli ha pronunciato con voce commossa:

Noi pensavamo che la violenza fosse una scorciatoia per opporci a un’altra violenza, che sentivamo contro, ma la violenza lascia solo altra violenza, aumentando nel buio. Mentre noi disumanizzavamo quelli che credevamo nemici, senza accorgercene stavamo abdicando a quella che era la nostra umanità. Nei conflitti anche quotidiani quando disumanizzi l’altro fai del male a te stesso, soprattutto a te stesso.
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Tags:
riconciliazioneterrorismovittime

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