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La figlia di Moro risponde all'ex-BR Balzerani: la verità frantuma la gabbia vittima-carnefice

MORO BALZERANI

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Annalisa Teggi - Aleteia - pubblicato il 21/03/18

Fare i conti con se stessi e la propria storia può essere un carcere eterno, oppure occasione per mettere mano alle proprie ferite o le proprie colpe desiderando un a carezza di libertà

«La Verità vi farà liberi» ci ricorda il Vangelo di oggi. E a me viene da essere un po’ Ponzio Pilato: «Cos’è la verità?». Penso a quando, col ditino alzato, dico ai miei figli: «Mangiate le verdure, perché fanno bene!». È la verità, ma non è la Verità.

I miei figli ne trarranno un piccolo bene, ma non respireranno aria di libertà, ubbidendo a testa bassa sulle verdure. Noi usiamo il concetto di verità per chiudere una questione, il più delle volte pensiamo che sia un sinonimo di «avere ragione»: uno è in torto, l’altro ha detto la cosa giusta, dunque ecco impacchetata la verità.

Eppure non è una faccenda così comoda come il totocalcio, squadra che vince o squadra che perde. La x del pareggio rappresenta l’incognita matematica, forse è su questo segno che occorre meditare. Che poi è tanto simile a quella Croce su cui l’orizzontale e il verticale del mondo hanno visto accadere il mistero di una libertà che patisce personalmente e poi guarisce tutti (ma proprio tutti tutti!).
La Verità che può farmi libero deve essere qualcosa di vivo, di operoso nel tempo, non una parola morta e conclusa. Forse più che cercarla in astratto è più semplice guardare cosa accade nel qui e ora della vita a chi si mostra segnato dall’incontro con la mano buona della Verità. Guarda caso non sputa sentenze, è ironico anche nel dramma, non s’inacidisce di ripicche.

Mi pare di aver intravisto la presenza di questo respiro nel caso che ha visto coinvolta la famiglia di Aldo Moro, in particolare la figlia Maria Fida, e l’ex-brigatista Barbara Balzerani in occasione del quarantennale della strage di via Fani.


ALDO MORO

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La Balzerani, invitata a presentare il suo nuovo libro proprio nel giorno della ricorrenza – eppure ci si spertica a dire che è stato assolutamente casuale! – presso il centro sociale Cpa di Firenze sud, ha dichiarato: «C’è una figura, la vittima, che è diventato un mestiere, questa figura stramba per cui la vittima ha il monopolio della parola. Io non dico che non abbiano diritto a dire la loro, figuriamoci. Ma non ce l’hai solo te il diritto, non è che la storia la puoi fare solo te». Ha anche aggiunto: «Non è che se vai a finire sotto un’auto sei una vittima della strada per tutta la vita, lo sei nel tempo che ti aggiustano il femore». Qualche giorno prima, con un riso amarissimo, se n’era uscita dicendo: «Che palle, sta per arrivare il quarantennale della strage, qualcuno vuole ospitarmi?» (da Corriere.it).

Non è la spavalderia del carnefice a parlare, non è la legge del più forte che schiaccia e rischiaccia il moscerino che ha pestato. È il botto più forte che si fa prima che l’ultimo fuoco d’artificio si spenga. Ciascuno vorrebbe dare un nome al groviglio di sé, essere chiaro e cristallino a se stesso come il cielo dopo la tempesta. Non ci si riesce quasi mai, e più una persona ostenta chiarezza e arroganza nel dare il nome che vuole alle cose, più la sua anima brucia di assenza di senso.

Lo suppongo, pensando a me stessa. Ci sono volte in cui m’incaponisco a sbandierare ai quattro venti la mia assoluta tranquillità di giudizio, tendenzialmente su eventi importanti che mi riguardano, e lo faccio con un’audacia che svela tutto il bisogno di capirci qualcosa in un guazzabuglio ancora ben lontano dall’essere approdato a una chiarezza umana pacificante.

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