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È proprio una ferita a renderci preziosi come l’oro

KINTSUGI, TAZZA, ORO
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L’arte giapponese del kintsugi c’insegna che i punti deboli non vanno nascosti, ma resi preziosi. Così siamo noi: forgiati dal dolore in modo amabile e irripetibile

Statisticamente nell’astuccio dei miei figli quello che si esaurisce sempre in un batter d’occhio è la colla. Ne compri una scorta gigantesca pensando che basti per tutto l’anno, dopo un mese bisogna comprarne altra. Quando c’è qualcuno al lavoro, la colla serve sempre: perché ci sono lembi di cose distanti da avvicinare, pagine strappate da ricomporre. La colla è indispensabile, per tenere insieme e per rimarginare.
Sono rimasta colpita nello scoprire il kintsugi o kintsukuroi, l’arte giapponese di riparare un oggetto rotto usando come colla l’oro e l’argento. Anziché nascondere il trauma che l’oggetto ha subito, lo si enfatizza impreziosendolo. Un post molto bello nel blog elinepal descrive il valore di quest’arte, un modo di rendere visibile la preziosità del dolore. Non solo, anche l’unicità preziosa del dolore. Un oggetto, cadendo, si frantuma o si sbecca in un modo particolarissimo; dunque, una volta riparato mettendo in evidenza le linee di frattura con l’oro, avrà l’aspetto unico e irripetibile di quell’evento particolarissimo che lo ha segnato.

Leggi anche: L’arte del Kintsugi e il valore delle cicatrici

Spontaneamente noi vorremmo che – nel tempo – un dolore o una ferita diventassero trasparenti. Cioè, che si rimarginassero in modo da non lasciare il nostro fianco visibilmente traumatizzato. Insomma, una volta sanguinato profusamente, ci auguriamo che una qualche super-colla come il SuperAttack possa rinsaldare ciò che si è spezzato e ci renda di nuovo intatti e apparentemente perfetti. Nascondere i punti della nostra vulnerabilità è un istinto difensivo nei confronti degli altri, ma anche nei confronti di noi stessi: pensiamo che una superficie liscia e incorrotta sia sinonimo di forza e saldezza.
Il kintsugi fa vedere l’opposto. La saldezza viene da ciò che salda, cioè dallo spazio della ferita stessa. L’oro ripara e brilla; può riparare un vaso di coccio che si è frantumato, rendendolo così più prezioso di quello che era in principio. Questo è interessante, perché è un’ipotesi più radicale e vigorosa di “quel che non ti uccide ti rende più forte”. Usare l’oro per riparare, lasciando al contempo visibile una frattura, significa buttare lì l’ipotesi che la parte preziosa di noi è quella che ha attraversato la contraddizione, che si è impantanata nella debolezza. La nostra fibra resta povero coccio, impreziositosi e forgiatosi della sua unicità proprio dentro l’esperienza del dolore.

Per qualcuno ostentare le proprie cicatrici è un atto di pura vanità, ma può essere invece l’atto di umiltà gioiosa di chi fa memoria di una ricchezza incontrata (misteriosamente) in un punto buio della vita. Può anche essere il desiderio caparbio di chiamare per nome quell’imprevedibile potenza che attraversa la vita, ti fa a pezzi eppure ti forgia come un prezioso pezzo unico. Ma perché questa artigianale riparazione avvenga, occorre non sopprimere il bisogno di unità che c’è al fondo della nostra persona.

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