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Giuditta: sposando lui, che era in carcere, Dio mi chiamava alla vera libertà dell’amore

GIUDITTA, BOSCAGLI
Giuditta Boscagli
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Prima fidanzata di un detenuto, poi da moglie lo accompagna a ricominciare dopo il buio del male. E ora Giuditta e suo marito stanno abbracciando la misura di Dio, la misericordia, ospitando in casa un ragazzo uscito da una comunità per minori

Senza mezzi termini, una cara amica mi ha detto: «Tu devi conoscere Giuditta!». Allora ho letto d’un fiato il libro che ha scritto, Il cuore oltre le sbarre, e che racconta in forma di romanzo la storia del suo matrimonio, di come abbia incontrato un ragazzo e il loro innamoramento abbia attraversato un percorso durissimo. Lui stava scontando in carcere una pena molto lunga. Il loro rapporto ha conosciuto le molte sbarre che una condizione simile impone, eppure è stato un momento di conversione reciproca che li ha condotti fino all’altare, senza sconti sulle ferite, sui pesi da portare. Il perdono è un misura di cui l’uomo da solo non è capace, ma è l’unica adeguata a ospitare la grandezza del cuore con tutti i suoi chiaroscuri. Da questa esperienza la loro accoglienza si è spalancata a ospitare, ora, in casa un ragazzo straniero uscito da una comunità per minori. Ecco la nostra chiacchierata, approdata alla certezza che le vie del Signore possono far fiorire boccioli in autunno; solo Lui è capace di meraviglie inimmaginabili.

Cara Giuditta, grazie di aver scelto di condividere con For Her la storia che ha portato al tuo matrimonio e ai frutti che sono nati da quell’unioneNel tuo libro non parli in prima persona, perché?

La forma del romanzo in terza persona mi ha aiutato a non censurare niente della Grazia che ho vissuto. L’altra premura importante era non rendere riconoscibile immediatamente mio marito perché lui è finito in carcere per un reato legato a un omicidio e ha un profondo rispetto per il dolore altrui; è cosciente che se a lui è stata data una seconda possibilità, c’è qualcuno che, dopo quella notte, non l’ha più avuta. Mio marito non vorrebbe mai mettersi in mostra rispetto alla famiglia della vittima.

CUORE, OLTRE, SBARRE
Itaca

Volendo dare un inizio al vostro percorso, direi che  tutto parte dal tuo bisogno di capire te stessa, quale fosse la tua vocazione; e a questa domanda Dio risponde alzando la posta in gioco.

La domanda sulla mia vocazione ce l’avevo da parecchio, mi sembrava che gli altri andassero avanti e intanto io rimanevo al palo. Avevo amici che si erano sposati subito dopo l’università, altri che avevano fatto scelte di vita consacrata e li vedevo altrettanto contenti. Quanto a me, riuscivo a desiderare solo il matrimonio eppure non vedevo una strada.

Nell’estate del 2010 il punto di svolta è stato cedere all’idea che forse Dio aveva in mente altro per me; allo stesso tempo, pregando, gli ho chiesto che, se fosse stato così, doveva farmelo desiderare di più, cioè: non poteva essere il piano B perché il piano A non aveva funzionato. La svolta in quell’estate è nata dalla domanda: “Qualunque cosa Tu abbia in mente per me, fa che la desideri più dei miei pensieri”.

In quell’estate del 2010 al Meeting di Rimini incontri quello che diventerà tuo marito; lui è lì in permesso insieme ad altri detenuti per fare un’esperienza di lavoro fuori dal carcere.  Tu non lo sai, e la prima cosa che ti colpisce di quel ragazzo sono «gli occhi buoni». Era sprofondato nel male, eppure non era solo il male che aveva fatto.

Lo dico sempre ai ragazzi a cui racconto la mia storia: un conto è parlare del carcere e dei carcerati, un conto è trovarsi di fronte a un volto. È una differenza sostanziale, perché nella vita io ho sempre imparato da quel che c’è, non da quel che mi ero immaginata. Il primo dato di realtà nell’incontro con mio marito è stato questo, avere di fronte un viso preciso.

Questo mi fa venire in mente un racconto di Padre Brown in cui diversi detectives fanno a gara su chi sia il primo a scovare un assassino e si stupiscono tutti che proprio il prete sveli l’enigma. Alla domanda: «Come c’è riuscito?», Padre Brown risponde: «Perché voi cercavate un assassino, mentre io cercavo un uomo». Questo ha a che fare con l’esperienza che hai vissuto?

Io sono stata tanto fortunata, perché quando ho incontrato quegli «occhi buoni» mi è stato chiaro che tutto quello che avevo vissuto prima mi aveva preparato il cuore a quell’incontro. Se è vero che ciascuno ha una storia tutta sua, è anche vero che non è una storia che s’improvvisa in un giorno. A me era già capitato di stringere amicizia con detenuti che facevano un percorso di riabilitazione in una cooperativa; avevo lavorato a stretto contatto con una persona che aveva commesso un omicidio molti anni prima ed ero finita a lavorare lì proprio desiderando di incontrare e vedere coi miei occhi che è vero che si può rinascere anche dopo un errore tanto grande.

Quando ho conosciuto mio marito, mi si è accesa una luce gigante sul mio passato, come fosse stato la preparazione per quello che mi sarebbe accaduto: avevo incontrato volti di uomini che porteranno dentro di sé un dolore immenso fin che campano, ma che sono anche molto di più della loro colpa. Ed è vero per tutti, non solo per i detenuti. Il punto di vista del carcere per me è stato anche una grazia: mi ha costretto a guardare le cose come dovrebbero essere sempre guardate, cioè che non siamo definiti dalla categoria a cui apparteniamo. Ad esempio: io sono insegnante statale, quante ne sento dire sugli insegnanti statali!

Il lavaggio del cervello che ci viene fatto quotidianamente è l’opposto. Nella cronaca nera, poi, c’è una morbosità incredibile, e ci raccontano le tragedie fino al punto in cui – finalmente! – si mette in carcere il cattivo. Ci devono dire il numero esatto di coltellate, i retroscena diabolici, mille dettagli macabri. Una volta che l’assassino è punito, i riflettori vanno via. Invece, la tua storia parte proprio a questo punto …

Si confonde, tanto e troppo, la giustizia con la vendetta. È umanamente comprensibile, se non c’è un’educazione al perdono. In fondo, anche  a noi, quante volte non viene data la possibilità di ricominciare? Quante famiglie disfatte perché non si ricomincia dopo un errore? Figuriamoci poi se l’errore è così grosso.  Il perdono viene considerato una cosa da stupidi, da deboli, da chi si fa ingannare una seconda volta.

GIUDITTA, BOSCAGLI
Giuditta Boscagli

Nella storia con quello che è diventato prima il tuo fidanzato e poi tuo marito ci sono stati, proprio all’inizio del vostro percorso quando la fiammella dell’innamoramento era appena accesa, 79 giorni di distanza vera. Lui in carcere e tu a 200 km di distanza. Nessuna possibile comunicazione se non lettere scritte a mano che potevano anche andare perse nello smistamento della posta del carcere. Sbaglio nell’intuire che voi avete trasformato questo muro in un’occasione della riscoperta del valore della verginità, ben oltre l’accezione solo sessuale della cosa?

È vero, perché la verginità è innanzitutto rendersi conto che l’altro, il fidanzato, non è nostro. Quei 79 giorni sono stati il banco di prova vero del nostro rapporto; io sono ancora grata oggi per quei 79 giorni. Il fatto di non poter piegare la realtà in nessun modo a un progetto anche buono che avevo in mente, a tempi e modalità che avrei preferito, mi ha costretto a riconoscere che l’incontro con lui non era stato organizzato da me, ma era davvero un dono di Dio. E quindi bisognava rispettare la modalità con cui Dio me lo stava mettendo davanti. Non è semplice, perché tutti noi abbiamo un po’ di delirio di onnipotenza, di dover stabilire noi le modalità e i tempi. Quei 79 giorni sono stati la radice di quel che è nato dopo, perché poi il fusto è cresciuto e i fiori sono splendidi; ora vedo fiorire continue primavere, ma solo perché in quel periodo le radici si sono saldamente interrate.

E si sono interrate, credo, perché tu e lui non avete vissuto da soli la vostra storia. La presenza degli amici, del cappellano del carcere che vi ha seguiti è stata importante.

È stata fondamentale allora come lo è tuttora oggi.

Possiamo dire che, in qualunque circostanza anche più facile della vostra, l’avventura del fidanzamento e del matrimonio non è da vivere da soli?

Ho molti amici i cui rapporti di coppia stanno esplodendo perché hanno voluto affrontare i loro problemi e le loro crisi tra le mura domestiche. Noi abbiamo avuto la Grazia di essere stati sempre accompagnati nei tre anni e mezzo di fidanzamento, che sono stati pesanti: la realtà del carcere non la auguro a nessuno, per me è stato motivo di conversione, ma non lo auguro a nessuno.

GIUDITTA, BOSCAGLI
Giuditta Boscagli

Abbiamo avuto amici disponibili ad accompagnarci dentro quelle circostanze, non ci s’indorava la pillola a vicenda; io non sarò mai abbastanza grata al prete del carcere che per prima cosa mi ha detto: “Guarda che essere la fidanzata di un carcerato è durissimo”. Lo ringrazio perché non avevo bisogno che mi si risparmiasse la realtà, avevo bisogno che mi si facesse compagnia.

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