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Agnese Moro e Franco Bonisoli: dall’odio alla riconciliazione, si può

AGNESE MORO, FRANCO BONISOLI
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La figlia di Aldo Moro e l’ex-brigatista raccontano un percorso umano di riconciliazione impossibile in astratto eppure vero nella realtà di cuori liberi (e liberati) dal male.

Una domenica sera d’estate in centro città significa gente a passeggio con un gelato in mano e chiacchiere, un piccolo spazio di serenità prima di una nuova settimana. Poi accade che da un cortile capiti di sentire distintamente, senza possibilità di fraintendere, una voce che pronuncia al microfono questa frase:

Ho partecipato al sequestro del papà di Agnese.

E la parola «sequestro» rimanda alla violenza e alla disumanità, e la parola «papà» richiama a un contatto di amicizia intima. Chi parla a quel microfono è Franco Bonisoli, ex brigatista, e accanto a lui è seduta Agnese Moro, figlia di Aldo. Ieri sera, nella cornice dell’evento E-state nella città di Imola i due hanno raccontato ciò che nei pensieri è impossibile: superare la frattura del male, abbattere il muro che separa vittima e carnefice, testimoniare una riconciliazione possibile che tiene a bada il male. In molte occasioni i due hanno raccontato la loro storia, raccolgo qui la sintesi del percorso umano che ho ascoltato.

AGNESE MORO, FRANCO BONISOLI, CONFERENCE
Annalisa Teggi

Marzo 1978

Riconciliazione non significa cambiare nomi alle cose, ammorbidire i ricordi, saltare voragini umane con un balzo leggero. Significa guardare l’altro con occhio disarmato, oltre il recinto delle proprie ragioni e delle proprie gabbie interiori. Non è una via facile, neppure comoda.

Era una mattina del marzo 1978 quando Aldo Moro fu sequestrato dalle Brigate Rosse; oltre agli eventi tragici che quel fatto innescò per la Storia italiana, anche a livello di storie personali quel giorno significò un terremoto umano. Quella mattina una ragazza di 26 anni, Agnese Moro, aveva salutato di fretta il padre attraverso la porta del bagno e non l’avrebbe mai più rivisto vivo. Dall’altra parte della barricata un ragazzo 23 enne, Franco Bonisoli, partecipava al sequestro come convinto sostenitore della lotta armata. Aveva fatto quella scelta radicale a soli 19 anni e aveva scelto le Brigate Rosse perché riconosceva in esse una coerenza tra parole e fatti. Rispetto a cosa? A un bisogno totalizzante di non inchinarsi alle ingiustizie del mondo, la Guerra del Vietnam e quella del Biafra sullo sfondo insieme all’uccisione di Martin Luther King e Gandhi. La violenza come via per opporsi alla violenza, questa l’illusione.

È sempre il 1978 quando Franco Bonisoli viene arrestato e condannato a un regime carcerario durissimo. Contemporaneamente le vittime, anche loro, sprofondano in una gabbia di isolamento e dolore non meno terribile.

La goccia d’ambra

Ascoltando in successione la testimonianza di una vittima della lotta armata e di un convinto protagonista della medesima, ci si accorge che hanno molte cose in comune. Loro stessi le evidenziano e non è una faccenda per nulla sentimentale. Lo sguardo che davvero può sradicare il potere del male è quello che coglie somiglianze oltre le barricate, quello che scardina il meccanismo del diavolo, separare. Quando il male entra nella realtà, vittima e carnefice (con opposti gradi di responsabilità, s’intende) sprofondano nella stessa voragine; perché il male è male anche per chi lo infligge.

Agnese Moro e Franco Bonisoli condividono innanzitutto un medesimo confronto serrato con sentimenti capaci di precipitare la persona nel buio cieco: odio, rabbia, rancore, sensi di colpa. È ciò che la signora Moro sintetizza nell’immagine della goccia d’ambra:

L’odio e il rancore sono dei padroni terribili che giorno dopo giorno fanno sì che tu viva come in una goccia d’ambra, come un insetto chiuso in una goccia d’ambra da cui non puoi uscire e nella quale non ti rendi neppure conto di stare. […] La goccia d’ambra fa sì che tu ti senta solo, hai attorno persone che ti vogliono bene, ma tu sai che nessuno potrà mai capire quello che ti è successo.

Con questa morsa sul cuore vive per molti anni lei, vittima a cui è stato tolto un padre amatissimo. Intanto nel carcere un non meno lacerante rancore dilania il convinto sostenitore della lotta armata; Franco Bonisoli è condannato a 4 ergastoli, affronta il regime carcerario durissimo con la testa alta del rivoluzionario:

C’era in noi l’arroganza di non riconoscere la giustizia dei tribunali. Ho vissuto nelle carceri speciali, terribili come l’Asinara e Pianosa. Tutto questo non faceva che rafforzare le nostre idee. Il carcere duro, durissimo non mi ha cambiato per niente. Anzi giustificava di più le convinzioni ideologiche.

pixabay

Il ponte è una persona

Il tassello successivo di questa storia a due voci è sempre vertiginoso quando accade, ed è la parola crisi. Affinché un essere umano attraversi la bufera potente che cambia senso e direzione alla propria vita si deve innescare una vera e propria tempesta perfetta: la libertà personale deve essere disposta a spalancare gli occhi e ci deve essere qualcuno che tende la mano.

La vittima si rattrappisce dentro la goccia d’ambra finché qualcosa non le rende evidente che la propria sofferenza grava anche sugli altri. Così Agnese Moro racconta l’esplosione della sua crisi personale per uscire dalla spirale sterile del dolore:

Da dove viene la spinta per cambiare? Ti accorgi che quel dolore, quel rancore che tu provi non è inerte, non è una cosa che resta dentro di te. Senza che tu te ne accorga, senza che tu abbia detto neanche una parola in proposito, quel nero che tu hai dentro si trasmette alle persone che hai vicino e ami di più.

Il male si espande come l’ombra, in silenzio e inavvertito. All’improvviso tutto è buio, a meno che – come si fa per svegliarsi da un incubo – non si urli: basta. “Basta” è il nome che la signora Moro dà al momento in cui si chiarì in lei l’ipotesi che fosse necessario dare credito alle cose buone e non solo farsi intrappolare dalla dittatura di un passato di cose cattive. La libertà personale apre una feritoia, ma per uscire dalla gabbia occorre affidarsi a qualcuno che conosca la via.

Ed è il volto del gesuita padre Guido Bertagna a irrompere sulla scena: nasce da lui la proposta di una mediazione, il sacerdote organizza incontri tra chi ha subito la lotta armata e chi l’ha agita. Nel cuore di chi ascolta questa proposta c’è già l’ipotesi che le ferite personali non possano essere rimarginate solo dai processi e dalle condanne esemplari. Ma è possibile che la via sia “mescolarsi” con i cattivi?

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