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Brasile: i bambini sfilano in passerella per essere adottati

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Difusion - OAB

Annalisa Teggi - pubblicato il 03/06/19

Per quasi tutti è stato spontaneo associare le immagini della sfilata brasiliana a scopo adottivo alla vendita degli schiavi dei tempi antichi. E ci si straccia le vesti come se, improvvisamente, un sole accecante avesse mostrato cadaveri dilaniati e rimasti semivisibili nella penombra. Certo che ci si deve stracciare le vesti, ma non caschiamo dalle nuvole: da molto tempo l’uomo sta rendendo schiave le creature più piccole, perché è a sua volta schiavo di una visione egocentrica di sé. Se il figlio non lo voglio, lo abortisco. Se il feto ha delle malattie, lo abortisco. Passando al versante opposto: se voglio un figlio ma non posso averlo, lo fabbrico a tutti i costi. Naturalmente, se lo voglio è ovvio che lo voglio in un certo modo. Che anche l’adozione possa diventare una sottocategoria aberrante del supermercato è solo un tassello in più del mosaico evidente che abbiamo sotto mano: trattare la vita come un prodotto. Possiamo farlo finché ci raccontiamo la bugia che essa sia in mano nostra.


FAMIGLIA, MICHELA, ZOTTI

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Negli USA, dove il panorama delle possibilità creative e degenerate è immensamente più vasto, esiste ilprivate re-homing. Lo ha portato alla mia attenzione la mia collega Paola; a cui qui chiedo – nero su bianco – di approfondire la cosa con il suo estro umanissimo e sagace. In sintesi è un «riciclo» … perché bisogna dare il nome alle cose per quel che sono: una famiglia adotta un bambino, ma ne resta delusa; quindi privatamente lo cede a qualcun altro a cui, magari, le cose andranno meglio. Sì, è allucinante perché non è affatto diverso dal «avevo preso questi sandali ma per il mio piede sono inadatti, guarda se a te stanno bene».

Dettaglio raggelante: il nome di questa pratica – «private rehoming» (cambiamento di domicilio privato) – è direttamente ispirato al commercio di animali da compagnia. Sulle reti sociali e altri siti, gruppi di genitori e aspiranti genitori si iscrivono, si trasmettono informazioni, organizzano lo scambio di bambini. Qualcuno spiega la sua “offerta” con frasi del tipo «non sopportiamo questo bambino di 11 anni del Guatemala». (da Blitz quotidiano)
CZAS Z DZIECKIEM
Stock-Studio | Shutterstock

Se la legge interviene, riporta il bambino alla famiglia di origine che lo voleva così generosamente riciclare ad altri. Figuriamoci. Un vuoto normativo consentirebbe ancora che tale pratica possa attuarsi. Un vuoto ben più clamoroso sta spalancandosi. E lo diciamo tutte le volte in cui il centro del discorso non è la vita della persona, ma i discorsi che altri uomini vogliono fare sulla vita di una certa persona (per quanto piccola o malata o fragile sia).


BABY, GIRL, SURPRISED

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Forse nel caso dei poveri bimbi brasiliani ridotti a modelli in cerca di adozione era evidente a tutti che sfilare in passerella era trattarli da oggetti in vendita (ma non è la medesima trama per l’utero in affitto?). Era evidente che è ingiusto aggiungere cipria e magliette colorate per dare valore al cuore di un essere umano (ma non c’è la stessa pretesa quando si sceglie un figlio perfetto in provetta, o lo si scarta perché non è tale?). Altrettanto evidente in questo triste fatto di cronaca è stato notare che il centro del discorso sull’adozione non possono essere i gusti di mamma e papà: ma non è quel che diciamo anche per l’aborto? Se siamo noiosi è perché ci preme sempre e solo una cosa: che la dignità della persona non sia oggetto di manipolazioni.

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adozionebrasileinfanzia
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