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Marcello e Anna, abbandonati alla nascita perché Down, ora sono la gioia grande di mamma Michela

FAMIGLIA, MICHELA, ZOTTI

Michela Zotti

Annalisa Teggi - Aleteia - pubblicato il 11/05/18

Due aborti spontanei, poi un’infezione che ha comportato la sterilità, poi l’adozione di due bambini speciali; ora Michela è certa: «Sostenere la Croce non è un premio di consolazione, ma fa fiorire ogni cosa che ti è data».

Quante volte abbiamo sentito la storia della mezza mela che ha bisogno dell’altra metà della mela per essere felice? Ecco nella storia che segue, in modo imprevedibile, il piano Dio, le cui vie che non sono le nostre vie, rimargina una ferita facendola abbracciare da un’altra ferita e trasformando due dolori separati nella felicità piena di una nuova grande famiglia. Questa è l’avventura di Michela e Nicola, sposati e desiderosi di una famiglia numerosa che non è arrivata naturalmente, e di come hanno incontrato i loro figli adottivi Marcello e Anna, abbandonati in ospedale e in attesa dell’amore di un papà e di una mamma.

Cara Michela, grazie di condividere con noi di Aleteia la storia del tuo matrimonio e della famiglia che ne è nata. Come siete arrivati all’adozione di due bambini con la sindrome di Down?

Io e Nicola ci siamo conosciuti all’università e ci siamo sposati a 25 anni. Entrambi proveniamo da famiglie numerose e avevamo l’idea di avere tanti figli. Li desideravo così tanto che dopo il matrimonio non mi sono neppure messa a studiare i metodi naturali, perché ho sempre pensato che prima fossero arrivati i figli meglio era. Sono rimasta incinta quasi subito e altrettanto presto ho perso il bambino. In seguito sono rimasta incinta nuovamente, la gravidanza è andata avanti, ma si è interrotta alla 15 settimana. Questo secondo aborto spontaneo è stato emotivamente ancora più doloroso, perché è un figlio che va comunque partorito.


BAMBINI, PANCHINA, ATTESA

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A questo proposito, ti sentiresti di spendere qualche parola su questa esperienza dell’aborto spontaneo che per tante madri resta quasi un tabù, una sofferenza difficile da esternare?

Ci sono due motivi di fondo che mi hanno sostenuto nell’attraversare questo dolore che si è ripetuto. Il primo è che credo nella vita eterna e perciò so che ritroverò in Cielo questi due figli che non ho conosciuto sulla terra. Il secondo è che, pur essendo un’esperienza difficile, non è mai mancata a me e mio marito la certezza che Dio non ci avrebbe abbandonato. Il matrimonio cristiano si fa in tre: ci sei tu, tuo marito e l’Altro che vi ha messi insieme. Noi eravamo certi che qualcosa di bene ci aspettava.

Tommy-cc
Happy girl with Down syndrome lying on the grass

È arrivato? In che modo?

Tutto è partito dal mio lavoro. Sono fisioterapista e la mia prima esperienza lavorativa è avvenuta in un’associazione fondata da genitori con figli affetti dalla sindrome di Down: in particolare io mi occupavo di bimbi da 0 a 3 anni. Non conoscevo questa realtà e mi sono innamorata di questo lavoro, della possibilità di stare in rapporto con queste famiglie. Poi un giorno, parlando in macchina con un’amica, che fa parte del gruppo “Famiglie per l’accoglienza”, vengo a sapere che un bambino Down era stato abbandonato in ospedale ed era in attesa di essere adottato. Appena arrivata a casa ne ho parlato a mio marito Nicola e lui, di slancio, ha detto: «Adottiamolo noi».




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Il nostro desiderio di essere papà e mamma si univa al pensiero di quel bimbo lasciato solo in ospedale. Ci proponemmo, ma poi quel bambino andò in adozione a un’altra famiglia. La nostra disponibilità è rimasta aperta finché è arrivata l’occasione di adottare Marcello.
Anche questo percorso è stato travagliato. Lui doveva arrivare a casa nostra a giugno, ma, avendo una grave cardiopatia oltre alla sindrome di Down, ebbe una crisi seria e fu operato. Non lo incontrammo e i medici ci dissero che non si sapeva se ce l’avrebbe fatta a superare l’intervento. Abbiamo dovuto aspettare fino a fine luglio, in tutto questo tempo lui ha fatto la degenza in ospedale da solo. Ma poi la situazione è migliorata e finalmente lo abbiamo portato a casa.

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