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Ci sono bambini che nessuno vuole, ma la casa di Chiara è aperta a tutti

BAMBINI, PANCHINA, ATTESA
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A Trieste, marito e moglie hanno adottato cinque figli con questa certezza nel cuore: tutto è per il nostro bene, accogliamo senza porre limiti di età, provenienza, salute

Ci sono attorno a noi storie di accoglienza quasi folli, gente che senza superpoteri mette in piedi luoghi di bene condiviso, inimmaginabili a priori eppure così vivi e vegeti a posteriori.
È il caso di Chiara e Adriano che vivono a Trieste e si ritrovano a festeggiare quasi 30 anni di matrimonio insieme a cinque figli adottivi, ciascuno dei quali è una storia bellissima a sé. Li ho conosciuti grazie a un’amica che sta cominciando il percorso dell’adozione, un tema bellissimo in astratto e poco conosciuto nella sua declinazione concreta. Ecco il frutto di una chiacchierata che mi ha lasciata a bocca aperta, e grata.

Cara Chiara, noi di Aleteia stiamo creando uno spazio editoriale per raccogliere storie di madri e ospitalità. Mi racconti come è nato questo tuo progetto familiare così grande e impegnativo?

Questo non era il progetto mio e di mio marito, va detto. Ci siamo sposati nel 1989 e davamo per scontata la presenza dei figli; non sono arrivati. Il giorno dopo il nostro terzo anniversario di matrimonio abbiamo portato in tribunale la domanda di adozione; abbiamo maturato insieme e naturalmente questa scelta, ma non nascondo che quei primi tre anni siano stati difficili: vedere le amiche sposarsi e fare figli a go go, ecco sono stata male. Ma devo a Don Giussani la grazia di avermi illuminato con le sue parole: «tutto è per il nostro bene». Di fronte a questa ipotesi si è spalancato per me un percorso positivo, quasi avventuroso; mi dicevo: se tutto è per me, allora chissà cosa accadrà?

E cosa è accaduto, come avete affrontato l’esperienza dell’adozione?

Eravamo giovani, io e Adriano: andavamo ai colloqui spavaldi e insieme pieni di timori. Ingenui e pimpanti, ecco. Avevamo chiare due cose per noi imprescindibili: non avremmo avuto un figlio solo e non avremmo mai strappato un bimbo dalle braccia di una mamma. I figli unici non fanno parte della nostra storia e chi sarebbe entrato nella nostra casa doveva essere qualcuno che non aveva più nessuno. Per tutte e cinque le adozioni fatte, non abbiamo mai scelto nessuno: abbiamo sempre accolto quello che ci veniva proposto, sicuri che fosse un bene per noi. Spesso ci si avvicina all’adozione pensando che sia l’ultima spiaggia, ma non è così. Nel tempo mi si è chiarita la certezza che l’adozione non è «i figli che non abbiamo avuto». È invece accoglienza e conoscenza reciproca: tu non conosci il figlio che arriva e lui non conosce te.

Conosciamo meglio questi bambini che sono arrivati?

I primi tre sono arrivati dall’India, in tempi diversi. La prima ora è grande ed è mamma a sua volta. Di lei ricordo tutto, perfettamente, proprio come capita per i primi figli. Ho la percezione ancora viva dell’orgoglio che ho sentito la prima volta che me l’hanno messa in braccio: finalmente c’era qualcuno che potevo accudire! Poi due anni dopo è arrivato il secondo, fin da subito ci è stato chiaro che aveva qualche problema di salute, però non abbiamo mollato. Io e mio marito siamo medici e ci siamo detti che avremmo avuto le risorse per curarlo.

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