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San Donato Milanese: «Da qui non uscirà vivo nessuno» ma si sono salvati tutti

SAN DONATO MILANESE

FLAVIO LO SCALZO / AFP

Annalisa Teggi - pubblicato il 21/03/19

Su questa nostra adulta grettezza mentale e innata tendenza alla riduzione ideologica, ci dà una sonora lezione uno dei ragazzi a bordo del pullman. Il video a cui mi riferisco è una testimonianza forte. Volto oscurato per la sua minore età, il giovane risponde sicuro alle domande della giornalista. Racconta di quando il sequestratore dichiara di volerli uccidere per vendicare le morti dei migranti; a quel punto la giornalista si esalta – sospetta di essere a un passo dallo scoop da sbattere in faccia al politico anti-immigrazioni – e chiede: “E tu cosa hai pensato?”. Risposta: “Che era il mio ultimo giorno di vita”.

Sappiamo anche noi spostare lo sguardo dai nostri tarli mentali, dal commento pregiudizievole, inoltrandoci invece sul terreno più scomodo dove c’è “paura, solo paura, la paura di morire”?


BAMBINO, SBARRE

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L’apertura: il grido “Mamma, aiutami”

Un balcone di Verona. Quanti farebbero caso a un balcone di Verona? Quanti sarebbero disposti a sceglierlo come cornice di eventi grandiosi? Nessuno di noi, tranne Shakespeare … che ne fece l’altare dell’amore immortale di Romeo e Giulietta. La verità è che cose tremende e bellissime capitano nei luoghi più triviali, perché siamo noi, soltanto noi, a giudicarli triviali.

E’ comune ma non è insignificante il tragitto da scuola a casa, dalla palestra alla scuola, è accaduto che sia diventato teatro di una tragedia potente. Alla periferia di Milano c’è stata una battaglia epocale tra il bene e il male; improvvisamente, sullo sfondo neutro di una giornata qualunque è comparsa lei, Signora Morte, l’unica capace di destare l’uomo dal torpore del suo quieto vivere. La psicologa Ginette Paris ha osato affermare “finché c’è morte c’è speranza” per descrivere quale sorgente vitale possa essere la coscienza della morte:

Una grande sofferenza, fisica o psicologica, ha il potere di aprire una scatola a sorpresa d’infinita ricchezza: il nostro inconscio. […] Questo stato di apertura al mondo, provocato dalla prossimità della morte è talmente assoluto e talmente bello che prendiamo finalmente la misura della piccolezza del nostro essere, e nello stesso tempo della grandezza della vita. (da Vita interiore)



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Non c’è da scandalizzarsi, semmai c’è da riconoscere quanto poco umana sia una società che vuole scacciare a tutti i costi il nostro limite incancellabile, la coscienza della morte. Per gli antichi non c’era contraddizione nell’accostare lo stupore (e anche la meraviglia) al pensiero della morte, in molti ci hanno lasciato testimonianza del fatto che per compiere grandi imprese occorreva prima scendere agli inferi. Dante uscì a veder le stelle, dopo aver attraversato l’inferno. E Chesterton afferma che l’uomo messo alla prova dal confronto con la tenebra ne esce consapevole che il suo essere è stato strappato al nulla. La Morte, anche solo il pensiero sfiorato da vicino, porta misteriosamente in dote l’abisso che separa l’asettico “io sono” dal meravigliato “io sono stato strappato al nulla“.

Ci hanno rassicurato che questi giovani ragazzi di Crema saranno seguiti da psicologi per affrontare il trauma vissuto. Oso dire che quel loro terrore vissuto dovrebbe educare tutti noi, le loro vertigini e lacrime non sono dolore inutile, ingiusto. Insomma, mi auguro che non venga inculcata loro l’idea che debbano superare il trauma. Non lo supereranno, possiamo pregare che lo custodiscano come dono che darà frutti nel tempo. Avranno da donarlo a noi addormentati questo trauma che è stata una paura nuda. In 40 minuti ci hanno dimostrato quanto falsa sia l’ombra del nichilismo: piccoli e inesperti si sono aiutati a vicenda in mezzo al fuoco, hanno corso il pericolo di essere uccisi per poter sentire la voce della mamma e chiedere aiuto. Non devono dimenticarlo, devono spalancare questo ricordo in una domanda aperta al nostro tempo pigro e malato di astrazione.

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