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Rebibbia: morto anche il secondo figlio gettato dalla madre

BAMBINO, SBARRE

Annalisa Teggi - pubblicato il 19/09/18

Era in carcere da meno di un mese: ieri ha gettato dalle scale della zona nido di Rebibbia i due figli piccoli, uccidendoli. La discussione sul sistema carcerario inadeguato non bastano a sopire le domande ferite sul legame indissolubile tra madre e figlio

Anche il secondo figlio della donna che ieri ha commesso un gesto tragico all’interno del carcere di Rebibbia è stato dichiarato cerebralmente morto. Altri aggiornamenti ci informano che il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha sospeso la direttrice e la vicedirettrice della sezione femminile del carcere romano di Rebibbia e il vicecomandante del reparto di polizia penitenziaria in seguito alla vicenda: una detenuta di 33 anni di origini georgiane, residente in Germania ed estradata in Italia, ha ucciso la figlia più piccola di pochi mesi e ridotto in fin di vita l’altro figlio di un anno più grande scaraventandoli entrambi dalle scale nella zona nido, la parte del carcere adibita ad ospitare le madri coi loro figli.


UOMO, PRIGIONE, SCURO

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Alice, questo il nome della donna, era entrata a Rebibbia meno di un mese fa per reati di droga e ora deve tremendamente fare i conti con un duplice delitto orrendo. Le indagini in corso parlano di problemi psichici della donna, una depressione aggravata dal carcere ma anche legata una probabile tossicodipendenza. Il fatto tragico riapre una ferita scottante nel sistema carcerario italiano, su cui è bene spendere un paio di parole.

DONNA, PRIGIONE
Shutterstock

Madri e figli in carcere, cosa dice la legge?

La legge che regola la detenzione in carcere di donne-madri, con il conseguente bisogno di accudire i propri figli, è la num. 62 del 2011, che doveva integrare in meglio la num. 354 del 1975 e ambiva anche a tradurre in realtà il motto: i bambini non devono stare in carcere.
Due punti dolenti rendono la questione maternità e carcere ancora un ginepraio in cui è difficile trovare soluzioni adeguate, ma di cui fanno parte enti volenterosi e personale qualificato:

– con la legge 62 è stato spostato a sei anni di età il divieto per i bambini di permanere in carcere (prima era tre anni); in teoria questo significa che fino al compimento del sesto anno si dovrebbe trovare una soluzione alternativa al carcere per la madre e i suoi figli. Però «l’applicazione di tale misura (…) è oggetto di una facoltà (e non di un obbligo) da parte del giudice» (da Bambini e madri in carceredi Daniela Mone). Fin da subito fu notato che, dunque, una legge nata per togliere i più piccoli dal carcere correva il rischio di farceli rimanere più a lungo.

– se il bambino non deve stare in carcere, dove possono essere messi lui e la madre detenuta? Tre sono le possibilità, qualora il reato che genera la pena non sia di gravità assoluta: le case famiglia protette; gli ICAM (istituti a custodia attenuata per detenute madri); gli arresti domiciliari. «Eppure continuiamo a tenere i bambini in carcere – nota Lillo de Mauro (Presidente della consulta penitenziaria) parlando a Repubblica – qualcosa non funziona». A sette anni dalla legge 62 gli ICAM in Italia sono solo 5 (Milano, Venezia, Avellino, Torino, Cagliari). La maggior parte dei bambini con madri detenute – circa 60 in tutta Italia – vive nelle cosiddette zone asilo del carcere; proprio in questa situazione si trovava Alice, responsabile della tragedia che si è consumata ieri.

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Le condizioni di vita in queste zone a latere del carcere vero e proprio hanno luci e ombre, raccontate in molti documentari e inchieste. Non sono certo il luogo ideale per i bisogni di un bambino piccolo che, pur non percependo troppo la presenza della sbarre, vive comunque una vita limitata. A Rebibbia nella zona nido ci sono celle in cui è prevista la presenza di una culla accanto al letto materno; è presente una ludoteca e un cucinotto per preparare i pasti e le pappe. C’è anche un piccolo giardino con giochi.  Anche il personale addetto ha una preparazione adeguata al contesto.


SISTER ANNE LECU

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Questi, però, non sono altro che gli elementi formali di un dramma profondissimo, di cui non è possibile dire molto in modo chiarificante e pacificante; forse ci si può lasciar ferire dalle corde profonde che toccano queste storie, in cui su un figlio pesano le colpe del genitore.

Madre e figlio, un indissolubile legame imperfetto, pure colpevole …

Volendo, a commentare queste notizie si fa presto, basta scegliere la corsia: il politico punta il dito sulle inefficienze altrui e si fa portabandiera della soluzione che salverà tutto; il criminologo stupisce con le teorie sulla mente umana perversa; il giornalista sviscera i dettagli più macabri; lo psicologo improvvisato lancia anatemi contro le madri assassine. E poi ci sono gli stranieri, e poi c’è la droga. Ecco fatto un pentolone mediatico che lievita per qualche giorno e basta.

Ieri sera, mentre seguivo al telegiornale il commento al caso di Rebibbia ho fatto i conti con me stessa, rimuginando tra me e me. Non ho commesso reati, non ho costretto i miei figli a vivere in un carcere; eppure sono spesso e volentieri colpevole nei loro confronti. Le colpe dei padri ricadono sui figli, non si scappa … nel piccolo e nel grande male. Io stessa l’ho vissuto sulla pelle da piccola, ma scuoto la testa quando in tanti mi dicono che qualcuno avrebbe dovuto tenere alla larga mio padre da me. Vicino o lontano il peso degli errori di un genitore te li porti addosso.

MOTHER WITH NEWBORN
© Shutterstock

Apparteniamo a una storia, quella di chi ci fa nascere, ci stiamo dentro e non è mai un’eredità di regali piacevoli. Forse diventare adulto è anche curare le ferite di mamma e papà, cercare un modo positivo e personale di saltare l’ostacolo trovato, senza colpe, sulla nostra strada. Non si nasce mai in una culla di buoni sentimenti, buoni propositi, perfette condotte.

E dunque, in casi estremi, se una madre commette un reato, suo figlio o i suoi figli la seguono dietro le sbarre, in nome del sacrosanto legame viscerale e delle necessità di nutrimento e accudimento. Fa tremare, ma non tanto o solo il risvolto carcerario della cosa, quanto piuttosto perché traduce in carne e mura l’idea che l’innocente venga ferito dalla natura per nulla innocente dell’essere che lo ha fatto nascere. E’ così nei casi estremi di una madre rea di colpe che prevedono la carcerazione, ma anche nei casi quotidiani di tutte noi madri imperfette che rovesciamo i nostri lati oscuri sui figli.




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Un caso molto estremo mi portò a confrontarmi con amici e conoscenti, prendendo una posizione difficile da capire o anche solo da spiegare: Martina Levato, colpevole insieme ad Alexander Boettcher di aver sfigurato con l’acido diverse persone, partorì in carcere e chiese di poter allattare il figlio. Quel bambino le è stato tolto ed è stato dichiarato adottabile.

Non senza grandi tormenti, mi schierai dalla parte della Levato pur senza considerarla una madre adeguata a crescere suo figlio. Pensavo e penso tuttora che quel bambino avesse diritto di bere il latte del seno di sua madre; penso anche che sia giusto trovare una famiglia che lo cresca nel migliore dei modi, sebbene quel bambino non potrà mai essere completamente avulso dalla storia di sua madre (e, se guidato nel modo giusto, mi auguro che non sia una condanna per lui dare un nome a questa sua origine complicata).

L’amore non basta

Il centro del discorso, il cuore del dramma, non sono le madri o i figli, ma proprio quel legame misterioso – e così forte da essere indissolubile anche nel peggiore dei casi – che è madre-e-figlio. E’ evidente che la legge deve garantire il bene del bambino sottraendolo a una madre inadeguata, però prima della legge ogni creatura deve fare i conti con quel gigante nascosto che è il legame primigenio, originale. Lo si vorrebbe virtuoso, non lo è mai, a volte è disastroso. Ci feci i conti anni fa traducendo questa riflessione di Chesterton:

Creature così legate l’una all’altra come moglie e marito, o madre e figlio, hanno il potere di rendersi reciprocamente felici o tristi e nessuna costrizione pubblica può metterci becco. Se si potesse sciogliere un matrimonio ogni mattina, questo non restituirebbe il riposo ad un uomo tenuto sveglio dalle sfuriate della moglie in camera da letto; e cosa c’è di buono nel dare ad un uomo molto potere, quando lui vuole solo un po’ di pace? Un bambino deve fare affidamento sulla più imperfetta delle madri, una madre sa essere devota al più indegno dei figli; in questo tipo di relazioni le rivendicazioni legali sono vane. Anche nei casi fuori dalla normalità, in cui la legge deve essere chiamata in causa, ci si scontra costantemente con questa difficoltà, come sanno bene molti magistrati disarmati. (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo)

Di fronte a una tragedia come quella che si è consumata tra le mura di Rebibbia sono molte le posizioni istintive che si possono prendere: accusare le mille falle del sistema carcerario italiano, sollecitare i politici, incriminare chi non ha sorvegliato le condizioni della madre. Ed è lecito.  Sono tutte posizioni in cui mi trovo comoda per un paio di minuti, poi mi trovo a preferire la posizione più scomoda di tutte, eppure – credo – umana.


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Nel vento vivace di mille nuove teorie sulla genitorialità perfetta, concepimenti pianificati a tavolino, uteri in affitto, nuove specie di famiglie fondante su love-is-love, eccomi inebetita a contemplare il mistero originario della maternità: generare un essere umano non vuol dire per forza amarlo al meglio, educarlo e crescerlo bene. Anche dentro la generazione la libertà della persona resta intoccabile; una donna può diventare una madre malata, pessima, assassina.

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Intuisco che solo stando a occhi sgranati di fronte a questa vertigine posso guardarmi essere madre giorno dopo giorno. Non saranno formule chimiche o nuove teorie sociali o prodotti studiati in laboratorio a sradicare la verità, cioè che anche dentro il più santo e benedetto dei legami giace il seme del peccato. E solo guardando con commossa amarezza questo dato, si può tentare, sforzarsi di scegliere la via del bene in compagnia della mano del Cielo.

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