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Rebibbia: morto anche il secondo figlio gettato dalla madre

BAMBINO, SBARRE
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Era in carcere da meno di un mese: ieri ha gettato dalle scale della zona nido di Rebibbia i due figli piccoli, uccidendoli. La discussione sul sistema carcerario inadeguato non bastano a sopire le domande ferite sul legame indissolubile tra madre e figlio

Anche il secondo figlio della donna che ieri ha commesso un gesto tragico all’interno del carcere di Rebibbia è stato dichiarato cerebralmente morto. Altri aggiornamenti ci informano che il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha sospeso la direttrice e la vicedirettrice della sezione femminile del carcere romano di Rebibbia e il vicecomandante del reparto di polizia penitenziaria in seguito alla vicenda: una detenuta di 33 anni di origini georgiane, residente in Germania ed estradata in Italia, ha ucciso la figlia più piccola di pochi mesi e ridotto in fin di vita l’altro figlio di un anno più grande scaraventandoli entrambi dalle scale nella zona nido, la parte del carcere adibita ad ospitare le madri coi loro figli.

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Alice, questo il nome della donna, era entrata a Rebibbia meno di un mese fa per reati di droga e ora deve tremendamente fare i conti con un duplice delitto orrendo. Le indagini in corso parlano di problemi psichici della donna, una depressione aggravata dal carcere ma anche legata una probabile tossicodipendenza. Il fatto tragico riapre una ferita scottante nel sistema carcerario italiano, su cui è bene spendere un paio di parole.

DONNA, PRIGIONE
Shutterstock

Madri e figli in carcere, cosa dice la legge?

La legge che regola la detenzione in carcere di donne-madri, con il conseguente bisogno di accudire i propri figli, è la num. 62 del 2011, che doveva integrare in meglio la num. 354 del 1975 e ambiva anche a tradurre in realtà il motto: i bambini non devono stare in carcere.
Due punti dolenti rendono la questione maternità e carcere ancora un ginepraio in cui è difficile trovare soluzioni adeguate, ma di cui fanno parte enti volenterosi e personale qualificato:

– con la legge 62 è stato spostato a sei anni di età il divieto per i bambini di permanere in carcere (prima era tre anni); in teoria questo significa che fino al compimento del sesto anno si dovrebbe trovare una soluzione alternativa al carcere per la madre e i suoi figli. Però «l’applicazione di tale misura (…) è oggetto di una facoltà (e non di un obbligo) da parte del giudice» (da Bambini e madri in carcere di Daniela Mone). Fin da subito fu notato che, dunque, una legge nata per togliere i più piccoli dal carcere correva il rischio di farceli rimanere più a lungo.

– se il bambino non deve stare in carcere, dove possono essere messi lui e la madre detenuta? Tre sono le possibilità, qualora il reato che genera la pena non sia di gravità assoluta: le case famiglia protette; gli ICAM (istituti a custodia attenuata per detenute madri); gli arresti domiciliari. «Eppure continuiamo a tenere i bambini in carcere – nota Lillo de Mauro (Presidente della consulta penitenziaria) parlando a Repubblica – qualcosa non funziona». A sette anni dalla legge 62 gli ICAM in Italia sono solo 5 (Milano, Venezia, Avellino, Torino, Cagliari). La maggior parte dei bambini con madri detenute – circa 60 in tutta Italia – vive nelle cosiddette zone asilo del carcere; proprio in questa situazione si trovava Alice, responsabile della tragedia che si è consumata ieri.

Le condizioni di vita in queste zone a latere del carcere vero e proprio hanno luci e ombre, raccontate in molti documentari e inchieste. Non sono certo il luogo ideale per i bisogni di un bambino piccolo che, pur non percependo troppo la presenza della sbarre, vive comunque una vita limitata. A Rebibbia nella zona nido ci sono celle in cui è prevista la presenza di una culla accanto al letto materno; è presente una ludoteca e un cucinotto per preparare i pasti e le pappe. C’è anche un piccolo giardino con giochi.  Anche il personale addetto ha una preparazione adeguata al contesto.

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Questi, però, non sono altro che gli elementi formali di un dramma profondissimo, di cui non è possibile dire molto in modo chiarificante e pacificante; forse ci si può lasciar ferire dalle corde profonde che toccano queste storie, in cui su un figlio pesano le colpe del genitore.

Madre e figlio, un indissolubile legame imperfetto, pure colpevole …

Volendo, a commentare queste notizie si fa presto, basta scegliere la corsia: il politico punta il dito sulle inefficienze altrui e si fa portabandiera della soluzione che salverà tutto; il criminologo stupisce con le teorie sulla mente umana perversa; il giornalista sviscera i dettagli più macabri; lo psicologo improvvisato lancia anatemi contro le madri assassine. E poi ci sono gli stranieri, e poi c’è la droga. Ecco fatto un pentolone mediatico che lievita per qualche giorno e basta.

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