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E’ morta anche la madre. Si era sparata dopo avere ucciso i figli disabili di 42 anni

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Sardegna, Mandas, 40 chilometri da Cagliari: ieri Angela Manca, la donna che ha ucciso i figli Paolo e Claudio, dopo ore di agonia è deceduta in ospedale. E'riuscita così a dare seguito all'intenzione che la tentava da tempo. Ma cosa avrebbe potuto vincere davvero l'angoscia?

Il duplice omicidio si è consumato nel centro di Mandas, in vico Corrias. Secondo le prime ricostruzioni, la donna avrebbe approfittato di un cambio della guardia degli assistenti dei figli per prelevare dalla cassaforte il fucile da caccia del genero. Da tempo cercava di sapere dove fosse nascosta la chiave e oggi, durante l’assenza di parenti e badanti, deve averla trovata. (Repubblica)

Paolo e Claudio avevano quarantadue anni, lei sessantaquattro. Erano gemelli, entrambi disabili. Non ci sono dettagli sul tipo di infermità e sulla sua origine; forse un parto prematuro e con esso il concretizzarsi di alcuni dei numerosi rischi ad esso correlati, soprattutto per le gravidanze gemellari. Forse errori medici? Complicazioni da parto, asfissia prolungata? Oppure una malattia genetica?

La notizia, rilanciata da tutti i media, fino a pochi minuti fa parlava di duplice omicidio e tentato suicido ma ora deve confermare che le intenzioni della donna sono giunte al tristo fine che si proponeva. E’ morta dopo che era giunta in condizioni gravissime all’ospedale Brotzu di Cagliari, trasportata in eliambulanza nella tarda mattinata di ieri. Aveva sparato prima ai figli inermi e in seguito, chissà con quale tremante determinazione ma anche fretta per non stare a guardare i loro cadaveri, aveva puntato il fucile da caccia al proprio addome. Il lungo intervento chirurgico per rimuovere i pallini e riparare i tessuti non è bastato, aveva perso troppo sangue e dopo alcune ore in terapia intensiva il suo cuore ha ceduto.

Il marito è morto dieci anni fa; Angela era rimasta ad assistere i figli ma non del tutto sola; era sostenuta dalla figlia, medico di base, e da due assistenti domiciliari presenti dalle 8 alle 20. Eppure non è bastato; non è stato sufficiente a sgravarla di un figlio illegittimo che gestava da anni: l’angoscia, la paura, la disperazione. Il futuro che arrivava di gran carriera, col suo carico di incertezza sul destino dei figli e di certezza della propria vecchiaia, del proprio ineluttabile venire meno, l’ha vinta. La speranza è stata scansata e messa a tacere. Dio solo sa, davvero, quante attenuanti questo gesto possa vedersi riconosciute davanti al Suo trono di giudice e padre.

Chi assiste invalidi, leggevo qualche tempo fa, subisce un’usura drammaticamente, enormemente superiore rispetto a chi non ha questo peso sulle spalle. E di solito si tratta di donne.

La signora Angela a quanto è dato capire non sembrava sola né abbandonata ma seguita e sostenuta; era una famiglia buona, amata da tutta la comunità, riferisce l’ex sindaco Oppus sull’Ansa.

Tuttavia aveva già tentato di porre fine a questa angoscia somministrando un eccesso di medicinali ai figli e a sé stessa ma erano stati salvati tutti e tre; è successo solo tre anni fa, ma da allora l’allarme pareva rientrato. Oppure, chi le stava vicino, avrà semplicemente e faticosamente aumentato la vigilanza confidando che i pochi momenti di libertà e solitudine non la portassero più a così terribili consigli.

Si tratta di un peso enorme, il suo, portato per anni, senza vacanze vere mai e forse con la comprensibile convinzione di essere insostituibile. Non è possibile esprimere giudizi che non tengano conto della prova titanica a cui è stata sottoposta.

Lo stesso sindaco del paese in carica, Marco Pisano, ha espresso parole di vicinanza, di affetto sincero per questa famiglia e di dolore; e ha chiesto preghiere. Non solo per le vittime ma per tutti i cittadini. Non è da tutti, ma è la cosa più saggia da fare. Mai come alibi o a copertura di gravi negligenze sul fronte dell’assistenza e dei servizi che famiglie con soggetti così fragili devono ricevere. (E quanto è dura, per queste famiglie. Spesso un’impresa epica, a volte una vera tragedia del non senso, dei tempi biblici sprecati in coda o al telefono; di carte fatte e rifatte, di umiliazioni grandi. Lo sappiamo in tanti).

Parla di un amore altissimo, capace di sacrificio, quello di Angela ed Efisio, dal quale tutti dobbiamo prendere esempio.

Ha ragione ma forse era anche la comunità a dover distogliere da questa dedizione così intensa, a rassicurare la donna sul futuro dei figli. A rendere tutto più vivibile. A riconsegnarla a sé stessa, a spiegarle che era viva e non solo per seguire i figli malati. A farle immaginare un futuro dignitoso per la vita che Paolo e Claudio avrebbero continuato dopo di lei, forse. Ma anche con la migliore assistenza del mondo e con tutti gli aiuti possibili resta intatto il mistero della libertà della coscienza e anche quello di dolori oscuri che diventano prigione e possono svilire la libertà stessa della nostra anima.

L’amore a chi è disabile, invalido, gravemente menomato è una chiamata ardua. E’ un appello ostinato del divino, un monito a tutti i suoi figli, un luogo privilegiato dove incontrare il Dio che abbiamo visto regnare sul trono della croce. Ma va anche governato, attrezzato di tutto ciò che può dare sollievo e corroborato dalla compagnia di chi non si tira indietro spaventato ma accetta di camminare con noi.

Perché di per sé è in grado di offrire anche tanta bellezza, un tipo di gioia speciale, la sicurezza di stare attraversando il guado più importante della vita di ogni uomo, prima che si giunga all’altra sponda. Il dolore, soprattutto quello che atterra gli innocenti, che senso ha? Non sappiamo perché ma sappiamo per Chi.

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