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Thomas Evans licenzia l’esercito di Alfie: noi lo abbiamo liberato, lui ci ha liberati

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Lo scontro politico-diplomatico che nelle scorse settimane aveva coinvolto tribunali, ambasciate, governi e perfino il soglio del Romano Pontefice, si è concluso nel modo più puro e più duro possibile: il piccolo per il quale nell’ultima settimana abbiamo pianto e non abbiamo dormito viene sottratto al nostro sguardo e al nostro interesse sensibile. Le opacità della politica si sbalzano trasfigurate in una vicenda che ci consegna un incarico.

C’è un che di profondamente teologico, in questo, e molte pagine di Von Balthasar farebbero splendida assonanza con questa kénosi di Tom, che scioglie l’esercito di Alfie per portare in salvo Alfie con la «compagna piccola» dalla quale non sarà mai abbandonato – la sua famiglia.

Lasciar andare, la prova del vero amore

Proprio perché amano il figlio, Thomas e Kate lasciano andare non il figlio (che pure sono serenamente disposti a veder partire quando ne arriverà il momento), ma noi, che siamo stati – indegnamente, per grazia di Dio e per nostra santificazione – il mezzo accidentale della sopravvivenza fisica di Alfie, mediante la quale egli è diventato mezzo accidentale della nostra rianimazione spirituale.

Andiamo via, come ha chiesto Thomas, perché al Calvario ci sono un padre, una madre e un figlio, e non il gruppo dei dodici, né tantomeno quello dei settantadue. Andiamo via perché al monte Fato non arriva tutta la Compagnia dell’Anello, ma i due mezz’uomini. Andiamo via perché «tutto è compiuto» e ora siamo invitati a «tornare in Galilea» e rivivere «nella nostra vita di tutti i giorni» l’incontro con il Risorto che abbiamo visto respirare prepotentemente nei polmoncini di Alfie. Andiamo via per continuare ad amare questa giovane e meravigliosa famiglia senza “impossessarcene”: come sfiorando l’anello, anche “salvando Alfie” la tentazione di intestarsi la sua salvezza, in modi più o meno espliciti, sarebbe arrivata (o era già arrivata?). Thomas ci ha liberati da questa lussuria spirituale, da questa immaturità affettiva: padre fino in fondo, ci ha licenziati perché viviamo la nostra vita condividendo la sua virile tenerezza e la sua tenera virilità.

Rientrare nell’ospedale dopo il last statement è stato per noi come tornare in un bosco incantato dopo la pronuncia di un potente contro-incantesimo: le mediocrità, la corruzione e i soprusi non saranno spariti (anche se…), ma i poliziotti sembravano tornati ad essere garanti della pubblica sicurezza e non controllori delle libertà individuali, li si vedeva perfino sorridere ai bambini…

Certo, non dimentichiamo il giro di vite di ieri, cominciato con la perquisizione dei famigliari e culminato nell’allontanamento dell’assistente spirituale dalla famiglia: una terribile giornata che con l’intelligenza dei fatti allora a venire può leggersi come l’avvio di un mistico triduo pasquale che tutti ci ha coinvolti. Oggi è il giorno del riposo, in cui la pace germoglia tra l’alto e il basso… e domani sarà il giorno in cui solo i testimoni vedranno la pienezza delle promesse.

Pentecoste e missione

Per gli altri – per noi – resterà la speranza, la grande Speranza, oltre ai frutti dello Spirito e alla missione di cui Alfie – da vivente qual è e sarà – ci rende eredi: quella di diventare padri e madri di un’umanità grande perché inginocchiata davanti al Mistero, cioè padri e madri pieni di responsabilità – l’obbligazione di rispondere con e per le creature che ancora non possono guidare il proprio destino (ma il cui destino può guidare quello degli altri).

Oggi abbiamo liberato Alfie, «e chi ha visto ne dà testimonianza, e la sua testimonianza è vera, ed egli sa che dice il vero». Ma soprattutto, oggi Alfie ha liberato noi.

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