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Perché Dio non ha curato Charlie Gard?

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Nulla nella Provvidenza divina è invano

La notizia si è diffusa rapidamente in tutto il mondo. Charlie Gard, il bambino britannico affetto da una grave malattia, è morto in un ospedale di Londra. Anche se era ormai attesa, la sua morte ha provocato una grande tristezza.

Negli ultimi mesi la situazione di Charlie aveva richiamato l’attenzione. Il piccolo, che non aveva ancora compiuto un anno, ha visto la propria vita – e la propria morte – al centro di un’aspra battaglia legale. Mentre i medici ritenevano meglio sospendere i trattamenti a cui era sottoposto, i genitori non erano d’accordo e volevano dare al figlio una possibilità di lottare per la vita, anche se le cure sperimentali potevano offrire solo un piccolo miglioramento delle sue condizioni.

L’accaduto ha smesso di essere una disputa sulle cure di Charlie ed è diventato una battaglia legale sui diritti genitoriali. Tra l’ospedale e i genitori, chi doveva avere l’ultima parola per determinare cosa sarebbe stato meglio per il bambino malato? In innumerevoli udienze, i genitori di Charlie, Chris Gard e Connie Yates, hanno perso quasi tutti gli appelli. I tribunali hanno respinto le richieste da loro avanzate per trasferire il piccolo in un altro ospedale e provare una cura sperimentale negli Stati Uniti. Perfino la richiesta di portare Charlie a morire a casa è stata respinta. Risultato: Charlie non ha lasciato l’ospedale nel quale gli era stata diagnosticata la malattia e i desideri dei medici sono stati esauditi.

Il dibattito legale sul caso di Charlie Gard continuerà, com’era da aspettarsi. Ma non basta. Verranno discusse anche le questioni culturali e religiose. Ad esempio, dal punto di vista religioso alcuni fedeli possono trovare nella malattia e nella morte di Charlie una sfida alla fede. Anche se le foto del Battesimo del piccolo ci consolano come cristiani, possiamo chiederci perché Dio non abbia agito per salvare la sua vita.

Come molte persone, ho postato e ripostato molte storie con l’hashtag #CharlieGard su Twitter, chiedendo preghiere per lui e per la sua famiglia. Migliaia di persone su Facebook hanno fatto lo stesso, e il risultato è stata una corrente di preghiera che si è diffusa in tutto il mondo. Tutto invano? Giorni fa pregavamo per la vita di Charlie, ora preghiamo per il riposo della sua anima. Questo può far sorgere una domanda in alcuni: se la preghiera di centinaia di migliaia di persone a favore di un bambino innocente non basta a far agire Dio in questo mondo, cosa può farlo?

Domande come questa possono essere inevitabili, ma non restano prive di risposta. Il proposito della preghiera di intercessione non è cambiare la volontà di Dio, ma far cambiare noi. Sant’Agostino lo ha spiegato secoli fa a una nobile cristiana che affrontava innumerevoli sfide. Il santo vescovo esortò la donna sofferente a pregare per una “vita felice”, che è quella in cui possediamo tutto ciò che desideriamo a patto che questo, ovviamente, non sia qualcosa che non dobbiamo avere. In altre parole, la felicità consiste nel possedere ciò che Dio vuole darci. La visione di Agostino è istruttiva. Aprendo il nostro cuore a Dio – per noi e per gli altri –, e la nostra preghiera viene purificata, di modo che col tempo iniziamo a desiderare di più ciò che Dio vuole darci e di meno quello che vorremmo avere. Anche nei momenti di angoscia, spiegava Agostino, la preghiera trasforma il nostro sentimento di dolore e ansia per iniziare la ricerca del bene maggiore che Dio ci offre attraverso la nostra sofferenza.

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