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Il papà di Alfie non molla: è figlio mio, ma prima è figlio di Dio

ALFIE EVANS
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Attesa per oggi la sentenza sulla possibilità di trasferire Alfie al Bambin Gesù di Roma; stiamo saldi accanto a questa famiglia esemplare

«Sono consapevole che la morte di mio figlio è una possibilità reale e forse non è molto lontana. So che il Paradiso lo sta aspettando poiché non riesco a immaginare quale tipo di peccati possa aver commesso quell’anima innocente, inchiodata al suo letto come a una croce» (da La bussola quotidiana)  lo scrive Thomas, papà del piccolo Alfie Evans, all’Arcivescovo di Liverpool, Malcolm Patrick McMahon. Un padre scrive a un padre spirituale, chiedendo sostegno, benedizione per un figlio malato che è prima di tutto figlio di Dio.

Scrive papà Thomas, dorme poco, parla deciso e tranquillo alle telecamere, fa di tutto per trasferire suo figlio in Italia; Thomas Evans è un tipo decisamente pericoloso agli occhi dell’ordine pubblico da quando la paternità lo ha cambiato. Ha solo 21 anni e il giudice, quello che ha dichiarato inutile la vita di Alfie, sostiene sia un ragazzino: «I genitori e in particolare il signor Evans non sanno affrontare la realtà e continuano a sperare in una soluzione del tutto irrealistica».

Quanti guai in meno avrebbero oggi la legge e la sanità dell’Inghilterra, se due diciottenni avessero davvero fatto gli immaturi, scegliendo di abortire anziché tenere il piccolo Alfie! Non è questo che si dice ai giovani di solito: «È troppo presto, dovete ancora trovare la vostra strada!»? Una decina di anni dopo, vedendoli senza arte né parte, puntiamo loro il dito contro etichettandoli come bamboccioni.

In queste ore di attesa – si attende per oggi la sentenza sulla possibilità di trasferire in Italia il piccolo Alfie – stiamo a guardare una famiglia ferita nel corpo e nell’anima che ha molto da insegnarci, la freschezza della gioventù è segnata dalla prostrazione della sofferenza, eppure trapela una forza dura, non violenta, ma quella essenziale delle mani strette strette che non mollano la presa.

Kate e Thomas si sono fidanzati a sedici anni, provengono entrambi da famiglie numerose: lei seconda di quattro figli, lui ottavo di nove. Alfie è arrivato all’improvviso, ma non c’è stato dubbio che fosse un dono.
«Eravamo giovani quando è nato, messi di fronte alla più grande responsabilità che la vita ti può chiedere. Quindi ci siamo sentiti benedetti, incoraggiati e curiosi di vedere come saremmo cambiati. Questo cambiamento ci ha fatto maturare» racconta Thomas alla giornalista Benedetta Frigerio.

Nel ripercorrere le tappe che hanno portato Alfie prima in ospedale poi fino alla sentenza di morte che ora gli pesa addosso, è un uomo onesto e riconosce a Kate la testardaggine dell’intuito materno: lei, che ha studiato da parrucchiera, ha capito fin da subito la gravità degli episodi convulsivi del bimbo, ha insistito con l’ospedale per fare accertamenti, non si è lasciata convincere dai vari diversivi.
A quel punto Thomas si è lasciato guidare dallo sguardo deciso di Kate, e ora si lascia guidare anche dal piccolo Alfie.

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