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Come si fa a capire quando un peccato è “veramente mortale”?

WOMAN PRAYING
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La distinzione tra peccati veniali e mortali è spesso attaccata, ma raramente compresa – anche (come accade spesso) da quelli che si propongono come suoi strenui apologeti. Proviamo a farcela spiegare dalla guida sapiente di padre Bernard Häring, tra i più autorevoli teologi morali del XX secolo, oltre che uno tra i più fini orefici della categoria di “opzione fondamentale”.

Né più né meno di quanto ci si attende da un Papa. Il quale infatti spiegava:

Non c’è dubbio che la dottrina morale cristiana, nelle sue stesse radici bibliche, riconosce la specifica importanza di una scelta fondamentale che qualifica la vita morale e che impegna la libertà a livello radicale di fronte a Dio. Si tratta della scelta della fede, dell’obbedienza della fede (cf Rm 16,26), «con la quale l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente, prestando “il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà”«.112 Questa fede, che «opera mediante la carità» (Gal 5,6), proviene dal centro dell’uomo, dal suo «cuore» (cf Rm 10,10), e da qui è chiamata a fruttificare nelle opere (cf Mt 12,33-35; Lc 6,43-45; Rm 8,5-8; Gal 5, 22). Nel Decalogo si trova, in capo ai diversi comandamenti, la clausola fondamentale: «Io sono il Signore, tuo Dio…» (Es 20,2) che, imprimendo il senso originale alle molteplici e varie prescrizioni particolari, assicura alla morale dell’Alleanza una fisionomia di globalità, di unità e di profondità. La scelta fondamentale di Israele riguarda allora il comandamento fondamentale (cf Gs 24,14-25; Es 19,3-8; Mic 6,8). Anche la morale della Nuova Alleanza è dominata dall’appello fondamentale di Gesù alla sua «sequela» — così anche al giovane egli dice: «Se vuoi essere perfetto… vieni e seguimi» (Mt 19,21) —: a tale appello il discepolo risponde con una decisione e scelta radicale. Le parabole evangeliche del tesoro e della perla preziosa, per la quale si vende tutto ciò che si possiede, sono immagini eloquenti ed efficaci del carattere radicale e incondizionato della scelta che il Regno di Dio esige. La radicalità della scelta di seguire Gesù è meravigliosamente espressa nelle sue parole: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà» (Mc 8,35).

L’appello di Gesù «vieni e seguimi» segna la massima esaltazione possibile della libertà dell’uomo e, nello stesso tempo, attesta la verità e l’obbligazione di atti di fede e di decisioni che si possono dire di opzione fondamentale. Analoga esaltazione della libertà umana troviamo nelle parole di san Paolo: «Voi, fratelli, siete stati chiamati a libertà» (Gal 5, 13). Ma l’Apostolo immediatamente aggiunge un grave monito: «Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne». In questo monito riecheggiano le sue precedenti parole: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5,1). L’apostolo Paolo ci invita alla vigilanza: la libertà è sempre insidiata dalla schiavitù. Ed è proprio questo il caso di un atto di fede — nel senso di un’opzione fondamentale — che viene dissociato dalla scelta degli atti particolari, secondo le tendenze sopra ricordate.

Veritatis Splendor 66

L’opzione fondamentale, dunque, è “una novità” soltanto in riferimento all’ausilio delle scienze umane, quali la psicologia e la sociologia, ma nel suo contenuto rispecchia profondamente l’essenza della dottrina morale di ogni teologia cristiana: in tal senso il fissismo deterministico che fa del “peccato mortale” una qualunque entità intramondana, invece che un fenomeno della vita interiore, è uguale e contrario all’ostinato errore dei teologi (tra cui anche qualche cardinale) che vorrebbero appunto escludere dal panorama della morale il peccato mortale. E poi scrivono centinaia di pagine sul titolo cristologico di “redentore”, che pure è così semplice… ovvero sarebbe semplice, se non si togliesse di mezzo il peccato.

Viceversa, qualche giorno fa proprio qui scrivevo:

C’è chi pensa che i peccati e gli atti virtuosi debbano comporsi in una sorta di somma algebrica, ove dato un valore a ogni atto si spera (o si scommette) che il risultato sia maggiore di 0.

Ecco, no: la morale delle somme algebriche è l’estremo sbagliato (e pericoloso) della fazione ecclesiale che vorrebbe passare per “integrista”. In realtà nell’idolatrare il criterio di discernimento asettico che autonomamente si sono dati non solo si imprigionano a «un dio che non può salvare» (Is 45, 20), ma si allontanano da ogni esperienza umana, perché l’uomo l’ha fatto appunto l’unico «Dio giusto e salvatore» (Is 45, 21).

Ma per non tornare a ripetere me stesso, voglio portarvi oggi le parole di un grande moralista del XX secolo, uno di quelli che sfruttò meglio e cesellò più finemente la categoria di “opzione fondamentale”. Mi riferisco al redentorista tedesco Bernard Häring. Sì, lo so che fu inquisito dal Sant’Uffizio negli ultimi anni di Paolo VI (quando ancora la CdF non si chiamava col suo nome “riformato”): non si deve dimenticare, però, che fu lo stesso Papa Montini a chiedere a Häring di predicargli gli esercizi, nel 1964 (era la prima volta – in tempi moderni – che si chiamava un ecclesiastico non italiano per questo compito!), e che fu lo stesso rigorosissimo Giovanni Paolo II, poco dopo la sua elezione pontificia, a ordinare l’archiviazione della cartella che lo riguardava. In realtà non si trovò mai qualcosa di eretico, in Häring, ma neanche di temerario, ed è per questo che volentieri ne condivido alcuni passaggi.

Nel primo volume della sua grande opera, Liberi e fedeli in Cristo, il Redentorista dedicava l’intero capitolo V (199-267) all’illustrazione dell’opzione fondamentale, con annessi e connessi: è una lettura che consiglio senz’altro a chi voglia approfondire. Per oggi c’interessa soffermarci al paragrafo IX, dedicato a “l’opzione fondamentale contro Dio e contro il bene”. Scriveva padre Häring:

Il peccato, nel senso pienamente malizioso, è un allontanarsi da Dio che distrugge l’opzione fondamentale rivolta all’impegno buono di se stesso per il servizio di Dio e per l’amore del prossimo. Dobbiamo tener presente che è impossibile distinguere semplicemente fra peccati seri e peccati non seri. Per sua stessa natura il peccato è sempre serio. I peccati veniali che a poco a poco conducono all’estremo pericolo di un peccato mortale (opzione fondamentale contro Dio) devono essere considerati come del tutto seri.

Bernard Häring, Liberi e fedeli in Cristo, vol. I, 256-257

Come si vede, un pensiero tutt’altro che lassista: lungi dal dichiarare l’inesistenza dei peccati mortali, mette in guardia anche dal sottostimare i peccati veniali. E prosegue:

C’è poi un’importante differenza fra il peccato veniale grave di una persona che è ancora nello stato di grazia e qualsiasi peccato grave di chi ha già abbandonato l’amicizia con Dio. Nel nemico di Dio c’è quel veleno pestifero della sua opzione fondamentale di inimicizia, il quale contagia ogni peccato, mentre la persona la cui opzione fondamentale è per l’amicizia con Dio non porta impresso questo marchio di inimicizia nella profondità del suo essere. Ad ogni modo, se in una persona c’è qualcosa di malato ed essa non si preoccupa di guarire, tale disinteresse per la salute può diventare la causa della rovina finale. La stessa cosa capita con il peccato veniale, specialmente con il peccato veniale grave.

Ibid.

Penso che le parole di Häring si facciano interessanti (ognuno di noi può ritrovarsi in queste dinamiche, se abbiamo la coscienza anche solo minimamente allenata), e in molti si staranno chiedendo cosa sia mai codesto “peccato veniale grave”… Pazienza e sarà chiaro: Häring si dà ora a spiegare come la dottrina tomista della grazia non preveda che lo stato di grazia abituale si perda facilmente (Tommaso d’Aquino, De veritate q. 27, a. 1 ad 9).

Secondo san Tommaso la grazia abituale conferisce una così forte inclinazione basilare verso il bene, che non è facile che un singolo atto la distrugga. Tuttavia egli riconosce pure che alla fine è attraverso un singolo atto che si può perdere l’amicizia con Dio.

I manuali di teologia morale che non prendevano in considerazione l’opzione fondamentale o che badavano poco al modo in cui la grazia di Dio opera in noi, spesso suggerivano l’impressione che un cristiano medio potesse cadere sette volte al giorno nel peccato mortale ed altrettante volte risorgere da esso. Psicologicamente ciò è quasi impensabile.

Ibid.

A questo punto Häring illustra i due modi estremi con cui si può perdere l’amicizia con Dio:

Nel primo caso ciò può avvenire mediante un peccato mortale commesso da una persona che possiede ancora una visione chiara, un’acuta consapevolezza del fatto che un certo atto contraddice l’amicizia con Dio, e nondimeno decide in favore di tale atto che raggiunge la profondità del suo cuore e si imprime in tutto il suo essere.

L’altro tipo estremo di perdita dell’amicizia di Dio potrebbe essere il risultato di molti peccati veniali: attraverso l’abuso frequente della grazia di Dio, attraverso un crescente lassismo che smorza sempre più la sensibilità di una persona per il bene, la sua gratitudine per Dio e la sua responsabilità per i bisogni degli altri, si arriva al punto che l’opzione fondamentale viene rovesciata da un atto liberamente scelto, sebbene privo di grande intensità, come un alito di vento spegne una candela la cui fiamma sta già esaurendosi.

Bernard Häring, Liberi e fedeli in Cristo, vol. I, 258

Perciò – prosegue il Redentorista – non dovremmo pensare che l’opzione fondamentale abbia una struttura statica o che essa si sostenga automaticamente da sé. Ogni decisione mette in moto un certo processo di sviluppo o per il bene o per il male. Ma non si dovrebbe negare che nella storia di una persona ci siano momenti nei quali un atto concreto può rovesciare l’opzione fondamentale.

Bernard Häring, Liberi e fedeli in Cristo, vol. I, 258-259

Di simili atti la storia della letteratura ottocentesca è piena (ed è il motivo per cui durerà nei secoli, a differenza di molta paccottiglia novecentesca e contemporanea), e ogni volta che leggo dell’“abuso della grazia” ripenso a quella tremenda pagina di Teresa di Lisieux (il Redentorista non sarà dottore della Chiesa, ma la Carmelitana lo è…):

Esistono davvero anime senza fede, le quali per l’abuso delle grazie hanno perduto questo tesoro immenso, sorgente delle sole gioie pure e vere.

Teresa di Lisieux, Manoscritto autobiografico C

“Abusare della grazia” significa appunto sottostimare il peccato, quello quotidiano che non dà nell’occhio e che rapidamente non viene più segnalato neppure dalla coscienza, non appena questa viene narcotizzata appunto da quel tipo di peccato.

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