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Come si fa a capire quando un peccato è “veramente mortale”?

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Pixabay | CC0

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 22/03/18

Questa è la grande sfida che, sola, segna la distanza tra il successo della teologia (Tommaso ricorda che di scienza pratica, non teoretica, si tratta) e il suo fallimento. Qualcuno fra quanti di voi hanno letto i miei ultimi articoli qui su Aleteia avrà certamente notato il mio ricorrente riferirmi alla categoria di “opzione fondamentale”. Né sarà mancato – presumo – chi tra quelli sarà tornato con la mente al 1993 e alla preziosa enciclica gianpaolina Veritatis Splendor. In quell’imprescindibile documento di morale fondamentale il Papa polacco dedicava ben cinque numeri (65-70, per 14 paragrafi in tutto!) a discutere della dottrina detta “dell’opzione fondamentale”, che per molti moralisti moderni è lo strumento fondamentale della vita morale. Il complesso e dettagliato giudizio che Giovanni Paolo II volle esprimere su questo ganglo essenziale della vita umana viene talvolta ridotto a una secca condanna, estrapolando da Vertitatis splendor alcuni passaggi come questo:

Le considerazioni intorno all’opzione fondamentale hanno indotto, come abbiamo ora notato, alcuni teologi a sottoporre a profonda revisione anche la distinzione tradizionale tra i peccati mortali e i peccati veniali. Essi sottolineano che l’opposizione alla legge di Dio, che causa la perdita della grazia santificante — e, nel caso di morte in un simile stato di peccato, l’eterna condanna —, può essere soltanto il frutto di un atto che coinvolge la persona nella sua totalità, cioè un atto di opzione fondamentale. Secondo questi teologi il peccato mortale, che separa l’uomo da Dio, si verificherebbe soltanto nel rifiuto di Dio, compiuto ad un livello della libertà non identificabile con un atto di scelta né attingibile con consapevolezza riflessa. In questo senso — aggiungono — è difficile, almeno psicologicamente, accettare il fatto che un cristiano, che vuole rimanere unito a Gesù Cristo e alla sua Chiesa, possa così facilmente e ripetutamente commettere peccati mortali, come indicherebbe, a volte, la «materia» stessa dei suoi atti. Parimenti sarebbe difficile accettare che l’uomo sia capace, in un breve lasso di tempo, di spezzare radicalmente il legame di comunione con Dio e, successivamente, di convertirsi a lui mediante la sincera penitenza. Occorre dunque — si dice — misurare la gravità del peccato piuttosto dal grado di impegno della libertà della persona che compie un atto che non dalla materia di tale atto.

Veritatis Splendor 69

Ed è sintomatico che Giovanni Paolo II si richiamasse all’esortazione apostolica postsinodale Reconciliatio et pœnitentia, del 1984, che raccoglieva e proponeva alla Chiesa i frutti della consultazione sinodale dell’anno prima. Avveniva quindi dieci anni prima dell’enciclica (così la Tradizione si sviluppa approfondendo il Magistero). Ebbene, in quel documento lo stesso Papa polacco scriveva:

[…] si dovrà evitare di ridurre il peccato mortale a un atto di «opzione fondamentale» – come oggi si suol dire – contro Dio, intendendo con essa un esplicito e formale disprezzo di Dio o del prossimo. Si ha, infatti, peccato mortale anche quando l’uomo, sapendo e volendo, per qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato. In effetti, in una tale scelta è già contenuto un disprezzo del precetto divino, un rifiuto dell’amore di Dio verso l’umanità e tutta la creazione: l’uomo allontana se stesso da Dio e perde la carità. L’orientamento fondamentale, quindi, può essere radicalmente modificato da atti particolari. Senza dubbio si possono dare situazioni molto complesse e oscure sotto l’aspetto psicologico, che influiscono sulla imputabilità soggettiva del peccatore. Ma dalla considerazione della sfera psicologica non si può passare alla costituzione di una categoria teologica, qual è appunto l’«opzione fondamentale», intendendola in modo tale che, sul piano oggettivo, cambi o metta in dubbio la concezione tradizionale di peccato mortale.

Se è da apprezzare ogni tentativo sincero e prudente di chiarire il mistero psicologico e teologico del peccato, la Chiesa però ha il dovere di ricordare a tutti gli studiosi di questa materia la necessità, da una parte, di essere fedeli alla parola di Dio che ci istruisce anche sul peccato, e il rischio, dall’altra, che si corre di contribuire ad attenuare ancora di più, nel mondo contemporaneo, il senso del peccato.

Reconciliatio et pœnitentia 17

Appare chiaro, quindi, anche senza approfondire nel dettaglio (che forse non interesserà a tutti), come l’intento di Papa Wojtyła non fosse quello di castrare quell’importante categoria teologica, bensì quello di incanalarne la fecondità teoretica potandone – per così dire – i polloni cancerosi.

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confessionefocus peccatolegge moralemorale cristianapeccato mortalerelativismo moraleteologia morale
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