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Dodici passi di libertà. Una via d’uscita dalla dipendenza

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Aleteia - pubblicato il 09/08/22

La testimonianza di un sacerdote cattolico che ha voluto mantenere l'anonimato

Nella lettera ai Romani San Paolo scriveva una frase divenuta poi celeberrima nel corso della storia e della spiritualità cristiana: “io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7,13). Questo enunciato è sicuramente vero per ognuno di noi, lo sentiamo vivo e attivo nella nostra carne, e accomuna ogni persona, a prescindere dal credo, dalla provenienza e dalla cultura. Ma per alcune persone in particolare, queste parole assumono un tono più serio, più profondo e drammatico, che può condurre nei casi più gravi alla perdita della stessa vita. Mi riferisco a chi soffre di una dipendenza, per la quale la persona si scopre non più in grado di controllare il proprio pensiero e comportamento, perdendo progressivamente la capacità di scelta: la sostanza da cui dipende gestisce la sua vita, interna ed esterna. 

I percorsi di recupero dalle dipendenze sono una realtà molto sviluppata nel mondo anglosassone da più di ottant’anni, e sebbene stia entrando nelle case italiane attraverso TV, media e stampa sempre più globalizzati, rimane ancora poco nota, in modo particolare nell’area mediterranea, in cui le dipendenze sono spesso trattate come un tabù, uno stigma e un qualcosa da tenere nascosto nel segreto della famiglia. Segreto che quasi mai è poi così segreto. Nel nostro immaginario una seduta di Alcolisti Anonimi si presenta come un cerchio di sedie al centro di una stanza, la presentazione per nome di ogni membro e la risposta entusiasta dei partecipanti… ma, al di là di questa rappresentazione stereotipata, quanto davvero sappiamo di questo mondo?

Nei miei primi anni di formazione al sacerdozio in un Paese in cui la società è culturalmente abbastanza affine a quella statunitense, ho avuto modo di entrare in contatto con diverse persone in recupero dalle dipendenze, e mi sono così appassionato al loro modo di vivere, che a mio parere è molto evangelico nell’essenza, e attraente nella spiritualità. Da sacerdote e confessore mi accorgo sempre più di quanto diffuse siano al giorno d’oggi le dipendenze e di quanto le soluzioni tradizionali, compresa la pratica religiosa, non siano sempre la risposta più adeguata a questo tipo di sofferenza. In una società sempre più disgregata, in cui si ha l’impressione di essere soli in un mondo troppo vasto, con la scissione tra reale e virtuale, il numero di persone di tutte le età che vengono risucchiate nella spirale della dipendenza cresce di anno in anno, mentre ancora troppo poche sono quelle che sanno che una via d’uscita è possibile. Ad alcune di queste propongo, come possibilità e non come unica soluzione, la galassia di programmi dei 12 passi, a cui è dedicato questo articolo. 

Un po’ di storia 

La data di partenza è il 10 giugno 1935, quando un certo dott. Bob bevve il suo ultimo bicchiere di whisky, dopo essere stato approcciato da Bill W., un agente di borsa newyorkese che gli aveva raccontato di come era riuscito a smettere di bere. Questa data segna l’inizio della fratellanza degli Alcolisti Anonimi (d’ora in poi AA), il primogenito di altri programmi che si sarebbero sviluppati in seguito sulla stessa base spirituale.

Bill racconta che nel 1934, mentre era in casa a programmare le sue prossime bevute, ricevette la chiamata di un vecchio amico e compagno di avventure che, con sua grande sorpresa era sobrio. Ebby, questo il suo nome, andrà a trovare Bill e gli racconterà di come avesse smesso di ubriacarsi grazie al percorso spirituale dei gruppi di Oxford, un movimento nato in ambito protestante, che si rifaceva al cristianesimo primitivo. I membri di questi gruppi avevano alla base della loro fede alcuni enunciati-chiave: tutti gli uomini peccano, tutti i peccatori possono cambiare, la confessione è un prerequisito per il cambiamento; la persona cambiata può avere accesso diretto a Dio; i miracoli sono ancora possibili, la persona cambiata deve aiutare altri a cambiare a loro volta. 

Bill nutriva forti sentimenti antireligiosi, ma era aperto alla possibilità che un dio esistesse da qualche parte nell’universo. Impressionato dalla conversazione con Ebby, una delle sue notti di delirio in ospedale, Bill formulerà la preghiera che risulterà decisiva per la sua risalita dall’inferno alcolico: “Farò qualunque cosa! Qualunque cosa! Se c’è un Dio, che si mostri a me!”. Detto questo, l’esperienza mistica di una luce avvolgente segnò il passaggio da una vita avvelenata dall’alcol a una fatta di sobrietà e dono di sé a chi fosse ancora nella sofferenza.

Bill, sobrio ma solo, perché non era riuscito ad aiutare nessun altro con il metodo di Oxford, si ritrovò lui stesso in un momento di crisi. Il fallimento di un’impresa economica lo portò in un albergo di Akron in Ohio a scegliere fra il bar e la cabina telefonica. Per grazia di Dio, opterà per la seconda e, dopo una serie di chiamate ai vari ministri religiosi della città, arriverà al dott. Bob, un medico, anche lui alcolista, e frequentatore di Oxford. 

Nel frattempo il dott. Silkworth che seguiva Bill, lo aveva incoraggiato a mettere da parte i discorsi sulla sua esperienza mistica in ospedale e a limitarsi a far conoscere ad altri la sua diagnosi sulla natura dell’alcolismo, e cioè la presenza simultanea di un’allergia fisica e di un’ossessione mentale. Questa diagnosi è ancora oggi fondamentale per comprendere la natura delle dipendenze. Per allergia si intende la reazione anormale di un organismo a una sostanza specifica: il non riuscire a smettere una volta iniziato, e tutta una serie di sintomi localizzati in diverse parti del corpo, variabili da persona a persona. Chi sperimenta la compulsione per il cibo ad esempio, non è in grado di limitare il suo consumo di particolari alimenti, proprio a motivo di questa allergia. Una volta iniziato, comincerà a mangiare ben oltre la fame e la propria capacità fisica di assunzione. Lo stesso vale per l’alcol, per le droghe e per qualunque forma di dipendenza, comprese le scommesse e la pornografia. Il dipendente non può decidere la quantità di assunzione della sua “droga”; se comincia, non saprà come fermarsi.

Un’allergia di per sé non sarebbe una cosa inesorabile: le persone che ne soffrono devono soltanto fare molta attenzione a non assumere o entrare in contatto con l’agente allergico e les jeux sont faits! Ma come fare quando ad essa è accompagnata una ossessione mentale che farà sempre in modo che la persona si accosti a ciò che le fa male?

Per ossessione si intende infatti quell’inganno della mente che fa ritenere alla persona dipendente che questa volta sarà in grado di controllare il consumo della sostanza senza perdere il controllo; che questa volta andrà tutto bene, e che il mattino seguente non si risveglierà in preda all’orrore e alla depressione che hanno sempre accompagnato il consumo smodato. Il ricordo della sofferenza a seguito dell’uso non sembra essere presente nella memoria del dipendente al momento della tentazione ossessiva. L’unica cosa che torna continuamente è il pensiero del piacere associato al consumo. Se soccombe all’ossessione e accetta la tentazione di iniziare a “bere”, l’allergia viene innescata e da quel momento in poi inizia la caduta libera, che in alcuni casi può durare giorni, settimane o mesi.

Per questo motivo la combinazione di ossessione e allergia è stata per decenni un grattacapo per gli specialisti fino alla diagnosi del dott. Silkworth e alla prospettiva Junghiana della necessità di un cambiamento radicale a livello psichico e cognitivo.

Questo, in sostanza, il messaggio che Bill portò al dott. Bob, in un incontro che sarebbe dovuto durare quindici minuti, ma che alla fine si prolungò per sei ore. Dopo una breve ricaduta, dott. Bob smise di bere e i due cominciarono a girare insieme per i sanatori, parlando agli alcolisti più disperati, guadagnando nuovi compagni che si organizzarono nei primi due gruppi di AA, i quali andranno avanti per quattro anni senza un testo ufficiale di riferimento, finché nel 1939 la prima edizione di Alcolisti Anonimi (meglio conosciuto come “il grande libro”) fece la comparsa sulla scena mondiale, producendo un’esplosione di adesioni alla nuova società. Il grande libro è una guida al recupero, nel quale vengono illustrati dodici passi spirituali da compiere insieme a Dio, a uno sponsor e a un gruppo di sostegno.

Da decenni ormai, un miracolo si produce ogni volta che una persona dipendente può dichiarare un giorno in più di sobrietà. Il programma dei 12 passi infatti non promette una guarigione, ma un progressivo e quotidiano recupero. La malattia della dipendenza non viene rimossa dalla persona, ma arrestata, per cui è possibile vivere una vita di libertà nonostante le tentazioni e le prove, un giorno alla volta.

In cosa consiste

Uno dei segreti di questo programma è l’aspetto comunitario. Essendo la dipendenza una malattia che conduce all’isolamento (pensiamo a come si spengono moltissimi tossicodipendenti nelle nostre strade), il recupero passa attraverso il riallaccio di una rete di relazioni sane e di reciproco aiuto. Oggi la tecnologia mette a disposizione molteplici mezzi di comunicazione, per cui è molto più facile mantenersi in contatto via telefono, WhatsApp, Skype o Zoom, di quanto non lo fosse negli anni Trenta, via lettera. Inoltre il programma si basa su incontri dal vivo, in cui come gruppo si studia un testo e si condivide la propria esperienza, forza e speranza. Ma il cuore del programma sono proprio i 12 passi, tappe che la persona dipendente attraversa, con l’accompagnamento di uno sponsor, che non è altro che un altro dipendente in recupero, che ha più esperienza e una più lunga sobrietà. 

Un altro elemento tipico di questo percorso è la sua essenza spirituale ma non religiosa. I gruppi di recupero dei 12 passi infatti non sono affiliati a nessuna religione, confessione o istituzione. Questa libertà permette a ciascuno di inserirsi al meglio, mantenendo la propria fede o tradizione, senza entrare in collisione con quelle degli altri. Insieme: ebrei, cristiani, musulmani, buddhisti, sikh, agnostici e non credenti, scoprono che esiste al di sopra di tutto un Potere Superiore, il cui nome può variare in base alle credenze di ciascuno, a cui vale la pena affidare la propria vita, e dal quale lasciarsi sanare e guidare.

Gratuitamente e senza alcuna quota di iscrizione, nell’anonimato e nel rispetto della confidenzialità, questi gruppi vanno avanti da anni, autosostenendosi e rifiutando donazioni esterne, dimostrando che oggi, come nei tempi antichi, i miracoli sono ancora possibili.

Alcuni hanno tacciato questi programmi di tendenze New Age, di relativismo o di indifferentismo religioso. Dal poco che ho potuto constatare leggendone i testi, posso dire di aver trovato una sapienza che in nulla collide con la fede cattolica. Il grande libro presenta una copiosa serie di citazioni evangeliche e lo spirito che lo pervade è profondamente cristiano. C’è di più, la prima stretta collaboratrice di Bill e dott. Bob fu una suora della carità di Sant’Agostino, chiamata sr. Ignatia, infermiera in un ospedale che curava alcolizzati e tossicodipendenti, oggi considerata una sorta di santa dal consesso degli alcolisti anonimi. Dal versante cattolico, i primi ad appoggiare questa esperienza furono alcuni gesuiti fra cui P. Edward Dowling, e oggi in svariate parti del mondo la maggior parte dei gruppi si riunisce in saloni parrocchiali e in chiese di varie denominazioni.

Vivere un giorno alla volta, senza preoccuparsi troppo del futuro, nell’abbandono fiducioso alle mani di un Padre amoroso, a cui consegnare le proprie debolezze e fragilità, condividendole in onestà con altri fratelli nello spirito del “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” è ciò che, a mio avviso, accomuna questo programma al nucleo del messaggio evangelico.

I 12 passi

Riporto di seguito i 12 passi di AA, come esempio che vale per tutti gli altri programmi ad essi ispirati, con la sola eccezione dell’oggetto della dipendenza, che ovviamente cambia:

1 Abbiamo ammesso di essere impotenti di fronte all’alcol e che le nostre vite erano divenute incontrollabili.

2 Siamo giunti a credere che un Potere più grande di noi potrebbe ricondurci alla ragione.

3 Abbiamo preso la decisione di affidare le nostre volontà e le nostre vite alla cura di Dio, come noi potemmo concepirLo.

4 Abbiamo fatto un inventario morale profondo e senza paura di noi stessi.

5 Abbiamo ammesso di fronte a Dio, a noi stessi e a un altro essere umano, l’esatta natura dei nostri torti.

6 Eravamo completamente pronti ad accettare che Dio eliminasse tutti questi difetti di carattere.

7 Gli abbiamo chiesto con umiltà di eliminare i nostri difetti.

8 Abbiamo fatto un elenco di tutte le persone cui abbiamo fatto del male e siamo diventati pronti a rimediare ai danni recati loro.

9 Abbiamo fatto direttamente ammenda verso tali persone, laddove possibile, tranne quando, così facendo, avremmo potuto recare danno a loro oppure ad altri.

10 Abbiamo continuato a fare il nostro inventario personale e, quando ci siamo trovati in torto, lo abbiamo subito ammesso.

11 Abbiamo cercato attraverso la preghiera e la meditazione di migliorare il nostro contatto cosciente con Dio, come noi potemmo concepirLo, pregandoLo solo di farci conoscere la Sua volontà nei nostri riguardi e di darci la forza di eseguirla.

12 Avendo ottenuto un risveglio spirituale come risultato di questi Passi, abbiamo cercato di portare questo messaggio agli alcolisti e di mettere in pratica questi principi in tutte le nostre attività.

Una bella immagine dell’impatto dei Passi sulla vita la troviamo nel sito internet dei Codipendenti Anonimi:

“I Passi ci portano fuori dal binario dei comportamenti autodistruttivi verso relazioni sane e amorevoli con Dio, con noi stessi e con gli altri: attraverso di essi cresciamo, stabiliamo una scala di priorità fra i diversi rapporti e riceviamo una guida per vivere in modo salutare e affettivamente ricco.”

La situazione in Italia 

Non sono molto informato sulla situazione attuale dei gruppi dei 12 passi in Italia, ma da una rapida ricerca su internet, mi pare di capire che le diverse fratellanze siano una realtà relativamente nuova, ma in crescita lungo lo Stivale. Di anno in anno aumentano i gruppi dedicati alle sempre nuove forme di dipendenza. Al momento è possibile trovare gruppi di sostegno per la dipendenza da: alcol (Alcolisti Anonimi), droghe e fumo (Narcotici Anonimi), sesso, lussuria, pornografia e relazioni (Sexaholics Anonimous, Sex Addicts Anonymous, Sex and Love Addicts Anonymous), cibo (Overeaters Anonimous), emozioni (Emotivi Anonimi) e altre persone (Codipendenti Anonimi, abbreviato CoDa), e probabilmente dell’ altro che potrebbe essermi sfuggito. A questi vanno aggiunti i gruppi per familiari e amici di dipendenti (Al-anon, SAnon, NarAnon…).

A te che leggi, e che hai il sospetto di soffrire di una forma di dipendenza vorrei dire qualche parola. Innanzitutto: non avere paura! Esiste una via d’uscita. Roy K., il fondatore della fratellanza dei Sexaholics Anonymous, scrive nell’omonimo libro che la dipendenza è il tentativo di colmare un vuoto spirituale con realtà materiali. Ciò che il dipendente cerca è quella che Roy chiama “la vera Connessione”, un qualcosa che si può trovare in Dio solo. Ed è Dio ciò che i 12 passi ti aiuteranno a trovare. Insieme a una famiglia di fratelli e sorelle che sapranno capirti come nessuno mai, e che sono in attesa di conoscerti. 

Se noti che stai perdendo il controllo in alcune aree della tua vita, se sei preda di pensieri ossessivi ricorrenti circa uno stesso soggetto, se nonostante tutti i tuoi sforzi, promesse, digiuni, preghiere, farmaci, psicoterapia, non sei in grado di far smettere un certo comportamento, se ogni volta giuri che sarà l’ultima e sei preso dal disgusto e dalla paura, ma dopo poco sei pronto a rifarlo ancora vuol dire che non sei più libero di scegliere se usare o meno la tua “sostanza”, e fai cose che non vorresti fare. Molto probabilmente soffri di una dipendenza e dovresti trattarla per ciò che è. È inutile pensare che le cose miglioreranno quando e se questa o quella condizione si verificherà: quasi certamente, le cose continueranno a peggiorare.

Se invece ti identifichi in alcuni sintomi ma non ne sei del tutto sicuro, prova a dare un’occhiata ai diversi siti disponibili, lì troverai dei questionari per l’autovalutazione. Arriverai da solo alla risposta che cerchi. Confida in Dio e credi che la verità ti sarà rivelata, e così anche il prossimo passo nella giusta direzione. 

Sappi che se mai arrivassi a visitare un gruppo di persona o in via virtuale (dall’inizio del Covid sono nati molti incontri online), sarai sempre libero di lasciarlo in qualunque momento. Nessuno proverà a inseguirti, perché l’elemento centrale su cui si gioca la partita del recupero è proprio la riscoperta della libertà. Non temere per la tua privacy perché come dice il nome stesso di ogni fratellanza, l’anonimato è garantito con scrupolosa osservanza.

Il libro dei Narcotici Anonimi contiene un paragrafo capace di infondere speranza:

“Quando alla fine della strada scopriamo di non poter più funzionare come esseri umani, con o senza droghe, tutti noi ci troviamo di fronte allo stesso dilemma. Cosa ci resta da fare? Le alternative sembrano queste: o continuiamo ad andare avanti nel migliore dei modi fino all’amara fine – prigioni, istituzioni, morte – oppure troviamo un nuovo stile di vita. In passato, pochissimi dipendenti hanno avuto quest’ultima scelta; coloro che sono tali oggi, sono più fortunati. Per la prima volta nella storia dell’uomo, un semplice metodo si è dimostrato efficace nella vita di molti. Esso è a disposizione di tutti noi.” 

Qualche versetto dopo la citazione paolina con cui abbiamo iniziato leggiamo:

“Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!”.

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