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Grazie alle suore che mi hanno salvato dall’abisso dell’alcolismo e delle droghe

ALCOHOLISM, MAN, DRUNKEN
Kamira | Shutterstock
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Noel Mulcahy è guarito dalle sue dipendenze imparando la gioia da chi è veramente libero, cioè da chi dipende solo dall’amore del Padre.

Forse si può sintetizzare questa storia dicendo che l’uomo cura davvero le sue dipendenze se impara ad amare la vera Dipendenza. Restiamo figli tutta la vita, figli di un Padre che non molla la presa e a cui invece noi voltiamo le spalle o chiudiamo le orecchie. È un abbaglio che l’uomo adulto e realizzato sia solo al comando e indipendente; quanta libertà c’è invece nel riconoscere la nostra più feconda dipendenza. Ma andiamo per passi.

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Una borsa di vestiti, un cambio d’anima

Noel Mulcahy ha appena 37 anni ma si porta sulle spalle una vita già piena di fardelli pesanti. Ha raccontato le sue vicissitudini, ma soprattutto la sua rinascita, a un giornale di Cork (Irlanda), dove vive: la sua vita di giovane adulto non ha conosciuto giorni da sobrio finché non è arrivato al convento di Sant’Elena. Fin dall’infanzia Noel è stato un ragazzo aggressivo, con una rabbia intima ingestibile; abbandona presto la scuola e si imbatte in compagnie distruttive che lo introducono all’abuso di droghe e alcol. Ogni contatto con la propria famiglia viene interrotto, reciso con violenza. La sintesi di anni perduti nell’autodistruzione è questa, per voce dello stesso Noel:

Sono finito in luoghi bui, alcuni troppo bui per riuscire a parlarne. (da Echo Live)

La selva oscura è qui, e non è una finzione letteraria. C’è la tentazione dell’ombra a ogni passo, caderci in solitudine significa sprofondare sempre di più.

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Ricordo che era una benedetta fissazione del prete detective Padre Brown: non si sta sempre allo stesso livello di male, perché l’azione pertinente del male è quella di far precipitare. Motivo per cui proprio quel detective era indaffarato a curarsi anche di semplici malviventi, sapendo bene che ogni piccolo crimine è l’anticamera di uno più grande.

Dalla selva non si esce grazie a un grande sforzo personale, ci si deve sempre attaccare a qualcuno che viene a strapparci dal buco nero. Nel caso di Noel furono le Suore Missionarie della Carità a offrirgli un rifugio e un’occasione di cambiamento. Il loro ordine infatti ha la vocazione di accogliere e dare assistenza a senzatetto e tossicodipendenti:

Arrivai da loro di lunedì, con una borsa di vestiti. Normalmente non accolgono gente di lunedì; ma la suora capì che se fossi andato via quel giorno non sarei mai più tornato. Mi offrì una stanza, il mio letto era quello più vicino alla finestra. Ero messo così male a quel tempo che non ero neppure in grado di rifarmi il letto. Tantissime questioni della mia vita andavano risolte. Le suore mi hanno aiutato ad amare me stesso e gli altri; nessuno me lo aveva mai insegnato prima. Credo fermamente che Dio operi attraverso le persone, e senza ombra di dubbio ha operato attraverso di loro. (Ibid)

SISTERS OF LIFE,NEW YORK
Jeffrey Bruno | Aleteia

A sentire quello che si dice in giro, sembra che amare sia una cosa così facile, spontanea, istintiva. Quante dipendenze chiamiamo amore. Cioè: quante volte scambiamo l’amore per la voglia irrefrenabile di fare qualcosa che piace, per l’ebbrezza di vivere il momento, per la tentazione di lasciarci andare a emozioni passeggere. L’amore non lo impariamo da soli, ne capiamo la vera natura e potenza solo quando qualcuno ce ne mostra la luce più autentica.

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E poi, amare se stessi: “Mi hanno aiutato ad amare me stesso” nota Noel ed è uno dei paradossi più sensati della vita; l’uomo non sa amarsi da solo, deve essere guardato con amore da qualcuno per mettere a fuoco il bene che è. Proprio l’assenza di questa evidenza originaria è l’anticamera di ogni dipendenza, anche meno devastante dell’alcolismo e della tossicodipendenza. Ma dipendere non è un brutto verbo, anzi è la chiave della vera libertà umana se considerato come sinonimo di “aggrapparsi” e non di “non resistere senza”. Possiamo senz’altro dire che Noel abbia incontrato in convento il volto disarmante e fecondo della vera dipendenza.

Anche da soli si sta insieme

Il racconto del signor Mulcahy avviene da quel posto di frontiera che è l’inizio di una nuova ipotesi di vita: ora Noel fa il volontario per aiutare altre persone come lui. Ha recuperato i rapporti interrotti coi suoi familiari. Vive da solo da febbraio e non nasconde che sia faticoso:

Lasciare il convento è stato un passo enorme per me. Non ho mai vissuto da solo prima, ma loro mi hanno reso forte abbastanza per affrontare la cosa. Il mondo è un posto solitario, ma conto le mie benedizioni giorno dopo giorno. (Ibid)

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Sarebbe stato confortante rimanere nel rifugio dove era stato guarito, ed è proprio questo che distingue la dipendenza patologica da quella sana. Le radici consentono a un albero di crescere, non lo fagocitano. Lo stesso fa la famiglia con ogni suo figlio, resta un appiglio nutriente con l’origine ma ogni soggetto rimane tale, non è intrappolato e matura. Le suore hanno avuto la stessa premura nei confronti di Noel e si capisce benissimo la sua fatica ad allontanarsi dal convento, che però non è uno staccarsi definitivo. Noel sta facendo memoria dell’origine di tutti noi. La nostra libertà cammina su questa linea di frontiera, ma non è come l’equilibrista a braccia spalancante sopra il filo. L’orizzonte del vivere non è mai il nostro solo sforzo solitario; è vero che ci sono cadute possibili e molto vicine a ciascuno, ma siamo costantemente dipendenti-aggrappati alla mano del Padre che sta sulla spalla, senza invadere.

Ogni amore che non porta dentro questa impronta dell’Amore di Dio degenera nella dipendenza che si fa sterile, che si fa bulimia di possesso o stordimento. L’illusione che l’uomo sia una creatura potente quando è libera da qualunque vincolo è la porta d’ingresso della selva oscura.

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