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Vania è morta per soccorrere un motociclista ferito

INCIDENTE, STRADA, SOCCORSI

Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 12/04/22

43 anni, Vania Giglio viveva a Rho con marito e figli. Lo scorso sabato è stata travolta da un'auto mentre stava prestando soccorso alla vittima di un tamponamento nella tangenziale Est di Milano.

Un presente fatto di niente?

Con mia sorpresa, ieri sera a cena il figlio adolescente ha tirato fuori una domanda spiazzante: “Mamma, come si fa a vivere il presente? Sembra fatto di niente, invece i miei pensieri per il futuro sono enormi”.

Ci sei, qui e ora. Eppure questa coscienza sembra fatta di niente, rispetto a certi rimpianti del passato o a certe attese (o paure) per il futuro. Allora a cena abbiamo parlato del presente, l’asso tirato fuori dalla manica del ‘mio giovanotto’ che evidentemente non è solo Iphone e motocicletta. Per tutto il giorno avevo pensato alla tragica vicenda di Vania Giglio, e siamo partiti da lì a pensare all’occasione misteriosa che è essere presenti a ciò che si vive.

A dire il vero, che si chiamasse Vania l’ho scoperto stamattina. Ieri la pensavo come ‘la donna della tangenziale Est di Milano’. Avevo anche appreso che abitava a Rho e questo me la rendeva più vicina, visto che i nostri parenti abitano lì. Nel mezzo del cammin di sua vita, lo scorso sabato sera verso mezzanotte, Vania ha deciso di fermarsi mentre viaggiava sulla tangenziale: accortasi di un incidente, ha voluto prestare soccorso. E quel gesto di vera presenza l’ha portata al sacrificio della vita. Quale vertigine di senso ci spalanca il presente, l’unico tempo in cui la libertà può prendere decisioni che valgono un intero destino?

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Investita mentre soccorreva un ragazzo

Vania Giglio viveva a Rho con suo marito e con i suoi figli, dal 2001 e fino al 2016 era stata una dipendente come impiegata amministrativa all’ospedale Humanitas di Rozzano, città doveva aveva sempre vissuto nella zona di Quinto Stampi fino al trasferimento pochi anni fa.

Era passata da poco la mezzanote quando è avvenuto l’incidente a catena: prima un 26enne in moto che urta un’auto guidata da un 31enne, poi Vania Giglio che, vedendo il motociclista a terra, avrebbe prima telefonato alla centrale unica dei soccorsi, poi è scesa dalla sua macchina per vedere le condizioni del ragazzo e per aiutarlo. E’ stato allora che una seconda auto, guidata da una donna di 65 anni, l’ha investita.

Da Repubblica

In un primo momento si era parlato di un’infermiera, perché era trapelato il dettaglio del suo lavoro all’ospedale Humanitas. E forse pareva che ciò collimasse col profilo della perfetta soccorritrice. Invece Vania era un’amministrativa, e questo allora collima con il profilo umano in senso lato. Penso, forse sbaglio, che soccorrere sia un verbo che ci appartiene a un livello profondo, avvallato dalla volontà ma antecedente a essa. È una mossa che non si riduce a ciò che è soppesato e ragionato. Nel nostro essere è scritta una prontezza nel mettersi a disposizione dell’altro.

Di sicuro Vania non aveva messo in conto di perdere la vita, decidendo di immischiarsi nel presente imprevisto che le si è palesato davanti agli occhi. Eppure è capitato. Nessuna delle altre persone coinvolte nell’incidente è in pericolo di vita. Lei sola, dopo 17 ore di agonia, al Niguarda è morta.

I commenti di chi la conosceva lasciano trapelare spiragli di una vita che aveva già conosciuto ferite, e rinascite.

Il suo istinto a fermarsi in una strada trafficata, nonostante l’ora, ha colpito tanti, a cominciare da chi già ne conosceva le doti umane. “Ci siamo conosciuti all’Humanitas – scrive Federico -. Ci hai aperto la tua porta di casa e insieme, io te e Robi, abbiamo vissuto le tue gioie e i tuoi dolori. Meritavi gioia e felicitàla vita con te era in grande debito. Ora sarai nuovamente con la tua mamma e veglierai sui tuoi figli e i tuoi cari”.

Da Agi

Forse chi ha una storia personale che è già stata esposta al dolore (s’intuisce che Vania abbia perso sua madre precocemente) può essere libero da certi freni egoistici che ci trattengono dal coinvolgerci con il prossimo, a maggior ragione se sconosciuto.

Sulla strada in piena notte

La donna che ha investito Vania è ricoverata e in stato di shock. Dietro questa tragedia non c’è un cinico pirata della strada, ma una persona di cui poco sappiamo e che però s’intuisce stia vivendo il dramma di ciò che ha compiuto. Anche questo è un tassello della vertigine che riguarda il presente.

Sappiamo immedesimarci con grande compassione nella soccorritrice che, preterintenzionalmente, si è sacrificata. Intuiamo anche che ci sia uno squarcio di luce nella sua morte, capitata proprio all’inizio della Settimana Santa: dare la vita per un altro, può accaddere davvero anche senza essere preparati o dotati di poteri speciali. Ci lascia sospesi sulla soglia dell’ipotesi che dire sì alle circostanze quotidiane chiami in causa tutto ciò che siamo.

AUTOSTRADA, AUTO, NOTTE

Ma in quell’autostrada, in piena notte, c’era anche chi ha distrutto una vita e ora ne sente il peso straziante. È più difficile immedesimarsi in questa parte della trama, ma non è così distante da noi. Il presente contiene anche il peso di saperci per strada al buio, capaci di errori che – potendolo – avremmo evitato. I miei pensieri sul futuro sono enormi – diceva mio figlio. Non solo le attese, ma anche le colpe possono rendere il futuro un macigno grosso, invadente e invalidante.

Il sì di Vania, quel gesto di coinvolgimento con ciò che le si mostrava di fronte, resta la risposta alle vertigini. E nel presente siamo impegnati a dire sì non solo a gesti encomiabili, ma anche a rattoppare le nostre cadute, gl’imbrogli di una matassa che non lascerebbe presagire niente di buono. Non è un attimo che passa, il presente non è un cumulo di istanti irrelati. Piuttosto è un dono ripetuto, un appello a cui rispondere anche quando vorremmo sottrarci. Chi ci ha fatti ci chiama ora, implora una relazione totale con Lui attraverso ogni spunto, che sia sacrificio, noia, inciampo recidivo.

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