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Felicità – di Roberto Mercadini: «Sono piantato in questo campo per dare frutto»

ROBERTO MERCADINI

Roberto Mercadini

Annalisa Teggi - Aleteia - pubblicato il 06/02/20

Lo sapevate che originariamente "felicità" era un termine agricolo? Ce lo racconta l'attore e scrittore Roberto Mercadini, portandoci al cuore di una domanda: qual è il tuo destino?

Era un informatico e oggi è un «poeta parlante», Roberto Mercadini ha una personalità che conquista al primo sguardo, complice forse il cordiale sangue romagnolo. Il suo asciutto curriculum di competenze letterarie e di spettacoli messi in scena ce lo farebbe immaginare con l’austerità inamidata di un bravo professore, tutt’altro. La sua voce e la sua presenza portano la conoscenza nel campo entusiasmante della passione, dell’ironia genuina, della gioia con cui si condividono scoperte con gli amici. I suoi video su Youtube hanno decine (a volte centinaia!) di migliaia di visualizzazioni, ed è stupefancente pensando che i contenuti riguardano la scienza, l’arte, la storia, addirittura l’esegesi biblica. Chi lo segue è abituato a lasciarsi accompagnare a scoprire il vero genio di Leonardo e poi a essere catapultato nell’avventure dei grandi pirati. Oltre che a teatro e sui social, lo si può incontrare anche «sulla carta»: tra i suoi libri ricordiamo Storia perfetta dell’errore, edito da Rizzoli, e Sull’origine della luce è buio pesto, edito da Miraggi.  Ha donato al nostro dizionario vivo Gemme un vero fuoco d’artificio su una delle parole che ci premono di più, felicità.




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Di Roberto Mercadini

Oggi sono una persona che vive facendo monologhi teatrali e scrivendo libri; vivo cioè di quella che è la mia più grande passione, di ciò che mi fa sentire più felice. Mi sento fortunato in modo sfacciato, perché mi guadagno la sussistenza esprimendo quelli che sono i miei pensieri e i miei sentimenti; potrei anche dire che vengo pagato non per qualcosa che faccio, ma per essere chi sono. Lo vivo come un privilegio quasi esagerato. Ma c’è anche un risvolto umano: molte persone mi conoscono solo per quello che condivido sui social e capita perciò che mi chiedano parole di conforto su certe loro situazioni personali; se facessi un altro mestiere sarei autorizzato a dire che, visto che non ci conosciamo, non devo loro nulla. Ma proprio perché il mio mestiere è condividere così tanto del mio vissuto personale, parte del mio privilegio è anche stare di fronte a queste richieste che ricevo.

Tra le tante esperienze che mi hanno portato a essere chi sono oggi, ne vorrei citare due. La prima è l’ascolto di un disco: avevo 16 anni, tutti i giorni trascorrevo del tempo a leggere un poema che si chiama La nuvola in pantaloni del poeta russo Vladimir Majakovski e un amico mi disse che dovevo assolutamente ascoltare il disco in cui Carmelo Bene recitava Majakovski. Quando ho messo sul piatto quel disco sono rimasto sconvolto perché quello che io immaginavo leggendo le parole sul libro era eclissato dalla voce di Carmelo Bene. Era come se prima di allora avessi visto una persona in fotografia e finalmente la incontravo, viva. Potevo come toccarlo, e lui mi parlava guardandomi negli occhi. Da allora non ho più letto quel poema, perché essendoci la voce di Carmelo Bene che «la faceva», cioè che la rendeva viva, mi sembrava che la pagina fosse qualcosa di inerte al confronto. Questo è stato il mio imprinting con la poesia e con il teatro; l’esperienza avuta nell’incontro con Carmelo Bene non me la sono più tolta di dosso e infatti nei primi spettacoli che ho fatto io recitavo le mie poesie.


SUOR, ELENA, RONDELLI

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L’altra esperienza, completamente diversa, che ha contribuito a segnare la mia vita in modo determinante riguarda il mio periodo di lavoro come informatico, mestiere che ho svolto per dieci anni. Sono laureato in ingegneria, quindi quello era il mio sbocco naturale. E come informatico ogni giorno imparavo a fare una cosa nuova: mi veniva dato un obiettivo che io non credevo di poter raggiungere, perché richiedeva qualcosa che non sapevo fare. Però il terrore di perdere il lavoro, e di perdere la stima dei colleghi e superiori, mi obbligava a buttarmi a capofitto nei tentativi. In realtà, poi, scoprivo che con un po’ di coraggio e tenacia (e anche con un po’ di forza della disperazione!) riuscivo a raggiungere quell’obiettivo che a priori giudicavo non alla mia portata. Allora mi veniva da pensare: «Forse ho più capacità di quelle che credevo di avere». Essere immerso tutti i giorni in queste sfide, piccole ma significative, mi ha cambiato e il frutto l’ho portato dentro la mia vita da teatrante. Quando qualcuno mi commissionava di scrivere un libro o un monologo teatrale, la mia risposta era sempre affermativa anche se sulla carta sembrava un progetto impossibile da realizzare. E dentro di me, per quanto la ragione mi sussurrasse «Non lo sai fare, non si può fare», c’era una spinta a credere che fosse possibile.

La parola che mi sento di donare è molto semplice ed è felicità. Viene dal latino felix e, prima di diventare un termine psicologico, era un termine agricolo: un albero poteva essere felix. Interessante. Un albero felice, cosa significa? Quand’è che un albero è felice? Quando dà molto frutto. Questa è la definizione originaria dell’essere felici, e mi pare perfetta. La felicità non è stare tranquilli e non avere problemi; la felicità non è non dover affrontare ostacoli. No. La felicità è un dare, un fare. È un produrre qualcosa che esprime la tua più intima essenza, il tuo destino, la tua più autentica identità. Il melo esprime la sua identità producendo le mele, l’arancio producendo le arance. Sono frutti meravigliosi, tutti diversi, con forme e colori e dimensioni diversi. E maturano in stagioni diverse. La felicità è che ognuno deve dare il suo frutto, è compiersi e diventare ciò che sei, fare ciò per cui sei venuto al mondo. È anche per questo che io mi sento sfacciatamente felice, come dicevo all’inizio: posso esprimere i miei pensieri e la mia visione del mondo in un modo che viene totalmente da me. Sono un autodidatta, non ho mai messo piede in un’accademia d’arte drammatica, quindi quello che faccio – buono o cattivo che sia, maldestro e con maestria – è proprio farina del mio sacco. Un’amica una volta mi ha scritto, dopo aver visto un mio spettacolo: «È bellissimo vedere una persona che fa quello per cui è nato». Ed era un periodo in cui lavoravo ancora come informatico, ma quel messaggio è stata una delle ragioni che mi ha convinto a dedicarmi al teatro a tempo pieno e mi ha reso sereno in questa decisione. E ognuno ha il proprio campo e il proprio frutto da dare.

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