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Incontro – di Monica Mondo: «Nei casi mai casuali un volto mi ridà fiato e speranza»

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La nostra rubrica Gemme si impreziosisce del contributo della giornalista e conduttrice di Soul, una donna che dentro l‘incognita di ogni incontro attende quello con Chi compie tutte le domande e le promesse.

Per noi tutti, Monica Mondo è soprattutto il volto gentile e la voce dalle domande dirette di Soul, il programma di TV2000 in cui vediamo due persone che s’incontrano senza nessun altro orpello. Ma lei è anche madre di tre figli (e anche nonna, congratulazioni!) e scrittrice; ricordiamo il romanzo Sarà bella la vita e il recente Il farmaco dell’immortalità, un dialogo sull’Eucarestia con Arnoldo Mosca Mondadori. Uscirà a breve, e lo attendiamo, Molto social, molto soli. I giovani, la famiglia e la Chiesa nell’era di internet (edizioni Porziuncola): il contributo che oggi Monica ci regala per la nostra rubrica Gemme affonda il coltello proprio in questo bisogno di presenze, in un mondo che svicola in mille suadenti modi dagli urti reali con gli amici o con un passante, dalle scintille di luce che anche l’attrito con un dolore genera. La ringraziamo di cuore.

Di Monica Mondo

Sono sempre la stessa, diversa e identica nel voler testardamente realizzare i sogni della giovinezza: il sogno più grande, la santità, cioè l’affidarsi sereno e gioioso a Chi sa, nonostante i dubbi, le paure che sono il primo mio scandalo e inciampo. Sono donna, moglie, madre, nonna di un delizioso piccino. Eternamente insoddisfatta, sempre in cerca di quel che rimpiango di non aver avuto o fatto (non cose materiali, mai, ma avere scritto quel libro, aver fatto quel viaggio…). Sono un’irriducibile cercatrice di risposte, ma soprattutto di uomini e donne che sappiano farsi e farmi domande. Ho incontrato il significato della vita. Ma ci si può abituare anche alla verità, e se la verità è Cristo, è terribile abituarsi a Cristo. Per questo i suoi testimoni sono gli incontri che da sempre hanno costellato la mia vita, e mi ridanno fiato, speranza, indicano la via.

Incontro: questa la parola che mi è cara e vorrei lasciare. Non parlo dei fuggevoli incontri gucciniani di corsa, lungo le scale. Non parlo di improbabili chat e scambi di sguardi ambigui che regalano brividi, e peccati. Parlo di incontri, grandi o piccoli, che segnano la vita, appunto. Si possono incontrare i nonni? Ti rendi conto da adulta che non erano lì, da godere e basta, ma da incontrare, gustando la loro saggezza semplice, la fede tenace, la generosità e la speranza. Ho incontrato don Luigi Giussani, prima attraverso un suo sacerdote, poi direttamente. E la sua parola mi è sempre parsa, e ancora lo è, così forte e chiara, così rispondente al mio bisogno di giudizi e verità, da aver plasmato il mio modo di ragionare, e vivere la fede cui ero stata educata. Ho incontrato a 17 anni un ragazzo, è lo sposo che mi è stato donato e che devo rincontrare ogni volta che ho l’amore bastevole a guardarlo negli occhi. Ho incontrato e incontro ogni giorno i miei figli, con lo stupore di vederli nascere, quando mi dicevano che non sarebbe stato possibile.

Avevo incontrato la malattia, quella che ti piega l’anima, e ho capito che è stata una grazia, per imparare a condividere la sofferenza degli altri, e comprendere le pene più nascoste. Ho incontrato chi mi ha fatto del male, e chi mi ha spinto a fare del male. Ho incontrato chi mi ha ripreso per mano, e sono sempre stati sacerdoti: tutti i sacerdoti e le suore che mi si sono palesati nella vita sono stati messaggeri di un modo più vero e bello di vivere.

Fortuna, ma anche un’educazione, giorno dopo giorno, a saperli cercare, e riconoscere, senza sospetti, chiusure. Ho incontrato il dolore, sempre, ed è il tormento quotidiano che rischia di annichilirmi l’anima, tanto da spingermi al cinismo o a deviare lo sguardo. Non ho risposta alla domanda più grande dell’uomo, il male, e il male innocente. Di nuovo, mi è stata posta sulla strada una schiera di uomini e donne che, anche solo per un sorriso, una parola, hanno fatto ripartire la speranza.

Per questo la vita mi ha insegnato e mi insegna che incontro è parola da custodire e ridonare. Ho la fortuna di fare un lavoro basato sugli incontri, e ci si abitua, ci si annoia, si resta delusi, qualche volta. Dipende da me, da cosa cerco, o da cosa sono disposta a ricevere. L’ascolto di ogni uomo o donna alla radice delle domande del vivere – cosa cerchi, speri, temi, desideri? – è la cifra quotidiana del mio essere, che ho semplicemente trasferito nel lavoro, ma non cambia se sfioro una conoscenza al supermercato o ripesco nei casi mai casuali dei giorni un volto, una presenza che si rifà compagna. Incontro è parola abusata, e inondata di un buonismo zuccheroso diventa indigesta, a mio avviso, perfino utile ideologicamente. Gli altri non sono tutti né buoni né desiderabili, gli altri sono fratelli quando chiedi che lo siano, nella preghiera, e impari a perdonarli. Ma poiché è gran fatica perdonare anzitutto sè stessi, è in questo gioco di sguardi e ascolti che si impara a riconoscersi nell’altro, e capire che l’altro si riconosce in te. Incontro, e temo a dirlo, perché non ne sarò mai pronta, è quello che spero di avere con Chi compie tutte le domande e le promesse. E finalmente mi farà ridere, di cuore.

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