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Dolori fisici e incidenti mortali: così il diavolo tormentava i figli di Natuzza

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Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 10/09/21

Nel volume “Universo demoniaco” si riportano degli episodi inquietanti accaduti alla mistica calabrese morta nel 2009 in fama di santità

I figli di Natuzza Evolo hanno pagato a caro prezzo i tormenti del diavolo. La mistica calabrese morta in concetta di santità l’1 novembre 2009, nella sua lunga vita non ebbe a che fare solo con gli angeli buoni, ma purtroppo anche con gli spiriti maligni. E anche la sua famiglia ne fu duramente colpita. 

Don Marcello Stanzione riporta quegli episodi nel libro “L’universo demoniaco” (Sugarco edizioni), di cui diamo una anticipazione. 

DEVIL

Il vasetto di vetro

Una volta si trovava in cucina a lavare le stoviglie. Sul ripiano di una credenza posta sopra il lavabo c’era un vasetto di vetro col coperchio. All’improvviso vide una mano che si avvicinava lentamente al vasetto. Natuzza la prese per la mano del figlio Franco. Improvvisamente il coperchio del vasetto le cadde su un dito della mano ferendolo con un’abbondante sanguinamento. 

«Che cosa hai fatto? Dammi un po’ di alcol!», grida Natuzza al figlio, che in quel momento non era neppure in casa. Ma mentre alza lo sguardo dalla ferita vede davanti a sé un uomo il quale, sghignazzando e in preda a grande euforia dice: «Ed ora te la tieni la ferita, brutta…». Quindi quell’uomo scompare bestemmiando.

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Natuzza pochi mesi prima di morire.

“E’ stato il demonio a far questo”

La sua amica per oltre sessant’anni Italia Giampà, in un libro testimonianza edito recentemente da Mondadori, ha dichiarato: 

«Una delle cose più impressionanti, per me, era assistere alle molestie che Natuzza riceveva da parte del demonio. Mi ricordo che una volta le sferrò un calcio violento sulle gambe e le caviglie sanguinarono all’improvviso, mentre lei invocava la Madonna di non lasciarla sola con la bestia. Istintivamente presi un fazzoletto e mi misi a detergere il sangue sulle gambe di Natuzza. Dopo vidi che si era formata una strana immagine, come di un volto spaventoso, quasi una maschera macabra, semicoperta da un simbolo a forma triangolare, molto vistoso. La guardai con aria interrogativa e lei mi disse soltanto, in dialetto: “Viditi? Chistu fu u demoniu!” (Vedete? È stato il demonio a fare questo!)».

«Dapprima non mi spiegavo perché un’anima bella come Natuzza dovesse essere tormentata da Satana, poi compresi che anche questo era un modo per testimoniare il trionfo della grazia sul male».

Gli assalti del diavolo alle figlie di Natuzza

Riguardo poi alle figlie di Natuzza, Italia Ciampà testimonia: «Angela e Anna Maria, con gli anni, furono di grande conforto alla mamma nei momenti più difficili. Specialmente durante gli assalti del diavolo, per la madre la prova più dura, più dolorosa di tutte le fitte e i disturbi fisici, che pure dovette affrontare. Mi rammento la dolcezza e la tenerezza con cui Anna Maria, quando si presentava la tentazione, confortava la mamma, dicendole di non preoccuparsi, che tutto sarebbe finito e che lei era protetta».

L’incidente mortale del figlio

Italia Ciampà poi riferisce: «Spesso il diavolo usava proprio i figli per fare paura a Natuzza, minacciandola di far loro del male. Salvatore, il primogenito, si era diplomato e aveva trovato lavoro in una banca di Messina. Il diavolo glielo faceva vedere tutto maciullato per un incidente d’auto sulla strada di Paravati, dove tornava per i weekend».

Il sacerdote in incognito 

Il diavolo era irritato contro Natuzza specialmente per l’aiuto che offriva ai preti. E tantissimi furono nel corso degli anni i sacerdoti in crisi o vacillanti che attraverso l’apostolato di Natuzza si riavvicinarono al Signore con amore e fede, completamente risvegliati.

«Mi rammento – dichiara la Ciampà –, in particolare, un pomeriggio, nella cappella della Madonnina a Paravati. Fra i tanti giovani, che come sempre arrivavano, ce n’era uno con i pantaloni neri e la camicia gialla, molto vistosa. Natuzza, col suo forte senso materno, sempre riceveva prima tutti i ragazzi e poi gli altri. Così fece entrare quel giovane che avevo notato ed evidentemente Natuzza lo mise a posto, ma con dolcezza. Infatti, uscendo, e avvicinandosi nuovamente alla cappellina, gli sentii dire, piangendo: “Pregate con me pure voi, siete testimoni che Gesù mi ha salvato, perché domani dovevo lasciare l’abito talare”. 

Era un sacerdote in incognito, che si stava lasciando traviare, Natuzza l’aveva sorpreso subito, riconoscendo il suo ruolo sacerdotale e parlandogli dei suoi problemi, senza che lui neppure aprisse bocca».

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