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Un sacerdote autistico offre consigli ai penitenti autistici e ai loro confessori

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Padre Matthew Schneider, LC - pubblicato il 23/10/19

Oltre al nervosismo abituale, ci sono le nostre difficoltà sensoriali o sociali, ma questi suggerimenti possono aiutare

Le persone affette da autismo rappresentano tra l’1,5% e il 2% della popolazione. Io faccio parte di quel gruppo.

Con l’aumento della consapevolezza dell’autismo, si sta sviluppando, seppur lentamente, anche una maggiore sensibilità pastorale nei confronti delle nostre necessità speciali.

È molto raro vedere informazioni su come noi autistici dovremmo preparare e fare la nostra Confessione, o su come i sacerdoti dovrebbero ascoltarla. Non siamo troppo radicalmente diversi, ma qualche adattamento può aiutarci immensamente ad accostarci a questo sacramento.

Da quando ho reso pubblico il mio autismo, ho ricevuto una serie di domande sia da persone autistiche che da sacerdoti su come affrontare certe situazioni tipiche dell’autismo nel confessionale. Spero di offrire qualche indicazione per chi sta sia da un lato che dall’altro.

Osservazioni preliminari

La questione fondamentale relativa all’autismo è che il nostro cervello è “cablato” in modo diverso rispetto a quello del 98% della popolazione. Per certi aspetti è un vantaggio: spesso abbiamo un’ottima memoria a lungo termine, siamo molto attenti ai dettagli e logici. Ad ogni modo, questo crea anche qualche difficoltà. Buona parte della questione del cablaggio è dovuta alla mancanza di alcune connessioni. Ad esempio, nell’istante che intercorre tra il fatto di vedere qualcuno e la consapevolezza di vederlo, il cervello filtra le immagini a livello di espressioni facciali e aspetti sociali. In chi ha l’autismo, questo filtro è manca o debole. Alcuni di noi hanno imparato a compensare, consapevolmente o semi-consapevolmente, ma il filtro conscio richiede molto più lavoro, e in genere non è preciso quanto quello inconscio.




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Molti comportamenti autistici in modo stereotipato (agitarsi, oscillare, battere le mani…) sono tentativi di regolare il nostro corpo per via di come riceviamo i segnali cerebrali a livello emotivo o sensoriale. Quando abbiamo un crollo o un “arresto”, non è un’azione volontaria. Piuttosto, il nostro cervello si spegne semplicemente per via del sovraccarico, come quando una macchina si surriscalda.

Nell’età adulta, molti di noi si rendono conto di quando sta arrivando questo “surriscaldamento”, e di cosa lo provoca, e quindi sforzandoci possiamo evitare lo “spegnimento”, o in genere far sì che sia meno distruttivo per gli altri, con meccanismi come il chiudersi nella propria stanza. Quando sento che mi sto per “spegnere”, ad esempio, vado in camera mia e giro sulla sedia con le ruote per un’ora, visto che non sono in grado di fare molto altro.

Rendersi conto di ciò che è peccaminoso

Visto che il peccato richiede una scelta volontaria, noi autistici abbiamo bisogno di renderci conto delle limitazioni dovute alla nostra condizione e non accusarci di un peccato quando le nostre azioni sono state involontarie, o volontarie ma motivate dal riconoscimento del fatto che una certa azione potrebbe essere necessaria per evitare qualcosa di peggio, anche se infastidisce chi ci circonda.

Fraintendere le emozioni di qualcuno non è un peccato a meno che non lo si faccia intenzionalmente. Non guardare qualcuno negli occhi non è un peccato, soprattutto se dobbiamo farlo per autoregolarci. Avere un crollo o uno spegnimento non è un peccato. Spesso non ci rendiamo neanche conto di essere bruschi se non ce lo dicono gli altri.

Nonostante questo, dovremmo cercare di affrontare la nostra condizione nel modo più caritatevole possibile. Ad esempio, prima cliccavo ripetutamente una penna, ma molte persone mi hanno detto che quel rumore le infastidiva, e quindi ho assunto un movimento ripetitivo più silenzioso che raggiunge lo stesso obiettivo.

Gli autistici spesso tendono a farsi degli scrupoli, ma da autistico che è anche un teologo morale permettetemi di offrirvi una regola generale: se non siete sicuri se uno dei vostri tratti autistici è voluto, probabilmente non lo è.


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A meno che non siamo intenzionalmente bruschi, probabilmente non siamo colpevoli, e quindi non c’è bisogno di confessarlo. Allo stesso modo, per i sacerdoti che ascoltano la Confessione di una persona autistica: probabilmente dovrete spiegarle che certe cose – come l’essere bruschi in modo non intenzionale – non sono peccati.

Nel confessionale

Da autistico, raccomanderei di cominciare dicendo al sacerdote che avete l’autismo. Poi, se vi sente confessare una “mancanza di carità”, come evitare il contatto visivo o infastidire gli altri con le vostre azioni, può aiutarvi a valutare se in quel caso ci sia veramente qualche mancanza di carità (anche per i non autistici, i comportamenti legati a quello che è socialmente accettabile potrebbero non avere alcun peso morale, sono semplicemente non peccaminosi, anche se non “socialmente accettabili”).

E a proposito, amici autistici, se per voi il contatto visivo è un problema, raccomanderei davvero una Confessione dietro un paravento. Sacerdoti, rendetevi conto del fatto che le persone affette da autismo trovano spesso il contatto visivo doloroso o difficile, e quindi per favore non insistete.

Quasi tutti si innervosiscono alla Confessione. Nel caso degli autistici, al nervosismo si aggiungono le difficoltà a livello sensoriale o sociale. Ciò porta spesso ad avere movimenti ripetitivi per regolare queste emozioni e le questioni sensoriali. Se siete autistici, non abbiate paura di eseguire movimenti ripetitivi nel confessionale. Sacerdoti, rendetevi conto che è un aspetto naturale dell’autismo e non preoccupatevi.

Alcuni avranno problemi a parlare. La Chiesa insegna che il penitente deve comunicare – non specificatamente parlare – i propri peccati al sacerdote, e quindi usare un appunto scritto o altre forme di comunicazione non verbale vale. Alcuni avranno un computer con immagini per la Comunicazione Aumentativa e Alternativa (AAC). Se siete autistici, non sentitevi in colpa per il fatto di dare al sacerdote una nota o di usare la AAC se non riuscite a parlare, anche se a volte lo fate. Alcuni autistici conoscono anche la lingua dei segni (la maggior parte dei sacerdoti, però, non la conosce, e quindi può servire un interprete, che è legato al segreto come il sacerdote. Ho iniziato a imparare la lingua dei segni per aiutare le persone che ne hanno bisogno in Confessione, ma non sono ancora in grado di comprendere una Confessione in quel modo).

Alcuni con un quoziente intellettivo basso o gravi problemi comunicativi avranno bisogno di usare una lista virtuale di peccati in cui il sacerdote chiede “Hai fatto X?” indicando un’immagine di X, al che il penitente autistico può scuotere la testa o annuire.




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Sacerdoti: se dovete chiedere qualcosa a un penitente autistico, siate concreti e illustrate ciò che intendete con un esempio: “Volevi quello che aveva un’altra persona così tanto da desiderare che le venisse portato via?” è molto più chiaro di “Eri invidioso?”

Lo spazio limitato in questa sede non mi permette di approfondire la questione, ma spero che questi consigli aiutino sia chi ha l’autismo che chi ne ascolta la Confessione. Non sono onnisciente, ma essendo uno dei pochi ad essere sia sacerdote che autistico penso di avere qualcosa di unico da offrire al riguardo!

Una raccomandazione finale: visto che chi ha l’autismo tende ad essere ansioso – agli autistici viene diagnosticata l’ansia con tassi molto superiori rispetto alla popolazione generale –, sono utilissimi anche i consigli per le persone ansiose.

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