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Video pedopornografici sul telefono del figlio 13enne, scoperta chat degli orrori

CHILD, SAD, SMARTPHONE
New Africa | Shutterstock
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Si chiamava The shoah party, una chat che da Torino è arrivata ad adescare giovanissimi in gran parte minorenni in tutta Italia: un abisso di violenze indicibili e razzismo. È stata chiusa grazie alla denuncia di una madre.

Lo scorso gennaio a Siena una mamma è entrata in un commissariato per fare una denuncia, un gesto che ha portato a squadernare prima e a fermare poi un abisso senza fondo di malvagità. Sullo smarthphone del figlio 13enne la signora aveva scoperto dei video pedopornografici. Ci sono voluti mesi di indagini per dare nomi, conoscere luoghi e maturare piena consapevolezza di ciò che stava accadendo su una chat di Whatsapp. Ora che la notizia è di dominio pubblico si conoscono meglio i contorni orribili di questa vicenda.

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Ogni sfumatura di male

Si chiamava The shoah party la chat creata da due 15enni di Rivoli, vicino Torino, la cui platea di partecipanti si è allargata fino a coinvolgere ragazzi giovanissimi in 13 province italiane, dalla Toscana alla Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Puglia e Calabria. All’interno di questo gruppo virtuale non c’era fine alle declinazioni di perversioni condivise: istigazione all’odio, razzismo, inni a Hitler e all’ISIS. E poi violenza: sevizie sugli animali e sulle persone, anche bambini . E poi abusi sessuali, indicibili scene di pedopornografia e sesso tra giovanissimi. I contenuti vasti e disparati manifestano una raffica di spari in ogni direzione di cattiveria e sfumatura di tenebra, tipico del comportamento di chi è molto giovane e si aggrappa a ogni etichetta per incanalare uno sfogo, un viscerale malcontento, una ribellione. Difficile capire se dietro ci sia un progetto preciso o, piuttosto, una bravata che via via è sprofondata nella spirale del orrore a passi sempre più spediti. Sappiamo quanto il virtuale fomenti il fuoco incontenibile degli istinti.

Se non fosse stato per quella denuncia della madre a gennaio l’indagine non sarebbe partita né a Siena nè altrove – spiegano i carabinieri – Perché un gruppo WhatsApp non conosce confini e quell’espressione degradante di malcostume ha interessato molte regioni d’Italia. Moltissimi ragazzini hanno potuto osservare le immagini di pedopornografia, di enorme violenza, di apologia del nazismo e dell’islamismo radicale che vi erano contenute. (da La Nazione)

Chi sono i responsabili? Chi le vittime? C’è chi consapevolmente ha dato inizio alla chat, senza dubbio; c’è un progetto malvagio all’origine. Altrettanto vero è che la natura del male è invasiva e subdola al punto da soggiogare chi cade nelle sue grinfie: basta un vago accenno di curiosità e in men che non si dica la volontà acconsente a scelte che vanno di male in peggio. Mentre il bene va scelto a ogni passo, il male dà dipendenza. Obnubila gli adulti, figuriamoci le anime ancora fragilissime dei nostri figli.

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Ci sono, dunque, 25 indagati nell’indagine che è partita in seguito alla denuncia della mamma senese: 16 sono minorenni, tra i 13 e i 17 anni, e 9 sono maggiorenni tra 18 e 19 anni. Che tipo di consapevolezza c’era nello stare dentro un gruppo del genere? L’innesco è qualcosa di estremamente facile: con una notifica sei informato che qualcuno ti ha inserito in un gruppo, a quel punto dai un’occhiata ed ecco che vedi. Da quel momento in poi si apre una finestra di possibilità che va dall’essere spettatore inerte, curioso o traumatizzato, al sentire l’impulso a partecipare. Si comincia a condividere qualcosa, magari come modo per esorcizzare certi demoni o rabbie trattenute, magari per il bisogno di sentirsi parte di una compagnia, magari perché è un modo per sentirsi violenti senza praticare la violenza.

La procura dei minori di Firenze è entrata nella “stanza degli orrori”:

Autorizzati dai pubblici ministeri, i militari si sono introdotti con l’inganno all’interno del gruppo social, riuscendo a convincere gli amministratori della loro affidabilità con un giochetto da hacker. Dopo oltre cinque mesi di indagini si è poi risaliti agli amministratori del gruppo, quelli che lo hanno creato e alimentato, minorenni e maggiorenni, tutti residenti nella zona di Rivoli: le immagini e i video postati sono stati attribuiti singolarmente alla responsabilità di qualcuno di loro e alla fine ne è venuta fuori una documentata informativa di reato che è finita sul tavolo dei magistrati. A questo punto i magistrati hanno ritenuto necessario interrompere da subito «l’attività delittuosa» dei ragazzini. (da La Stampa)

SMARTPHONE
TATJANA SPLICHAL | DRUŽINA

Dietro ciascuno di quei telefoni sequestrati c’è una storia, ci saranno diversi gradi di responsabilità ma sono tutti ragazzi feriti nel profondo (anche i più colpevoli):

Tanti ragazzini dai 13 ai 17 anni sono rimasti invischiati più o meno consapevolmente in questa triste vicenda di pedopornografia; altri, dopo essere entrati in quello spazio di orrore ospitato dal noto social network ne sono subito usciti. «Ma nessuno di loro risulta aver denunciato la cosa», precisano i carabinieri.

Anche chi è entrato nella chat ed è subito uscito si porterà addosso un trauma, e forse – non è da escludere – lo accompagnerà la sottocutanea consapevolezza che c’è un mondo sommerso di male; una qualunque crisi personale potrebbe innescare la voglia di ritrovare quegli abissi. Chi è uscito ma non ha denunciato non è per forza connivente perché non c’è una coscienza matura sugli effetti reali del virtuale. Come genitori siamo abituati a sentirci, ahimé, dire che una parolaccia o un insulto scritto su Whatsapp «non è poi vero».

Chi dal 1996 combatte una battaglia instancabile per difendere l’innocenza violata seul web è Don Fortunato di Noto con l’associazione Meter: i suoi racconti squarciano il velo di omertà che c’è sul cosiddetto web profondo, “luoghi” in cui migliaia e migliaia di clienti attendono contenuti sempre più violenti ed estremi commessi su bambini di ogni età, perfino piccolissimi. Che anche gli adolescenti cerchino questi contenuti ed entrino così nel novero dei carnefici, è un ulteriore elemento aberrante. Lascia smarriti.

Siamo dentro una grande sfida, il flusso di possibilità delle nuove tecnologie è uno tsunami che coglie impreparate le nostre difese. C’è molto da costruire, perché non sappiamo immaginare tutte le derive possibili. Forse non c’è neppure da immaginarle, sarebbe come ragionare in termini di buoi scappati dal recinto.

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La domanda non è tanto: “A che età è giusto dare un cellulare?”. La risposta non è solo: “Facciamo dei corsi a scuola con psicologi ed esperti della polizia postale”. Anche queste sono reazioni di chi ragiona in termini di disastro già accaduto. Ovvio che, se i buoi sono scappati, ci metteremo a cercarli con ogni mezzo; benvenga ogni genere virtuoso di formazione.  Ma una volta di più, credo, il nostro posto di genitori è lì dove la zia Polly mise Tom Sawyer: riverniciare lo steccato di casa. Non possiamo esplorare ogni meandro di tenebra, ma possiamo rendere più luminoso il faro che orienta la vista di notte.

Battere il sentiero, insieme

Tutte le volte che mio figlio entra in camera col cellulare immagino che stia uscendo di casa. Sforzandomi di pensare così, tento di disinnescare la trappola del virtuale che sembra “qui”, invece porta altrove. Davvero mio figlio cliccando su Google – o quant’altro – se ne va di casa, anche se resta nella sua cameretta. E non è come quando esce in bicicletta e fa 500 metri per andare ad allenarsi a rugby; fa un viaggio dalle traiettorie impreviste e dagli incontri altrettanto inimmaginabili. Gli ho dato delle regole per quando va in bicicletta e gliene do circa l’uso del cellulare. Sulla sua bicicletta ci sono i fari e ha il lucchetto, allo stesso modo ho attivato sistemi di sicurezza che mi permettono di controllare la sua attività sul web. Però è lui a guidare a ogni incrocio.

L’ipotesi che possa imbattersi in una rapina o in uno stupro mentre pedala mi pare remota, che una simile violenza possa arrivare a domicilio con un trillo di Whatsapp mi fa tremare. Capisco di essere impreparata, ma non sono inadeguata. Tutto il tempo che trascorro insieme a lui è un’occasione imperdibile, i figli hanno sete di stare a guardare le nostre esperienze in atto. Vedono su cosa è fisso il nostro sguardo nelle piccole e grandi faccende di ogni giornata. Non sapranno dargli un nome preciso, ma riconoscono la nostra coscienza quando si mostra o non si mostra. Ci vedono a tu per tu col male, di una litigata o di un’ingiustizia. Su questo spazio di vita posso lavorare con pennello e vernice come Tom Sawyer, a riverniciare il nostro volto di famiglia. Il giovane Tom, in realtà, si liberò dell’incombenza e la scaricò su altri; anche per noi la tentazione sarebbe quella di delegare agli esperti il corso di sopravvivenza nell’era social.

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Rigraziamo e accogliamo gli esperti, a loro spetta l’istruzione. A noi genitori spetta l’avventura dell’educazione, quella cosa che ha a che fare più con l’essere che col dire. Dovrei ricordarmi più spesso che più la mia giornata è una battaglia a fare memoria della via di libertà e misericordia che passa dalla Croce, più sto portando mattoni nella casa che è il cuore di mio figlio. Perché sarebbe una vana illusione pensare di essere capace di prevenire, disinnescare e sconfiggere tutto il male che incontrerà, il mio posto è accanto a lui a battere il sentiero dietro Chi ha schiacciato la testa del serpente.

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