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Roulette russa e sequestri: il capolinea umano dei giovani, quelli accanto a noi

GIOVANI, STRADA, CAMMINARE
Shutterstock
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Avevano entrambi 15 anni, uno è morto per “gioco” sui binari e l’altro è stato torturato; questo e altro accade qui, nel recinto di vita che noi adulti condividiamo coi nostri figli. Cosa ci sfugge?

È rimasto quattro ore rinchiuso in un garage, sequestrato da suoi coetanei di terza media che volevano estorcergli informazioni su un amico. Partiamo da qui, dal fatto che estorcere dovrebbe essere un verbo usato in contesti polizieschi o della malavita, non nel tranquillo pomeriggio di follia di un quindicenne. In ogni caso, non voglio fare la scandalizzata, ma la ferita. Sono madre di un figlio coscienzioso e buono, ma che ho sentito dire a bassa voce al fratello: “Se non fai come ti ho detto, finisce male e sai in che modo“. Parole dette per spaventare, parole sbagliate che mi hanno portato a fare una lunga chiacchierata con lui. La rivalità tra fratelli ci sta, ma da dove saltano fuori queste pose così violente? Perché ti stai atteggiando a chi davvero non sei? – gli ho chiesto.

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Avevo la testa in fermento quando ho guardato le notizie e mi sono soffermata su quelle che hanno per protagonisti dei minorenni; ho sentito il peso del buio, qui oltre l’uscio di casa mia.

Un assedio invisibile?

Torniamo, allora, a certi recenti fatti di cronaca. Entrambi sono capitati in Lombardia, ma questa è solo una concomitanza casuale per nulla significativa: spostando la ricerca in altre settimane, lievitano episodi orribili in ogni frazione italiana. Segno di una pandemia che è visibilissima negli effetti estremi e apparentemente invisibile nei segnali premonitori.

A Varese è stato un debito di droga a scatenare l’ira di un gruppo di giovanissimi che ne hanno sequestrato per 4 ore un altro, chiudendolo in un garage e legandolo con fili elettrici e poi …

picchiato e colpito sui piedi con una spranga di metallo, minacciato con un bastone chiodato e un un coltello puntato alla gola. Uno dei giovani si sarebbe avvicinato al volto della vittima e gli avrebbe strappato l’orecchino per poi indossarlo in un video postato su Instagram. (da Repubblica)

BULLYING
Lightfield studios - Shutterstock

È evidente che la macabra scena ricalca la trama di scene viste in TV o giocate virtualmente sullo schermo della Playstation, ma la colpa non è solo della grande disponibilità di violenza su ogni piattaforma video. Pure io da piccola vedevo film gialli anche cruenti, trascorrevo serate che ricordo belle insieme a mia nonna che era un’appassionata del genere; forse qualcuno l’avrebbe bacchettata, invece io la ringrazio perché era un’esperienza condivisa con cui si giudicava assieme il male e la coscienza maturava. Non ero di molto più grande quando non mi fu impedito di vedere film durissimi sulla guerra in Vietnam; eppure, anche in quel caso ne ebbi un contraccolpo traumatico sì, ma nell’imparare la pietà e nel rendermi conto di come l’essere umano poteva diventare un mostro.

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C’è da dire che vedere un film non era un’esperienza solitaria quando ero piccola; mia madre di solito accompagnava le scene di guerra più pesanti raccontando di come anche mio nonno in Albania aveva patito l’inferno, ma aveva anche conosciuto l’eroismo semplice di amici soldati pronti a dare la vita. C’è da dire che in molte pellicole di oggi manca una qualsiasi visione generale che distingua il male dal bene, il senso di una storia sembra diventato quello di stordirci di immagini, eventi al limite del credibile, lasciare a bocca aperta con abiezioni senza redenzione. C’è da dire, tanto.

Là fuori, negli ordinari pomeriggi di provincia, i nostri figli – li chiamo così, perché quando li incrocio sfaccendati e arrabbiati li considero parte anche mia – replicano a modo loro a quello sconclusionato putiferio che hanno dentro e a cui non sanno dare un nome, un senso; colpevoli siamo anche noi, abitanti di uno spazio pieno di zeppo di dramma allo stato brado e ben pochi recinti di gioia o lacrime condivise.

MAN SITTING,HEAD DOWN
Tero Vesalainen | Shutterstock

Li lasciamo sempre più soli, anche quando siamo bravi genitori e diciamo che devono responsabilizzarsi e crescere. Restano soli, in un mondo che non vuole altro che monadi da plagiare.

Passatempi che uccidono, proposte che salvano

A Parabiago in provincia di Milano è morto un 15enne che giocava insieme a un amico 13enne a una macabra roulette russa sui binari: restare sdraiati il più possibile mentre un treno si avvicina.

C’è chi dice di averlo visto sdraiarsi sui binari. Una volta, poi un’altra, mentre gli amici ridevano. E poi ancora, l’ultima volta, quando gli altri ragazzi hanno visto arrivare in lontananza i fari del treno. Le luci farsi sempre più vicine, il rumore a coprire le loro grida per dirgli di stare immobile, di non alzarsi dalle rotaie. (da Corriere)

Poi quando la morte arriva, davvero, c’è come un risveglio alla realtà: i compagni di questo amico rimasto schiacciato sotto un treno sono stati ricoverati in stato di shock.

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La realtà vissuta sopra le righe – la musica nelle orecchie, il fumo a portata di mano, la noia anche col cellulare in mano – è piombata loro addosso con tutto il peso che ha.

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