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Certo che il diavolo esiste, ma bastasse sapere questo…

LUCIFER
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Una (rinunciabile) polemica ecclesiale italiana ha riportato in auge, proprio in questi giorni, la questione dottrinale dell'esistenza di Satana e della sua natura personale. È autorevolmente intervenuta perfino l'Associazione Internazionale Esorcisti. Cerchiamo di cogliere l'occasione per approfondire.

Non ammetteremo l’esistenza del diavolo se ci ostiniamo a guardare la vita solo con criteri empirici e senza una prospettiva soprannaturale. Proprio la convinzione che questo potere maligno è in mezzo a noi, è ciò che ci permette di capire perché a volte il male ha tanta forza distruttiva. È vero che gli autori biblici avevano un bagaglio concettuale limitato per esprimere alcune realtà e che ai tempi di Gesù si poteva confondere, ad esempio, un’epilessia con la possessione demoniaca. Tuttavia, questo non deve portarci a semplificare troppo la realtà affermando che tutti i casi narrati nei vangeli erano malattie psichiche e che in definitiva il demonio non esiste o non agisce. La sua presenza si trova nella prima pagina delle Scritture, che terminano con la vittoria di Dio sul demonio.[120] Di fatto, quando Gesù ci ha lasciato il “Padre Nostro” ha voluto che terminiamo chiedendo al Padre che ci liberi dal Maligno. L’espressione che lì si utilizza non si riferisce al male in astratto e la sua traduzione più precisa è «il Maligno». Indica un essere personale che ci tormenta. Gesù ci ha insegnato a chiedere ogni giorno questa liberazione perché il suo potere non ci domini.

Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea.[121] Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti. Lui non ha bisogno di possederci. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi. E così, mentre riduciamo le difese, lui ne approfitta per distruggere la nostra vita, le nostre famiglie e le nostre comunità, perché «come leone ruggente va in giro cercando chi divorare» (1 Pt 5,8).

Gaudete et exsultate 160-161

Papa Francesco si sta segnalando, nel corso del corrente pontificato, come il Papa che più frequentemente e più intensamente – perlomeno nella storia del papato moderno – parla del diavolo. Lo menziona, lo evoca, vi accenna… e soprattutto gli preme ricordare che la sua esistenza, la sua azione, i suoi fini spirituali, sono ben altro che meri articoli di una dottrina da ritenere mentalmente, essendo piuttosto i consigli di un allenatore che ci prepara a una lotta formidabile.

Non a caso, il passaggio con cui abbiamo introdotto il presente contributo viene dall’Esortazione Apostolica – motu proprio data, lo si ricordi – che il Papa ha voluto dedicare alla chiamata universale alla santità. Conoscere il diavolo non è una questione da teologi, bensì da santi, perché lottare contro un nemico di cui non si conoscono le numerose astuzie è così difficile da sfiorare l’impossibile: difatti – proprio perché è utile agli uomini saperne qualcosa – la Rivelazione ha parlato del demonio. Proseguiva infatti il Papa:

La Parola di Dio ci invita esplicitamente a «resistere alle insidie del diavolo» (Ef 6,11) e a fermare «tutte le frecce infuocate del maligno» (Ef 6,16). Non sono parole poetiche, perché anche il nostro cammino verso la santità è una lotta costante. Chi non voglia riconoscerlo si vedrà esposto al fallimento o alla mediocrità. Per il combattimento abbiamo le potenti armi che il Signore ci dà: la fede che si esprime nella preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la celebrazione della Messa, l’adorazione eucaristica, la Riconciliazione sacramentale, le opere di carità, la vita comunitaria, l’impegno missionario. Se ci trascuriamo ci sedurranno facilmente le false promesse del male, perché, come diceva il santo sacerdote Brochero: «Che importa che Lucifero prometta di liberarvi e anzi vi getti in mezzo a tutti i suoi beni, se sono beni ingannevoli, se sono beni avvelenati?».[122]

GeE 162

Oltre alla Tradizione costante della Chiesa e al Magistero conciliare e pontificio, è la spiritualità ignaziana a sostenere e ad alimentare in Papa Francesco la consapevolezza che – per riprendere l’espressione usata ieri dall’Associazione Internazionale Esorcisti – «l’azione diabolica conferma la reale esistenza del diavolo e la sua costante presenza». Si può trovare ironico, in tal senso, che proprio a causa delle dichiarazioni di un gesuita la stampa si trovi ancora una volta, in questi giorni, a parlare di un argomento di per sé tanto scontato: la Compagnia di Gesù però non c’entra niente, anzi l’episodio risente soltanto delle confusioni della nostra epoca.

Il “criterio dello specchio”

Per rendersene conto basta applicare sui testi magisteriali il cosiddetto “criterio dello specchio”, cioè quello che cerca di ricostruire a partire dai testi alcuni aspetti dei contesti (ad esempio, una legge contro l’alcool indica la presenza di un problema con l’alcool): ebbene, attenendoci per semplicità alla nota dell’Aie, notiamo facilmente che nel primo capitolo delle Costituzioni del Concilio Lateranense IV (1215) non si menziona affatto l’esistenza del demonio, né la sua natura personale. Vi si legge infatti:

Il diavolo infatti, e gli altri demoni, da Dio sono stati creati buoni per natura, ma sono diventati malvagi da sé stessi. E l’uomo ha peccato per suggestione del demonio. […] Tutti risorgeranno coi propri corpi di cui ora sono rivestiti, per ricevere un compenso secondo i meriti, buoni o cattivi che siano stati: quelli con il diavolo riceveranno la pena eterna, questi col Cristo la gloria eterna.

Il problema teologico dell’epoca, relativamente al demonio, era semplicemente comprendere donde sia potuta sorgere la malizia di una creatura voluta buona da un Dio buono e giusto. Domanda – questa – tutt’altra che peregrina. Né sarebbero stati Pio IX e Pio X – generalissimi della guerra al modernismo – a sollevare il problema (che pure ha nel modernismo una delle sue radici). Fu infatti Paolo VI, nel 1972, a richiamare sul punto:

Troviamo il peccato, perversione della libertà umana, e causa profonda della morte, perché distacco da Dio fonte della vita (Rom. 5, 12), e poi, a sua volta, occasione ed effetto d’un intervento in noi e nel nostro mondo d’un agente oscuro e nemico, il Demonio. Il male non è più soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa.

Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente; ovvero chi ne fa un principio a sé stante, non avente essa pure, come ogni creatura, origine da Dio; oppure la spiega come una pseudo-realtà, una personificazione concettuale e fantastica delle cause ignote dei nostri malanni.

Per quanto il passaggio che mi ha sempre più vivamente impressionato, di quella catechesi sull’ultima parola del Padre Nostro, sia quello sul “dramma infelicissimo di cui sappiamo ben poco”:

E che si tratti non d’un solo Demonio, ma di molti, diversi passi evangelici ce lo indicano (Luc. 11, 21; Marc. 5, 9); ma uno è principale: Satana, che vuol dire l’avversario, il nemico; e con lui molti, tutti creature di Dio, ma decadute, perché ribelli e dannate (Cfr. DENZ.-SCH. 800-428); tutte un mondo misterioso, sconvolto da un dramma infelicissimo, di cui conosciamo ben poco.

Come accennavamo sopra, infatti, la Rivelazione non ci narra cose su cui abbiamo o possiamo avere curiosità, bensì cose donde traiamo o possiamo trarre utilità. Per la nostra salvezza. Va da sé, infatti, che credere nell’esistenza del demonio e non sottrarsi alle sue trame, e/o non ricorrere ai mezzi di grazia che Cristo ha fornito agli uomini per aiutarli nell’altrimenti impari lotta, è stupidamente inutile. Ne traggano spunto di riflessione (anche) quanti in questi giorni stanno brandendo un articolo della fede per eccitare l’ennesima polemicuccia ecclesiale agostana: è molto difficile che il demonio – il quale esiste eccome, lo sappiamo – non si scaldi al fuoco di un social flame

Due testimonianze eccellenti sul diavolo

Avevano entrambi perfettamente ragione (benché scrivessero per fini quanto mai disomogenei) Clive S. Lewis e Umberto Eco. Nell’introduzione alle Lettere di Berlicche, infatti, leggiamo:

Vi sono due errori, uguali e opposti, nei quali la nostra razza può cadere nei riguardi dei Diavoli. Uno è quello di non credere alla loro esistenza. L’altro, di credervi, e di sentire per essi un interesse eccessivo e non sano. I Diavoli sono contenti d’ambedue gli errori e salutano con la stessa gioia il materialista e il mago.

Mentre ne Il Nome della Rosa frate Guglielmo ammonisce la malsana curiosità dei presenti ricordando:

[…] Chi sono io per esprimere giudizi sulle trame del maligno, specie […] in casi in cui coloro che avevano dato inizio all’inquisizione, il vescovo, i magistrati cittadini e il popolo tutto, forse gli stessi accusati, desideravano veramente avvertire la presenza del demonio? Ecco, forse l’unica vera prova della presenza del diavolo è l’intensità con cui tutti in quel momento ambiscono saperlo all’opera…

Riflessioni da tenere ben presenti.

Persona sì, persona no…

Se quanto all’esistenza del demonio il dubbio è stato instillato nella debole ragione della nostra epoca a partire da un dissennato abuso della “demitizzazione” (strumento pure utile, alla bisogna), per quanto riguarda la sua “personalità” è dato aggiungere una ulteriore sfumatura. Se difatti con “persona” intendiamo boezianamente la “rationalis naturæ individua substantia”, ossia l’ipostasi singola di una natura razionale, insomma un’individualità intelligente e volitiva, il diavolo è certamente una persona. Se però (“persona” è categoria quanto mai duttile, nella storia del pensiero occidentale) intendiamo più trinitariamente (e anche kantianamente) la qualità di “sostanza in relazione”… qualche dubbio trova ragione di porsi. Se la Trinità – comunione sublime di persone fuse-ma-non-confuse in un’unica natura – è l’eterna e inestinguibile sorgente del Paradiso, è davvero difficile ammettere che agli antipodi dell’universo, ossia all’inferno, sussista un principio analogo. Non per nulla il cardinal Ratzinger cesellava così il concetto, negli anni in cui psicologismo e marxismo lambivano talvolta pesantemente le facoltà accademiche:

Quando si chiede se il diavolo sia una persona, si dovrebbe giustamente rispondere che egli è la non-persona, la disgregazione, la dissoluzione dell’essere persona e perciò costituisce la sua peculiarità il fatto di presentarsi senza faccia, il fatto che l’inconoscibilità sia la sua forza vera e propria. In ogni caso rimane vero che questo rapporto è una potenza reale, meglio, una raccolta di potenze e non una pura somma di io umani.

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