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Cosa pensano i dannati all’inferno?

Giovanni da Modena | Wikipedia
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Ci si trova talvolta a domandarsi quali siano le pene per cui si soffra maggiormente, nell'eterna dannazione: la domanda coinvolge quello che Paolo VI definì «un infelicissimo mistero, di cui sappiamo ben poco». Eppure qualcosa si può pure dire. Con moderazione e cautela, naturalmente.

Qualche giorno fa un amico mi ha mostrato via social un link riferito a un difficile tema teologico: si parlava del “tormento più grande che possa affliggere i dannati”. Non sto a riportarne il testo perché era privo di attribuzione e se anche, come riscontro a questa mia pagina, qualcuno sapesse indicarne l’autore, la cosa non sarebbe di alcuna utilità: «Tutto ciò che è vero, chiunque lo dica, viene dallo Spirito Santo». E ancora meno è utile attribuire a qualcuno le cose che per essere vere necessitano di qualche correzione.

Insomma, che diceva questo testo? Diceva in sintesi che la sofferenza più grande dei dannati consisterà nel comprendere perfettamente (e inutilmente, a quel punto) tutte le grazie sciupate in vita, e nel capire che Dio aveva sempre tentato di venire incontro a loro – come a tutti.

Era un pensiero profondo, come si vede, ma che non scendeva liscio nel mio spirito: qualcosa mancava, e in pochi istanti si sono sollevate dentro di me delle obiezioni.

Anzitutto, si capisce che la prima e la fondamentale delle pene infernali sia la sostanziale ed eterna separazione da Dio: dire però che il ricordo delle grazie sciupate costituirà la maggiore delle pene infernali mi sembra fare un’affermazione leggermente più enfatica di quanto la remota distanza di quel mistero di dolore estremo ci consenta.

Soprattutto, poi, strideva fortemente dentro di me l’idea che un dannato potesse concepire un pensiero buono e giusto verso Dio, come ad esempio il riconoscimento della sua volontà salvifica universale: «Questo – mi sono detto mentre lo dicevo al mio amico – è un tratto di psicologia purgatoriale, certo non infernale».

Soffrire da beati, soffrire da dannati

Che volevo dire? Che nella dottrina cattolica l’inferno è di fatto il più chioccio dei pensieri concepibili, che mette duramente alla prova la ragione e anche la più sfrenata immaginazione: esso è lo stato e il luogo in cui – ancora non è dato di sapere esattamente come – la creatura umana consuma il più intimo e completo fallimento personale.

Ora, se da un lato è il cristianesimo ad aver offerto al pensiero occidentale il concetto di persona così come lo conosciamo, dall’altro è proprio su quel concetto che si appunta la stessa concezione dell’inferno. La persona è infatti classicamente pensata, da Severino Boezio in poi, come sostanza in relazione, e poiché l’inferno si descrive come il fallimento di quella particolare creatura che è la persona (angelica e umana), alcuni teologi (tra cui Joseph Ratzinger) si spinsero a dire che all’inferno la persona sopravvive nella forma della non-persona. Questo perché la Chiesa ha sempre respinto l’opinione teologica per cui la dannazione coinciderebbe con l’annichilimento della creatura: no, Dio non rinnega l’opera delle proprie mani, e come il paradiso è opera divina nella sua totalità, così l’inferno è opera delle creature ribelli in tutto (tranne che nella sola condizione di possibilità – la quale è la libertà delle stesse creature, che Dio s’impegna a non violare a costo di perderle). Ecco il motivo per cui Dante vede scritta sulla porta dell’inferno questa terribile terzina:

Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina Potestate,
la somma Sapïenza e ’l primo Amore.

If III, 4-6

Verbo al singolare, tre soggetti grammaticali che indicano rispettivamente le tre persone della Trinità: è l’amore di Dio la condizione di possibilità dell’inferno. Del quale pochissimo possiamo dire. Fondamentalmente queste tre cose:

  • Esiste
  • È eterno
  • Investe tutta la persona

Questo intesero dire dunque i teologi come Ratzinger, che parlarono di “sussistenza dei dannati nella forma della non-persona”. Ogni relazione viene troncata, all’inferno, ogni legame viene negato, pur senza essere annullato – e in questo si trova fondata parte delle sofferenze dei dannati (che comunque la dottrina cattolica crede destinate a crescere immensamente dopo il giudizio universale, quando l’unità antropologica dei soggetti sarà ricostituita con la risurrezione dei corpi).

Ecco perché al mio amico dicevo: «Questo mi pare un tratto di psicologia purgatoriale, più che infernale». Il dannato può sì capire di aver perso definitivamente la possibilità di stare nella gloria dei santi, ma è così incallito nel proprio peccato da non poter neppure formulare il pensiero che ancora il Faraone d’Egitto, colpito dai flagelli di Dio, riusciva ad esprimere:

Il Signore Dio è giusto,
mentre io e il mio popolo siamo empi.

Es 9, 27

D’altro canto, va pur detto che il dolore purgatoriale è sì vivissimo, tanto più quanto meno è approssimativa la consapevolezza del male compiuto o permesso (e della Grazia sciupata), ma mai si connota per una sfumatura di disperazione: in tal senso, quindi, l’affermazione contenuta nel testo mostratomi dal mio amico è ancora in ciò imprecisa. Il dolore che riconosce l’amore di Dio sciupato in vita è un dolore purgatoriale, sì, e tale sofferenza – la quale volge temporalmente verso un apice di contrizione perfetta che, per così dire, “cauterizza l’anima” preparandola all’incontro con Dio – è sempre animata da viva speranza. Ecco perché nel suo viaggio ultraterreno Dante si rivolge continuamente alle anime purganti con epiteti quali “anime beate”, “anime certe di veder l’alto lume” e via dicendo.

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