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VINCENT, NAGLE, MONASTERO, WI FI
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La catechesi di don Vincent Nagle al Monastero Wi-Fi di Milano del 1° giugno scorso.

di don Vincent Nagle

Oggi si festeggia la memoria di san Giustino martire. Lo dico perché è così, ma anche perché c’è una storia tra me e questo martire.

Sono stato battezzato da piccolo, ma non sono cresciuto in un ambiente cristiano, tanto meno cattolico. Sono cresciuto in una comunità dei figli dei fiori, dove era arrivata la mia famiglia che vi si era trasferita, vivendo lontani da questioni come Cristo, salvezza e simili.

Alla fine delle scuole superiori ho iniziato a frequentare un gruppo che, almeno come etichetta, si chiamava cristiano. Tutto avveniva senza grandi proposte e dalla mia educazione sapevo benissimo che i cristiani non usano la ragione, non sanno riconoscere la realtà, vivono solo di favole e menzogne, oltre che nell’oppressione.

Anche se vivevo esperienze positive in questo gruppo, non ho mai preso in mano nessun libro cristiano.

Poi all’università sono stato molto sfidato da un gruppo di persone che mi hanno obbligato a leggere tre libri cristiani, che ricordo benissimo: il primo era “Miracoli” un saggio filosofico di C.S.Lewis che non viene molto proposto perché è molto difficile, rispecchia la visione aristotelica e considera i miracoli valutando se esistono o meno, se sono ragionevoli o no. Il secondo è stato un libro fantastico di Chesterton, si intitola “L’uomo eterno” e rilegge tutta la storia dell’uomo, specialmente occidentale, per dare il giusto peso al compimento di questa storia, cioè all’avvenimento di Cristo. Il terzo libro era “San Giustino martire”, di cui oggi (1 giugno, Ndr) si celebra la festa. Di questo libro ho impresso nella memoria i quattro discorsi del Santo che sono arrivati fino a noi. Si trattava di un filosofo nato alla fine del I secolo e poi vissuto nella prima parte del II che ad Efeso fu molto rinomato e seguito. Racconta bene la storia della sua grande conversione, dopo la quale ha deciso di andare a Roma per fare l’apologia del cristianesimo davanti all’Imperatore. Fece questo più volte e alla fine venne martirizzato: dunque successo al 100 per 100!

Con il passare degli anni Dio si fa sempre più presente nella mia vita ed io, come fa una ragazza molto timida, cedo poco, poco, poco a Lui.

Poi finalmente mi fa diventare prete, faccio il mio percorso, passano tanti anni ed alla fine mi mandano in Palestina perché conosco la lingua araba. Dopo aver fatto il vice parroco in Giordania, in una piccola parrocchia al confine tra Siria e Giordania, il Patriarca di Gerusalemme mi chiama per diventare suo segretario. Non avevo grande gioia per questo, non sono il tipo adatto per fare il segretario, chi mi conosce lo sa, però obbedisco e vado. Giunto il primo weekend in Gerusalemme, mi chiede che progetti ho per il fine settimana; essendo appena arrivato non avevo nessun progetto e lui mi propone di andare a Nablus, che è la città più grande della Palestina, con 250 mila abitanti. Si trova a nord, nella Samaria, il luogo dove Gesù incontrò la Samaritana. Il parroco locale era malato di tumore ed era tornato a casa sua, così erano senza prete. Mi suggerisce di andare in macchina, mi presta la sua così mi metto alla guida e vado, impiegando circa un’ora e mezza. La città era tutta circondata perché era il periodo della seconda Intifada, cioè un’epoca di violenza, maggiore del solito. Le truppe israeliane circondavano completamente la città, non si poteva entrare né uscire in macchina, ma era possibile solo a piedi e dopo una accurata perquisizione. Il Patriarca mi aveva raccomandato di andare in macchina e così sono state necessarie quattro ore al confine della città per riuscire ad entrare, dopo una serie di contatti con il Ministero dell’interno, con il ministro cristiano e con il Generale. Quando arrivo alla parrocchia è già buio e mi sento estremamente estraniato in questo posto dimenticato da tutti, pieno di tensione e di violenza, con le strade vuote per la paura di quello che poteva accadere. In parrocchia trovo una suora, di nome Giovanna, che mi accoglie e mi fa entrare in chiesa; guardo e vedo che le immagini attorno all’altare raccontano la vita di san Giustino martire. San Giustino martire! Io so chi è san Giustino martire, anzi mi ha accompagnato tutta la vita, fino alla mia vocazione e dico che è bello che sia proprio il patrono di quella parrocchia. La suora fa una faccia un po’ strana così dopo la cena le chiedo perché mi aveva guardato in quel modo e lei mi dice che non solo la parrocchia è dedicata a san Giustino, ma quella è stata la sua casa perché lui è nato qui.

Ero veramente stupito, poi controllando non solo i suoi scritti ma anche le biografie verifico che effettivamente era di quelle città, che allora apparteneva alla cultura greca e si chiamava Neapolis. Il nome poi si è trasformato, come è avvenuto per Napoli, ma poiché in arabo non esiste la lettera p, questa è stata trasformata in b, diventando Nablus. E poiché si trattava di uno scherzo del vescovo quello di parlare di fine settimana, in realtà sono diventato il parroco di quella chiesa e lì sono rimasto.

Ricordo bene che quando sono entrato per la prima volta, anche se mi sentivo completamente spaesato a causa del buio, del luogo così violento e separato dalla vita, ho capito che ero accompagnato, ero arrivato lì non per caso, ma mandato, aspettato e accolto. Come se nella mia vita si fosse completato un cerchio importante: ero stato mandato fin dall’inizio da san Giustino ed ero arrivato nella sua casa a fare il parroco. Lo dico perché potevo avere altissime obiezioni a stare lì: infatti io sono di origine ebraica e come ebreo americano fare il parroco a Nablus forse non era la cosa più raccomandabile. Si potevano trovare mille buoni motivi per cui non sarebbe stato il caso di andare a fare il parroco a Nablus in quel momento, eppure nonostante tutte le obiezioni e le fatiche che sapevo benissimo avrei dovuto affrontare, ero certo di trovarmi nel posto giusto perché lì mi aspettava chi mi aveva mandato.

E non solo questo. Aggiungo un altro aspetto. Proprio di fronte all’altare ho visto il nome dell’artista che aveva prodotto tutti i dipinti e si chiamava Ferdinando Michelini. Era un giovane architetto degli anni ’60, brillante ed in carriera che poi si era ammalato di un tumore non curabile. I suoi genitori erano contadini in un piccolo paese vicino a Pavia, hanno pregato molto, chiedendo anche l’intervento di un medico che avevano conosciuto da piccolo ed era diventato un po’ l’idolo del luogo, un buon cristiano. Tre giorni dopo il figlio era guarito ed è uscito dall’ospedale, quindi è diventato missionario in Africa dove fu notato per la sua mano felice e così andò in tutto il mondo per realizzare dipinti nelle chiese. Lui era proprio di Milano e il miracolo da lui ricevuto è stato quello che ha reso santo Riccardo Pampuri.

Proprio lui aveva realizzato quei dipinti di san Giustino in parrocchia!

Dove vuoi andare lontano da Dio? Questo è un esempio di quello che voglio dire.

La fatica della vita per noi è una obiezione per un motivo solo, è un problema, un peso, ci toglie gusto, ci toglie voglia, ci toglie cuore, è come non essere più vivi. Questa fatica è tale per un motivo solo: perché per noi non ne vale la pena. Nella fatica prevale ciò che non ammettiamo neanche con noi stessi e con gli altri. Chi comincia ad ammettere questa cosa viene mandato dallo psicologo perché è squilibrato, ma si tratta di una verità per ciascuno di noi. Viviamo le nostre fatiche, le debolezze, incoerenze, limiti e peccati, peggio ancora i limiti e peccati degli altri in modo tale che diventano menzogna, violenza, minaccia e la delusione della vita ci piomba addosso. Così tutta la vita appare una catena, un susseguirsi di delusioni, sfide e contraddizioni; sperimentiamo tutto questo come presagio di quel limite, quella pena che si chiama morte.

La verità è che se non ci fosse la morte e se il dolore, la sofferenza, il tradimento, la minaccia, tutto questo, non fossero l’avvicinarsi del limite che si chiama morte, non avremmo nessuna obiezione, sarebbero solo passi da fare, magari anche difficili, passi in cui chiedere aiuto, in cui domandare la grazia, ma sempre passi ed invece sono sconfitte. E queste sconfitte sono presagio della sconfitta che già sentiamo dentro, ognuno di noi ha fatto questa esperienza. Abbiamo vissuto occasioni davvero fantastiche, un matrimonio, un battesimo, una vacanza e tutto appare come una festa, tutto è fatto di sorrisi, bellezza e noi lì in mezzo a tutti quelli che sorridono ci chiediamo se siamo gli unici a non provare nessuna gioia. Non ti è mai successo?

“Perché non provo la gioia che penso gli altri abbiano?” Il fatto è che ci sono solo due questioni, solo due: la vita e la morte.

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