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Appunti dalla catechesi di Don Vincent Nagle al capitolo milanese del monastero wifi: sappiamo mollare gli ormeggi di una vita piena di pretese per inoltrarci nel regno infinito dell’Amore di Dio dove anche le ferite sono occasione di salvezza?

Sabato 1 giugno è stato un vero giorno d’estate e non solo dal punto di vista meteorologico. Milano ci ha inondato di sole, e il Monastero Wi-Fi ci ha inondato di frutti maturi, un Bene tangibile negli abbracci e visibile nell’unità di ascolto e preghiera. Ringraziare Costanza Miriano, Raffaella Frullone e tutte le persone che hanno reso possibile il gesto non è un atto dovuto, ma un entusiasmo sincero che non passa anche se passano i giorni.

La prima voce che nella mattina ci ha catapultato nel mistero dell’Amore di Dio è stata quella di Don Vincent Nagle, brillante figura slanciata e ironica di sacerdote di origini statunitensi e attualmente impegnato come Cappellano in Ospedale presso la Fondazione Maddalena Grassi. Non vi propongo una trascrizione esatta delle sue parole, il senso di questo contributo non è di sostituire la natura dell’evento, che è fatta per vedersi di persona e stare a pregare insieme. Aleteia For Her ha offerto la diretta Facebook delle due catechesi; lo scritto è un tentativo di ulteriore rilancio, perché non si può stare zitti di fronte alla bellezza che l’anima ha ricevuto. Se vogliamo, è un modo un po’ prolisso di dire: “Hai visto che bello? La prossima volta vedi di esserci!”

Il giro del mondo per tornare a casa

Ho ascoltato diverse volte Don Vincent, lo apprezzo perché lui è fissato con ciò che di solito si tende a schivare il più possibile: la morte. Il giudizio umano che porta in ogni contesto in cui parla affonda sempre il coltello in questa ferita che l’uomo fa fatica ad accettare, la nostra mortalità. Eppure è proprio a partire dall’obiezione suprema che può mettersi a fuoco una proposta di vita eterna che comincia già qui sulla terra.

Impavido, Don Vincent parte a provocare la nostra attenzione da un problema molto quotidiano: perché fare fatica è una fatica per noi? Il problema della vita è mettere a fuoco lo sguardo sull’orizzonte che abbraccia il nostro essere e il nostro fare. Il primo aspetto su cui è necessario ripulire la vista riguarda proprio il nostro essere, il nostro appartenere a un luogo preciso o al doverci allontanare da esso per andare altrove. Insomma: è indifferente il luogo in cui mi trovo? Devo lamentarmi se mi tocca abitare dove faccio fatica? La nostra libertà può trattare gli ostacoli come obiezioni o come occasioni, ma se vuole abbracciare la seconda opzione, più propositiva, deve farlo in forza di una ragione sensata.

Un esempio è d’aiuto. Don Vincent, allora, ci racconta di una delle sue tante esperienze di sacerdote in giro per il mondo. Ripercorre con noi la volta in cui fu mandato, con un simpaticissimo invito travestito da tranello, ad essere parroco nella città palestinese di Nablus. Era il tempo della seconda intifada, dominava la scena un clima di paura e violenza. La città era completamente circondata da truppe israeliane, anche solo entrare fu un’impresa. Arrivato nella parrocchia a cui era stato assegnato, venne accolto da una suora che gli mostrò la chiesa e Don Vincent rimase sbalordito nel vederla affrescata con scene della vita di San Giustino martire. Chiede informazioni e scopre che San Giustino era proprio nato a Nablus, e questo per lui non è affatto indifferente: anni prima, proprio le parole di quel martire, erano state strumento decisivo per la sua conversione:

Quando sono entrato in chiesa, anche se mi sentivo completamente spaesato dal buio della violenza e separato dalla vita, [vedendo gli affreschi] ho capito che ero accompagnato. Ero arrivato lì non per caso, ma mandato, aspettato e accolto. Era un cerchio importante della mia vita che si chiudeva: prima ero stato mandato da San Giustino [era stato il motore della conversione] e ora ero parroco nella città dove c’era la sua casa.  Nonostante le mille obiezioni che potevo avere, ero nel posto giusto: perché lì mi aspettava Chi mi ha mandato.

DON, VINCENT, NAGLE
Annalisa Teggi

Anche senza doverci catapultare in zone di guerra, anzi proprio guardando la trama di vita che ci circonda, è possibile anche a noi questo azzardo del pensiero: prima che io fossi qui, Qualcuno ha pensato a questo luogo come a una casa in cui sono atteso e accolto. Quanto incide sulle nostre mille obiezioni quest’ipotesi? Se non altro ci fa stare in una postura più corretta: la schiena pigramente curva si raddrizza, può essere che ogni frammento di spazio abitato sia per una casa, da custodire, ma in cui sono anche chiamato a portare il mio impegno.

La fatica e la promessa di un di più

La fatica resta anche se abbiamo la coscienza che il Padre abbia scelto per noi un casa e che non siamo stati buttati a caso in un posto qualunque da una sorte generica. La fatica resta perché aleggia un’ombra pesante sul nostro destino:

Se non ci fosse la morte, la fatica non sarebbe un’obiezione; considereremmo le cose da fare come dei passi, magari difficili, ma passi. Invece le viviamo come sconfitte, e presagio della sconfitta suprema che riempie già la vita. Ci sono due questioni per noi: la vita e la morte. E c’è una sola domanda per noi: chi ci salva dalla morte?[…]

La fatica è fatica quando per noi qualcosa non vale la pena. E perché non vale la pena? Perché non vediamo, non cerchiamo, non domandiamo la presenza di Colui per cui facciamo questa fatica.

Ecco che il velo nero della morte, come la camera oscura in fotografia, diventa il prisma indispensabile per vedere la vita a colori. Perché solo se la morte non è un’obiezione, allora anche la fatica non è un’obiezione. Il quadro a rovescio di questa nostra quotidiana lotta con le contraddizioni sarà il Paradiso: anche lì dovremo fare dei “passi” per addentrarci sempre più nell’infinita Luce di Dio, ma sarà una crescita piena di gioia. Una volta sconfitta la morte, l’impegno non è fatica ma entusiasmo.

La fatica è fatica, e ci taglia le gambe e ci tira giù, finché non vivo il rapporto con un Salvatore. Cosa rende bello il volto umano? Il volto umano è bello in quanto vive in forza di una promessa credibile su “un di più” di vita. […]. L’uomo è vivo e il suo volto è bello in quanto è proteso verso un di più.

L’esempio raccontato da Don Vincent a questo punto della catechesi è un’immagine chiarissima: prima di diventare sacerdote, era stato fidanzato con una ballerina professionista francese. Capitava che l’andasse a trovare durante le prove e vedeva cosa succedeva nel camerino: togliendosi le scarpe da punta, e dopo ore e ore di esercizi, ne usciva fuori molto sangue. Eppure tutta quella sofferenza non era un’obiezione per la ragazza: per lei faceva parte del crescere nella bellezza di quell’arte. Faceva parte di “un di più” che la consumava. Ecco: in vista di una promessa di bene e di bellezza che non possono esserci tolti, anche la sofferenza non è fatica ma opportunità.

BALLERINA, SHOES, BLOOD
Shutterstock

Qual è il cambiamento da chiedere a Dio per non essere oppressi dalla fatica, per vivere con il volto bello, cioè proteso?

Aiutami, salvami

Mi rendo conto di essere molto imprecisa e sintetica in questo racconto, la mano ha preso appunti frenetici ma molto è rimasto solo nelle mie orecchie. C’è però un ultimo tratto di salita che vorrei tentare di mettere nero su bianco; ed è una scarpinata affannosa, che però fa guadagnare quel panorama mozzafiato che si gusta in cima a una montagna.

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