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Suor Anne Lécu: è nella lacrime delle donne carcerate che ha capito cos’è la Salvezza

SISTER ANNE LECU
Courtesy of Sr. Anne Lecu
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Nel suo ultimo libro indaga il senso delle lacrime, che secondo Papa Francesco sono indispensabili per prepararci a vedere Gesù. Suor Anne lavora nella prigione più grande d'Europa ed è proprio lì che ha incontrato il volto di Cristo.

Venerdì scorso nella nostra rubrica letteraria abbiamo segnalato l’ultimo libro di suor Anne Lécu “Il senso delle lacrime” per le edizioni San Paolo. Un titolo bellissimo che ci ha subito colpiti, perché il Santo Padre ha parlato in più occasioni del dono del pianto da chiedere al Signore, della grazia delle lacrime: «Sono proprio le lacrime che ci preparano a vedere Gesù» ha detto (2 aprile 2013).

Chi è suor Anne?

L’autrice è una religiosa domenicana, un medico e una scrittrice, appassionata studiosa di teologia e filosofia. Lavora nel carcere di massima sicurezza di Fleury-Mérogis, a sud di Parigi, dove cura il corpo ma anche le ferite dell’anima dei detenuti, come racconta nella sua ultima fatica.

“Il mio modo di vivere la vita religiosa è stato trasformato dalla prigione”

In una bella intervista uscita su Credere ha sottolineato come il lavoro in carcere le ha cambiato non solo l’esistenza ma anche il modo di vivere la fede e di leggere la Scrittura. La sua attività di medico nella prigione più grande d’Europa con una popolazione di circa 4.500 detenuti le fa vivere un’esperienza intensa, difficile, che la interroga continuamente:

«Il mio è un lavoro normale in un posto che non lo è. Sono una professionista, un medico, che lavora in carcere. Sono dalla parte di chi ha il potere, non sono un cappellano, e non parlo di fede con i detenuti. D’altro canto, frequentare questo universo mi ha fatto leggere la Bibbia in modo diverso e senza dubbio anche il mio modo di vivere la vita religiosa è stato trasformato dalla prigione» (Credere)

“Ho capito cos’è la salvezza quando in carcere ho visto piangere delle donne davanti alla croce”

La religiosa dentro le alte e spente mura della prigione ha conosciuto tante storie di detenuti colpevoli dei reati più efferati che, paradossalmente, le hanno fatto incontrare Cristo. Anche il messaggio della salvezza, l’annuncio del kèrigma le è giunto potente dal pianto di alcune donne recluse di fronte alla croce durante una messa. Le lacrime nell’esperienza di suor Anne hanno un valore epifanico:

«Ho imparato attraverso la prigione che Cristo ha scelto di lasciarsi condurre dalla parte dei colpevoli, in modo che non siano più soli con la loro colpa. Questo è il significato della sua presenza sulla croce tra i due ladroni. Ha persino scelto di essere identificato con il peccato, come ci dice Paolo ai Corinzi (…) condannato ha scelto di portare la maledizione in modo che non pesi più sulle nostre spalle. Questa è la salvezza, e penso di averlo capito quando, durante una celebrazione dell’Eucaristia in carcere, ho visto donne piangere davanti alla croce. Piangevano perché sapevano con tutte le fibre del loro essere che l’uomo in croce era come loro, un condannato, e che quindi era con loro, sicuramente» (Credere).

Il cuore del sui libro: riabilitare le lacrime

Suor Anne scrive per mostrare ai lettori la straordinaria sapienza della tradizione cristiana che contiene ciò di cui ogni uomo e donna ha bisogno per vivere ed essere felice, ovvero salvo, perché come mi ha insegnato un sacerdote Gesù ci vuole tutti felici e quindi salvi.

«Ho scritto un libro sulle lacrime per riabilitarle (…) In filosofia troviamo poche lacrime, ma nella Bibbia e nella tradizione spirituale ce ne sono molte. Per me riabilitare le lacrime significa anche “onorare” l’incarnazione. Le lacrime formano come un velo davanti agli occhi di chi piange e sono una forma di antidoto all’esibizione, ormai rivendicata ovunque (…) Sgorgano e fanno dubitare della nitidezza stessa delle cose. Alla fine, possono essere lacrime di gioia. La fonte delle lacrime non è forse ciò che trabocca, che è più grande di noi? (…) Nei miei libri vorrei sottolineare la ricchezza della Bibbia e della tradizione cristiana per le persone che hanno bisogno di essere incoraggiate nella fede, senza dover cercare altrove ciò che abbiamo a casa. Inoltre credo che la prigione mi abbia dato il dono di un linguaggio radicato nella realtà, almeno così mi dice la gente. E se conforta donne e uomini nella loro fede, tanto meglio» (Credere).

Una vocazione nata dal desiderio di offrire la vita agli ultimi

Anne cresce in una famiglia che le trasmette la fede, i suoi genitori sono cattolici praticanti e quando va a studiare medicina a Tours resta impressionata dai giovani morti a causa dell’Aids. Questo fatto genera in lei molte domande sul senso della vita fino a quando incontra una risposta nell’associazione “Cristiani e Aids” un gruppo che si occupa di assistere i malati e le famiglie senza giudicare e dare lezioni, così sente nascere in lei il desiderio di spendere la sua vita per Cristo che incontra nel volto degli altri:

«Non sapevo se mi sarei mai consacrata, ma se fosse successo sarebbe stato nella vita domenicana, dove avevo percepito una vera libertà di espressione, una gioiosa fratellanza tra i fratelli e le sorelle, e un’esigenza di ricerca intellettuale» (Ibidem).

Le piccole opere fanno grande la Chiesa di Cristo!

Suor Anne racconta il turbamento e la tristezza che prova come donna e religiosa a causa delle situazioni di abuso nella Chiesa, piaga che le sta a cuore e di cui parlerebbe volentieri con Papa Francesco:

«(…) vorrei chiedergli come fare perché la Chiesa prenda sul serio gli abusi che la attraversano: perché le vittime di abuso di potere, di derive settarie o di reati come la pedofilia hanno così tanti problemi a essere ascoltate? Lavoro in carcere da 21 anni e non ho rabbia contro le persone di cui devo prendermi cura. Non chiedo mai loro perché sono incarcerati. Ma provo rabbia contro coloro che avrebbero potuto impedire loro di commettere un crimine e non hanno fatto nulla» (Credere).

Ma Gesù ha già vinto la morte e ci dona lo Spirito per compiere la sua volontà. Noi come mendicanti dobbiamo chiederglielo in continuazione, senza sosta. Essere cristiani è una chiamata alla fedeltà nelle piccole cose che però sono tutto:

«(…)sono le minuscole opere di tutti i cristiani che, con calma e umiltà, continuano a lavorare per facilitare la vita di coloro che li circondano. Questa è la Chiesa di Cristo» (Ibidem).

 

 

 

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