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“Mi mancherà”: per 8 mesi un 84enne ha accompagnato a scuola un bimbo cieco

OLD MAN, CHILD, PARK

Dobo Kristian | Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 20/05/19

Possono esserci casi virtuosi e sporadici di anime che hanno grandi slanci maturati in solitudine. Spesso e volentieri, l’indole viene sollecitata da un esempio. Romano Carletti ci tiene a non essere considerato un eroe, ora che tutti in paese raccontano di quanto sia generoso, premuroso, solerte: tutti sanno che se qualcuno si ammala, lui va a comprare le medicine – ad esempio.

Nonno Romano riconduce l’origine di questo suo zelo nel bene al suo matrimonio, nel cammino fatto con una moglie ora defunta.

«Mia moglie è morta a 50 anni, dopo 5 anni di malattia. Se oggi sono fatto così — e gli occhi si velano — è grazie a lei che me l’ha insegnato. Aveva tanta fede. E nel nostro negozio di alimentari non c’era giorno che non lasciasse un pezzo di salame da portare a una suora, per un povero o un carcerato». (Ibid)

A differenza del male che colpisce e distrugge, il bene semina. E qui torna il senso della profezia del buon Tolkien: un gesto anche piccolo, magari fatto in un posto sperduto, genera sempre qualcosa di nuovo, si propaga come le onde nell’acqua quando buttiamo un sassolino. L’invisibile quotidiano è depositario di vite vissute a fondo, che lasciano segni più resistenti di violenze sbandierate a reti unificate.


SOPHIE, CANCER, NURSE

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Quegli gli occhi poco buoni

Per mesi Romano ha accompagnato a scuola un bambino non vedente e lui stesso dichiara di essere cieco da un occhio:

«La sa la cosa buffa? Eravamo bambini, c’era la guerra, passò un camion di soldati che perse della polvere da sparo. Ne prendemmo un po’, si provò ad accenderla e ci fu lo scoppio… La cosa buffa è che quando siamo io e il bambino, di quattro occhi ce n’è solo uno buono. Sì, da questo sono cieco. A volte il destino…». (Ibid)
ELDER
Photo by Gus Moretta on Unsplash

Ma loro due, nonno e bambino, non sono quelli a cui si riferiva Gesù dicendo: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca?». Qualche puntiglioso si metterà a fare le pulci sull’inadeguatezza tecnica del signor Carletti alla guida. E questo è tipico di un’epoca che vede pagliuzze e trascura travi (guarda caso, proprio ciò che si dice nel medesimo passo del Vangelo). Ancora più frequentemente le pagliuzze tendiamo a vederle proprio nei comportamenti di chi fa qualcosa di buono, di chi si lancia in un’impresa senza essere perfetto. Sarebbe davvero triste una simile lettura di questo fatto di cronaca, che parla invece della necessità di moltiplicare la presenza di compagnie zoppe. Forse è il caso di cominciare a contraddire il proverbio. Chi va con gli zoppi, gli storpi, i ciechi forse comincia a camminare e vedere per davvero.


PATRIZIA MATACENA AND ROBERTA COTRONEI

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Dove ci sta portando questa cultura dell’essere umano sano, produttivo e veloce? A correre sulla corsia preferenziale del disumano. Perché non c’è nulla di così eccezionale nel regno animale quanto la compagnia di cui l’uomo soltanto è capace, una razza in cui gli ultimi e lenti aiutano i feriti e gli scartati. Ci sarebbe da andarne fieri.

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