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È morto Tim, aveva 21 anni ed era sopravvissuto a un aborto tardivo

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I genitori biologici scelsero l'aborto scoprendo che era affetto da sindrome di Down; è nato vivo e rimasto senza cure per giorni, poi è diventato la gioia della sua famiglia adottiva. La madre naturale si è suicidata.

È insistente Dio nel recapitare messaggi, altrettanto insistente l’uomo nel volerli respingere al mittente. Mollare la presa, abbandonarsi a una storia non preventivata può essere il filo che ci tira fuori dalla selva. Rifiutarlo è rifiutare la luce che snebbierebbe le nostre tenebre.

La storia di Tim ha scosso la Germania quando nacque, nel 1997. Lo conoscono tutti col nome di Oldenburg Baby dal nome dell’ospedale in cui è nato. Ho volutamente ripetuto il verbo che alla sua persona non si doveva affiancare, nascere. E poi, una volta nato, l’ipotesi che andava per la maggiore era che comunque non sarebbe vissuto.

Tim ha vissuto 21 anni, è morto una settimana fa.

Aborto fallito

La scoperta che il feto era affetto da sindrome di Down fece scegliere ai genitori naturali di Tim la via dell’aborto tardivo, alla 25 settimana. La legge tedesca consente l’interruzione di gravidanza fino alla 13a settimana, ma consente anche l’aborto tardivo in caso di problemi di salute della madre o difficoltà psicologiche a portare a termine la gravidanza.

Da quest’ultimo pertugio s’insinua una discrezionalità molto ampia, tanto che 9 feti su 10 con la sindrome di Down “non passano l’esame” di accoglienza nella vita.

Lo si giustifica con le difficoltà psicologiche percepite dai genitori. Allora chiedo: perché recidere? E se il genitore fosse accompagnato ad accogliere la notizia di una disabilità certamente complicata ma che non delinea affatto un orizzonte tragico?

In ogni caso, Tim fu sottoposto alla procedura di aborto e – vale la pena dirlo – Dio solo sa perché è nato vivo. Nonostante tutto. Non sono state iniettate sostanze per fermare il battito del cuore, lo si è semplicemente fatto nascere così prematuro da non sopravvivere. Ma è sopravvissuto, nello sconcerto generale ed è da questo momento in poi che si può tracciare una linea di demarcazione netta tra inferno e paradiso.

Anche se a Tim è spettata la parte più tosta del percorso, non è certo lui quello che è rimasto nel buio infernale. È davvero uscito a veder le stelle, oltre a vederne di tutti i colori. Il cuore batteva, lui si muoveva e piangeva; eppure nessun medico lo curò nei primi momenti di vita, perché ci si aspettava una sua morte imminente. Poi un’infermiera meno cinica dei colleghi si prese cura di lui, visto che il neonato ostinatamente respirava.

L’assenza di cure procurò al bambino una serie di danni al cervello, agli occhi e ai polmoni; più tardi sviluppò anche tendenze autistiche che aggravarono il quadro già complicato per la sindrome di Down. Questa creatura scartata e davvero difficile da proporre come dono anche per genitori adottivi, ha trovato pace e felicità incontrando i coniugi Bernhard e Simone Guido. Se lo portarono a casa che pesava poco più di 600 grammi ed era lungo appena 32 cm.

Tutto casa, delfini e scuola

“Doveva essere una femminuccia in salute, ” scrive Simone Guido nel libro dedicato alla sua vita con Tim. Ma vedendolo in ospedale nel 1997 ammette che fu amore a prima vista: “Abbiamo subito pensato: deve stare con noi”. (da The Irish Times)

La famiglia adottiva dei Guido ha accolto altri figli disabili oltre a Tim e gli ha dato tutto l’affetto possibile, ricevendone una gioia ancora più grande in dono. Bernhard e Simone si sono fatti carico di tutte le terapie necessarie a Tim che hanno richiesto molti interventi, viste le complicazioni occorse nei primi giorni di vita.

Un riscontro molto positivo per lo sviluppo motorio e comunicativo di Tim è stata la terapia coi delfini, per due settimane nel 2003. Dopo questa esperienza ha cominciato a frequentare una scuola speciale.

Ha trascorso felice coi genitori l’ultimo Natale, il mese scorso, poi un’infezione polmonare gli ha procurato la morte.  Forse si potrebbe dire che avrebbe vissuto di più se ci si fosse presi cura di lui alla nascita, ma ancora più importante è dire che ha vissuto 21 pieni di vita, dolore, affetto, gioia ricevuta e data a piene mani.

“Siamo molto addolorati e non sappiamo ancora come faremo i conti con la perdita di nostro figlio che era unico, pieno di vita e gioia” hanno dichiarato i genitori.

C’è un video su Youtube che racconta la vita quotidiana di Tim, è in tedesco e io non ne so una parola. Ma gli sguardi non mentono. E dicono tutto, l’indispensabile è che Dio fa prodigi. A noi, davvero come genitori adottivi, non spetta altro che accoglierli.

Il lato oscuro

C’è la sofferenza e poi c’è la tragedia, che è tutt’altra cosa perché è incompatibile con la speranza. La vita di Tim ha conosciuto senz’altro il dolore e la fatica, quel tipo di sofferenza che l’abbraccio di una famiglia adottiva ha saputo trasformare in un sentiero benedetto dalla certezza di essere una persona amata e dalla dignità immensa.

Che ne è stato di chi scelse di spegnere nel grembo la sua vita? Si fa fatica ad averne pietà, ma al mistero di Dio dobbiamo affidare anche loro, perché l’umano non ha mani abbastanza esperte per sbrogliare nodi così duri.

Si sa che i genitori hanno intentato causa all’ospedale perché l’aborto non riuscì. Un cuore, una volta indurito, non può che accecare la vista alterando in modo mostruoso la percezione delle cose. Si sa che il medico che lo fece nascere è stato multato per non aver accudito il bambino appena nato. Si sa che, infine, la madre naturale di Tim si è suicidata dopo un percorso di psicoterapia che non aveva dato risultati. Sebbene ci si premuri di non dirlo troppo ad alta voce, gli istinti suicidi sono molto presenti nelle donne che abortiscono.

Dichiararlo non significa accusare, o puntare il dito, ma chiamare le cose col loro nome. Legame, vita. Una madre non può infliggere la morte e non patirne nella propria carne. L’inferno, la tragedia, è chiudere le porte all’infinita sorpresa con cui Dio vuole compiere il nostro destino.

Per una volta la vita, che si diceva non voluta e incapace di sopravvivere, si è mostrata per quel che è: agli occhi di chi l’ha accolta è stata una meraviglia, addirittura un miracolo; agli occhi di chi l’ha rifiutata più volte un mistero terribile, insostenibile.

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