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Solo i maschietti all’altare, giovane prete nell’occhio del ciclone: succede a Cumiana

MINISTRANCI
REPORTER
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Chiara Sandrucci ha portato a rilevanza nazionale sul Corriere un episodio di vita parrocchiale del Torinese. Un prete giovane e zelante (forse un tantino intemperante) ha cercato di imporre alla comunità l'esclusione delle bambine dal servizio dei ministranti; per tutta risposta alcuni fedeli lo hanno deferito alla Consigliera di Parità Gabriella Boeri, la quale ha convocato il sacerdote e gli ha fatto dono di un libro sulla parità di genere (sic!). Ingerenze a parte, la questione non ha un vero profilo teologico, mentre va valutata nel contesto di una storia disciplinare e istituzionale che si articola nell'ultimo mezzo millennio. Ci sono ragioni di attendere come risolutivo l'intervento di mons. Cesare Nosiglia.

Ma lasciamo volentieri alla “Consigliera di parità” l’incombenza di trovare la quadra sul “paradosso norvegese”, sui suoi presupposti antropologici e sui relativi corollari sociali: quanto possiamo osservare – noi che restiamo nel nostro campo – è che troviamo difficile non scorgere nell’azione di Boeri una pesante ingerenza. Proviamo a immaginare la scena a parti rovesciate: un prete anziano che si ripromette di incontrare una giovane consigliera e di darle un libro col quale intenderebbe spiegarle come ci si aspetta che lei faccia il suo lavoro. In una giornata di notizie scarse una storia così potrebbe finire sulle prime pagine nazionali, per strillare all’ingerenza (e al sessismo).

Fortunatamente (per la Consigliera), l’arcivescovo di Torino non è uomo incline allo scontro, ma piuttosto alla mediazione: oltre a essere persona di esperienza ecclesiastica in generale, mons. Cesare Nosiglia è pure lungamente versato nelle questioni inerenti alla catechesi e all’educazione. Insomma dovrebbe essere l’uomo giusto al momento opportuno, e probabilmente saprà avviare la situazione a una risoluzione pacifica e indolore per tutti (o quasi).

Tre parole sul giovane prete

Per spostarci dal piano del metodo a quello del merito, magari avvicinandoci alla comunità di Santa Maria della Motta, potremmo considerare tre commenti che altrettante donne hanno scritto a mo’ di commento sotto un post del prete piemontese. Tutte e tre sono composte e costruttive, ma la prima è molto critica:


La seconda è di una donna impegnata nella formazione dei sacerdoti:

La terza è di una ragazza che può offrire affettuosa testimonianza del precedente impegno pastorale di don Pizzocaro:

Un documento “normativo” sulla materia

Questo tanto per restituire alla figura del giovane prete una profondità che – appiattita sulle sole dichiarazioni rilasciate al Corriere – risulterebbe un sagomato. Ciò detto, ricordiamo adesso i pronunciamenti ecclesiastici in cui sta la questione: sul n. 38 di Notitiæ compariva la traduzione italiana di un rescritto della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti. Era la risposta a un vescovo che aveva chiesto delucidazioni proprio in merito alla pratica di ammettere donne e bambine al servizio dell’altare.

Eccellenza,
Con riferimento alla nostra recente corrispondenza, questa Congregazione ha deciso di procedere ad un rinnovato studio delle questioni concernenti l’eventuale ammissione di fanciulle, donne adulte e religiose, accanto ai fanciulli, come ministranti nella liturgia.

Nell’ambito del presente esame, questo dicastero, ha consultato il Pontificio Consiglio per i testi legislativi che ha risposto con una lettera in data 23 luglio 2001. La risposta del pontificio consiglio è stata di aiuto, perché ha riaffermato che le domande sollevate da questa congregazione – inclusa quella se una legislazione particolare possa obbligare i singoli sacerdoti, quando celebrano la santa messa, a ricorrere al servizio delle donne all’altare – non riguardano l’interpretazione della legge, ma, piuttosto, concernono la corretta applicazione della medesima normativa. La risposta del succitato pontificio consiglio, pertanto, conferma l’interpretazione di questo dicastero, secondo la quale la questione rientra nell’ambito delle proprie competenze, delineate dalla Costituzione apostolica Pastor bonus, § 62. Alla luce di tale autorevole risposta, questo dicastero, avendo risolto alcune questioni rimaste ancora insolute, ha potuto concludere il proprio studio e, ora, desidera fare le seguenti osservazioni.

Come risulta chiaramente dalla Responsio ad propositum  dubium circa il can. 230 § 2 del Codice di diritto canonico, data dal Pontifìcio Consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi e dalle direttive di questa congregazione, volute dal santo padre per provvedere all’ordinata attuazione del disposto del can. 230 § 2 e della sua interpretazione autentica (cf. Lettera circolare ai presidenti delle Conferenze episcopali, Prot. n. 2482/93, del 15 marzo 1994, in Notitiæ 30 [1994] 333-335), il vescovo diocesano, in quanto moderatore della vita liturgica della diocesi affidata alla sua cura pastorale, ha l’autorità di consentire il servizio delle donne all’altare, nell’ambito del territorio affidato alla sua guida. Tale libertà, inoltre, non può essere condizionata da richieste favorevoli ad una certa uniformità fra la sua diocesi e le altre, in quanto ciò determinerebbe, logicamente, l’eliminazione della necessaria libertà di azione del singolo vescovo diocesano. Piuttosto, dopo aver ascoltato il parere della conferenza episcopale, il vescovo deve basare il suo prudente giudizio su ciò che ritiene accordarsi maggiormente con le necessità pastorali locali, al fine di conseguire un ordinato sviluppo della vita liturgica nella diocesi affidata al suo governo pastorale. Nel fare ciò, il Vescovo terrà in considerazione, fra l’altro, la sensibilità dei fedeli, le ragioni che motiverebbero un tale permesso, i differenti contesti liturgici e le assemblee che si riuniscono per la santa messa (cf. Lettera circolare ai presidenti delle conferenze episcopali, 15 marzo 1994, n. 1).

In ossequio alle citate istruzioni della Santa Sede, in nessun caso tale autorizzazione può escludere gli uomini, o, in particolare, i fanciulli, dal servizio all’altare, e nemmeno può obbligare che i sacerdoti della diocesi ricorrano a ministranti di sesso femminile, in quanto «sarà sempre molto appropriato seguire la nobile tradizione di avere dei fanciulli che servono all’altare» (Lettera circolare ai presidenti delle conferenze episcopali, 15 marzo 1994, n. 2). Naturalmente, rimane sempre l’obbligo di promuovere gruppi di fanciulli ministranti, non da ultimo, per il ben noto aiuto che, da tempo immemorabile, tali iniziative hanno assicurato nell’incoraggiamento di future vocazioni sacerdotali (cf. ibid.).

Per quanto concerne l’eventuale vantaggio pastorale offerto alla situazione locale dalla presenza di donne ministranti all’altare, sembra utile ricordare che i fedeli non ordinati non hanno alcun diritto di svolgere tale servizio. Piuttosto, è dai sacri pastori che essi possono esservi ammessi (cf. Lettera circolare ai presidenti delle conferenze episcopali, 15 marzo 1994, n. 4; cf. anche can. 228 § 1; Istruzione interdicasteriale 14, Ecclesiæ de mysterio, 15 agosto 1997, n. 4. in Notitiæ 34 [1998] 9-42). Pertanto, qualora vostra eccellenza ritenesse opportuno autorizzare il servizio di donne all’altare, rimarrebbe importante spiegare chiaramente ai fedeli la natura di tale innovazione, affinché non si abbia alcuna confusione e con ciò si danneggi lo sviluppo di vocazioni al sacerdozio.

Avendo cosi confermato e ulteriormente chiarito i contenuti della sua precedente risposta a vostra eccellenza, questo dicastero – che considera normativa la presente lettera – desidera assicurarla della sua gratitudine per avere avuto l’occasione di approfondire ulteriormente la presente questione.

Con ogni migliore augurio e distinto ossequio, mi confermo, sinceramente suo in Cristo,

Jorge A. card. Medina Estévez, prefetto

mons. Mario Marini, sotto-segretario

Appunti e note

La lettera è trasparente, ma dato che nel guazzabuglio polemico e frettoloso in cui ci troviamo immersi un documento del genere corre il rischio di essere frainteso e/o di diventare più oscuro di ciò che intende spiegare, offro di seguito alcuni punti di sintesi per una migliore comprensione:

  • Il dicastero ritiene normativo il proprio rescritto al vescovo, proprio in ragione dell’ampia consultazione che lo ha preceduto e fondato.
  • Va da sé (difatti non c’è scritto, ma non bisogna dimenticarlo) che in nessun modo il contenuto del rescritto può intendersi irreformabile: si tratta sempre e comunque di diritto ecclesiastico positivo.
  • Quindi la materia è di piena discrezionalità dell’Ordinario del Luogo (99 volte su 100 un vescovo diocesano), e per questo la sua decisione non può essere determinata né dal giudizio dei confratelli riuniti in conferenza episcopale né da singoli vescovi (figurarsi dai “Consiglieri alla parità” che regalano libri…).
  • Un vescovo prudente, tuttavia, dovrà ascoltare il parere della propria conferenza episcopale, prima di decidere.
  • Un vescovo prudente, inoltre, farà bene a tener conto anche della sensibilità dei fedeli, avendo cura estrema di spiegare loro le cose in modo da non essere frainteso.
  • Nessun fedele laico ha diritto a prendere parte ad alcuna azione nell’ambito del presbiterio (non a caso quella zona prende il nome dai soli fedeli che per diritto vi transitano, i chierici); questi ultimi, tuttavia, hanno facoltà di introdurre i primi ad alcune particolari mansioni.
  • Storicamente, e in particolare negli ultimi cinque secoli, tale delega è diventata abituale, nel contesto parrocchiale, in riferimento a bambini il cui senso religioso veniva coltivato con particolare zelo, incoraggiando in molti la scelta di entrare in seminario.
  • Il che non significa:
    • che sia teologicamente impossibile ammettere donne e/o bambine al servizio dell’altare;
    • che l’ammissione delle stesse al servizio liturgico possa essere analogamente intesa come prodromica all’accesso all’Ordine sacro (riguardo al quale nessun fedele ha diritto: chiunque avverta di sentire una chiamata non può imporla alla Chiesa contro le sue regole).

Questi ultimi punti, in particolare, delimitano il campo delle considerazioni relative alla prassi pastorale e al suo senso teologico: ho precisato (anche se nella lettera non se ne parla) che i chierichetti esistono da qualche secolo proprio per ricordare che c’è stato un tempo (lungo quasi tre volte il restante) in cui la loro presenza non è stata attestata.

Storia e teologia

Ciò significa non che siano una “categoria” inutile, ma che – come tutte le categorie – abbia visto la luce in un dato momento storico in cui la loro presenza è stata perfino più che opportuna: a suo tempo il Concilio di Trento affrontò finalmente il problema, allora secolare, della formazione sacerdotale, che versava in uno stato pietoso. Nacquero allora i seminari, che santi vescovi come Carlo a Milano sospinsero alacremente. E per una prima selezione, in epoche e contesti generalmente privi di scuole, si usava la categoria dei “piccoli chierici”, che poi ancora in tenerissima età venivano mandati nelle migliori scuole che il clero gestiva e contestualmente avviati all’iter ecclesiastico.

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