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Il “protocollo della santità” secondo Papa Francesco

FARMERS MARKET
Shutterstock
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“Gaudete et exsultate” è sicuramente uno dei documenti più rappresentativi del pontificato bergogliano. Sul primo numero dicembrino de La Civiltà Cattolica il gesuita Diego Fares ha analizzato il capitolo V dell'Esortazione Apostolica, ricavandone una concisa ed efficace “to do list” per la santificazione nel quotidiano. Che poi è il fine ultimo dei documenti, del Vaticano, della Santa Sede, delle definizioni dogmatiche e della stessa incarnazione, passione, morte e risurrezione di N.S.G.C.…

[…] Un libro impiegato a giustificarne un altro, anzi lo stile d’un altro, potrebbe parer cosa ridicola: […] di libri basta uno per volta, quando non è d’avanzo.

Con questa frase memorabile Alessandro Manzoni concludeva, nel 1840, l’introduzione alla seconda edizione del suo capolavoro. Mi ha sempre stupito considerare come una duplice osservazione che trabocchi tanto buonsenso debba cozzare con un’altrettanto cruda constatazione, che una volta si esprimeva nell’adagio “libri ex libris fiunt”. La maggior parte della civiltà occidentale, e non solo di quella, si riduce in fondo a una formicolante impresa di commento (pro vel contra) di pochi grandi monumenti dello spirito umano: testi religiosi come i Veda, il Corano e (di gran lunga più feconda) la Bibbia giudaico-cristiana; epopee epico-fondative come l’Iliade e l’Odissea; corpi filosofici come quello platonico e quello aristotelico.

Non tutti i libri, non tutte le parole, si fanno “carne e sangue”

Non che Manzoni avesse torto, il fatto è che al mondo ci sono libri di cui si potrebbe fare a meno (talvolta anche volentieri); libri che val bene leggere e rileggere, se si è bravi perfino commentare ma le cui chiose non diventano a loro volta “letteratura” con la L maiuscola (è il caso degli stessi Promessi Sposi, o della Commedia o dell’Eneide); e poi ci sono libri la cui fecondità è tanto vitale e prorompente che anche le opere derivanti diventano plebiscitariamente “Letteratura”.

La Bibbia, come accennavo, gode di una particolare sovreminenza anche sugli altri capolavori: qual è la ragione, posto che ogni buon libro è “nutrimento per l’essere umano”? La risposta teologica è a portata di mano: è un testo ispirato, anzi – in senso pieno e stretto – essa è il testo ispirato (più di qualunque altro e così tanto che quando un testo si dice “ispirato” lo si dice analogamente a quello). La teologia però può permettersi di offrire spiegazioni trascendenti dei fenomeni, non di sostituirsi ad essi: la risposta fenomenica, dunque, è che – usando una parola confluita nel Simbolo niceno-costantinopolitano – le Scritture di cui consta la Bibbia sono vivificanti, ossia non solo sono vivaci (anche Molto rumore per nulla è un’opera vivace), ma rendono vivo tutto ciò che si accosta a loro, a cominciare dalle vite dei suoi lettori.

Questa vita nuova, che è pure una novità viva, la teologia giudaico-cristiana la chiama “santità”, ed è il motivo radicale per cui la Bibbia non invecchia mai e resta così in testa a tutta la letteratura mondiale che in qualche modo ne sta al di sopra: a differenza di tutti gli altri libri, la Bibbia non è stata scritta e trasmessa per produrre letteratura, bensì per produrre santi.

La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale.

Così leggiamo nel celeberrimo capitolo V della Didaché a proposito dei cristiani, e questo è pure il motivo per cui Tommaso d’Aquino affronta nella prima quæstio della Summa la domanda su che tipo di scienza sia la “divina dottrina”: curiosamente, il Dottore Angelico afferma non trattarsi di scienza teoretica (il grado più alto nella tassonomia epistemologica aristotelica), bensì di scienza pratica (per lo Stagirita tali scienze erano l’etica e la politica).

Trittico bergogliano

Dev’essere per questo che, a mio personale giudizio, lo scritto più importante di Papa Francesco è l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate, nella quale mi paiono riecheggiare (e contemporaneamente trovare distinzione) alcune belle pagine di Evangelii Gaudium. Altro documento capitale è Laudato si’, ma qui sarebbe lungo illustrare i nessi con gli altri due testi (speriamo solo di non accorgercene troppo tardi…).

In un tempo che ha offerto a molti osservatori lo spunto per stigmatizzare l’estrema prolificità del magistero pontificio ordinario, mi pare che Gaudete et exsultate brilli per essenzialità: la forza delle sue pagine sta nel loro rimettere schiettamente al centro dell’attenzione il fine stesso di tutta l’avventura cristiana – dalla Chiesa alla Scrittura al Magistero, lungo tutto il corso della Viva Tradizione – e per questo pur essendo numerose non risultano ridondanti né superflue.

A rimandarmi a Manzoni, però, è stato stavolta padre Diego Fares, un gesuita che sull’ultimo numero de La Civiltà Cattolica ha proposto un commento al solo capitolo V della Gaudete et exsultate: un articolo su un’esortazione apostolica, anzi su un suo specifico capitolo, la quale a sua volta è per propria natura un’opera che ricapitola e rilancia un contenuto della Tradizione cristiana, anzi il contenuto pratico fondamentale – quello senza il quale gli uomini neppure conoscerebbero «i due misteri fondamentali della fede». La sfida alla ridondanza partiva con termini svantaggiosi… eppure le chiose del padre Fares sono state perfino illuminanti (qui l’abstract sul sito de La Civiltà Cattolica).

Un “protocollo sostanziale”

Anzitutto Fares mette in evidenza una singolare anomalia nel linguaggio di Papa Francesco: “protocollo” è vocabolo relativamente ricorrente – prima nell’intervista al Direttore Spadaro, poi a Santa Marta nella memoria di sant’Ireneo, ancora nell’incontro brasiliano coi giovani argentini (sempre nel 2013) e varie altre volte – ma che colpisce in quanto si tratta di

un termine polisemico che, a seconda del contesto, può significare qualcosa di meramente formale, come le regole di comportamento in una cerimonia, o qualcosa che ha importanza vitale, come le procedure da seguire nel caso della cattura di ostaggi o nel corso di una catastrofe, dove sono richiesti coordinamento, rapidità e precisione per salvare il maggior numero possibile di vite.

Diego Fares, Un “protocollo” per la buona battaglia spirituale, in La Civiltà Cattolica 4043, 426

È quindi nella Chiesa-ospedale da campo che il “protocollo” torna non solo utile, ma talvolta essenziale. Per questo Francesco metteva le mani avanti:

Non ci si deve aspettare qui un trattato sulla santità, con tante definizioni e distinzioni che potrebbero arricchire questo importante tema, o con analisi che si potrebbero fare circa i mezzi di santificazione. Il mio umile obiettivo è far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità.

Gaudete et exsultate 2

Fares osserva che

Francesco si è servito di questo termine ogni volta che ha fatto riferimento al giudizio finale. A nostro parere, ciò equivale a dire: l’unica cosa per cui valga la pena specificare dei protocolli è la misericordia. Questa, in quanto inesauribilmente creativa, evita qualsiasi rischio che il protocollo diventi meramente formale; al contrario, nel concretizzarlo, gli dà dinamismo.

Fares, cit. 426-427

Un protocollo efficace dev’essere chiaro e agevole, e così è per il “grande protocollo” (GE 95), nel quale Fares distingue quattro semplici tappe.

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