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«Chi è l’addetto al discernimento e alla certificazione di un carisma?»

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Un lettore ci porge questa ficcante domanda, rispondendo alla quale proponiamo una dettagliata digressione nei dominî della coscienza in rapporto con la natura e con la Chiesa. «Ogni buon carisma e ogni dono perfetto – dice Giacomo – viene dall'alto e discende dal Padre della luce» (Gc 1, 17). Il punto, semmai, è saper distinguere “dove vada” un carisma. È questo ciò che il tanto discusso “discernimento” deve appurare. E come lo fa? Proviamo a spiegarlo.

Carissimi, non vogliate credere a ogni spirito, ma esaminate gli spiriti per conoscere se sono da Dio, poiché molti falsi profeti sono venuti nel mondo.

1Gv 4, 1

Quante volte ci siamo chiesti come si possa fare, praticamente, quel famoso “discernimento degli spiriti” di cui oggi tanto si parla, nel bene e nel male? Una volta di più ce l’ha domandato un lettore, il quale ha pure articolato la domanda con una certa precisione:

Come si può discernere se il dono/carisma di una persona derivi da Dio o meno? Chi è l’addetto al discernimento e a certificare che quel dono derivi dalla misericordia di Dio e non da altre fonti?

Discernimento e coscienza nel Pinocchio di Collodi e Disney

Che dunque la risposta stia nel “discernimento” è chiaro anche al lettore: domandando però chi sia “l’addetto” egli stesso riconosce che sovente “discernimento” è diventata una specie di parola magica, che si pronuncia supponendo che contenga la risposta giusta ma di cui si ignora anche il solo significato. E sì, ci vorrebbe un “ministro della conoscenza del bene e del male”, per dirla con la Fata Turchina, un “addetto al discernimento e alla certificazione” dei carismi. L’eco biblica della formula usata dalla Fata ci ricorda che il primo a proporsi per quell’ufficio (Gen 3, 5) fu proprio «il drago, il serpente antico che è diavolo e satana» (Ap 20, 2). E ci verrebbe da concludere che – stando così le cose – il Grillo Parlante coinciderebbe di fatto con il Gatto e la Volpe, con Mangiafuoco, con Postiglione e con tutti gli antagonisti di Pinocchio, l’essere animato-per-grazia cui è stata promessa (e fermata con caparra) un’altra e più piena forma di vita.

Ora, in realtà questo non è plausibile, ma la difficoltà ci pone di fronte a un problema: perché Collodi e Disney hanno collocato la coscienza fuori da Pinocchio? E come fa una vera coscienza a non essere interna?

Il fatto è che da un lato tutti abbiamo avuto l’esperienza della “vocina” che parla come un altro da sé, cioè come un’eco di una parola che non è nostra anche se risuona in noi con un timbro simillimo al nostro; dall’altro nessuno può diventare libero facendosi passivamente condurre da qualcuno-fuori-dal-sé. Nel film animato della Disney l’impasse viene illustrato con un dialogo in cui il Grillo – che già in Collodi è un altro in tutto e per tutto, rispetto a Pinocchio – descrive al burattino animato le ambiguità della vita morale in cui l’arte del discernimento dispiega le sue finezze. E Pinocchio non capisce, facendo però la felicità del Grillo con l’affermare di essere buono.

Qui Disney (che doveva stare in un’ottantina di minuti) ha semplificato assai il portato collodiano, ma i due esegeti italiani più noti della storia di Pinocchio – Giacomo Biffi e Franco Nembrini – hanno spiegato con chiarezza l’identità della “voce della coscienza morale” (Biffi):

Che cosa vuol dire che il Grillo abita in quella stanza «da più di cent’anni?». “Da più di cent’anni” è un modo per dire “da sempre”. Dal momento in cui Dio ha fatto il mondo, io ci sono: sono l’impronta divina, l’eco di quel mistero cui tutte le cose rimandano da sempre e per sempre. Tutte le cose hanno in sé questa potenza di segno, hanno in sé questa capacità di attirarti e di richiamarti all’infinito e all’eterno. E a maggior ragione tu, figlio di Dio: «Io, questa voce, sono il tuo cuore, il tuo desiderio, quel che ti fa diverso dal tuo gatto e dal tuo cane, quel che fa l’uomo uomo».

Franco Nembrini, L’avventura di Pinocchio 43

Ora, la voce della coscienza è capace di riconoscere – cioè di discernere – i doni di Dio (in greco, i “carismi”) proprio in quanto ha con essi una certa connaturalità. In tal senso essa risuona “esterna” all’uomo, giacché lo precede, e simultaneamente “interna”, perché parla nel suo intelletto, ma come un altro – riverbero dell’Altro.

E fino a qui sembrerebbe tutto facile: la ragione per cui il Grillo disneyano s’imbroglia nell’esporre i principî dell’etica a Pinocchio (che poi è uguale e contraria a quella che differenzia il Burattino collodiano da quello filmico) è che sono principalmente le intenzioni a dire la bontà o la malizia dei carismi.

In teologia diciamo che “tutto è grazia”, cioè tutto è dono. Tutto è carisma: la bellezza di Lucifero, ossia il suo intelletto puro, non è un grande dono di Dio? E la sua stessa libertà non è un dono di Dio? Perfino il fatto che detta libertà sia potuta divenire «pervertita e pervertitrice» (cf. Paolo VI, 15 novembre 1972) non dipende da un’arcana liberalità dell’Onnipotente?

È precisamente questo – lasciandoci ormai alle spalle l’analogia con Pinocchio, che ci ha accompagnati fino a dove ha potuto – a fare la difficoltà del discernimento dei carismi. Sempre da ciò deriva un corollario: se tutto è grazia – giacché «se Tu avessi odiato qualcosa non l’avresti neppure creata» (Sap 11, 24) – che cos’è esattamente il carisma?

Il problema, insomma, non è solo di capire se un carisma sia buono o cattivo – perché abbiamo anticipato sia che tutti i carismi sono buoni in principio sia che tutti possono pervertirsi nell’intenzione di chi li amministra –: il problema è anche di capire dove un carisma sussista e dove no.

Una pagina del giovane Ratzinger

«Ma perch’io non proceda troppo chiuso» richiamo adesso una pagina del giovane Ratzinger, tratta dai resoconti delle sessioni del Concilio Vaticano II. In particolare questa parla delle animate discussioni registratesi nell’assise tra il 16 e il 22 ottobre 1963:

D’altra parte non si può negare che la discussione sui laici, benché ricca di interventi, sia rimasta un po’ scialba e noiosa, eccettuato il vivace attacco al testo da parte del cardinal Ruffini, il 16 ottobre, e il grande discorso del cardinale belga Suenens, il 22 ottobre. Forse questo è stato determinato dal fatto che il problema è stato impostato in forma poco concreta e impegnativa. Divenne concreta quando Suenens esortò a concedere anche alle donne il permesso di partecipare al Concilio come uditrici laiche e quando propose di | immaginare una struttura carismatica della Chiesa fondata sugli apostoli e sui profeti, accanto alla sua struttura ministeriale. E concreta divenne quando, sul versante opposto, il cardinale di Palermo [cioè il già menzionato Ernesto Ruffini, N.d.R.] negò assolutamente l’esistenza dei carismi nella Chiesa post-apostolica e ridusse praticamente la funzione del laico all’obbedienza alla gerarchia. L’arco di tensione della discussione si è determinato in questa antitesi, che però non riuscì agli oratori a riempire di vita. Ciò che colpì fu che nonostante tutti gli sforzi nessuno fu in grado di dare una definizione positiva del laico. E forse è proprio questo il vero motivo di quel sentimento di scontentezza, che nemmeno una discussione sincera era in grado di evitare. Ci si è abituati a concepire il laico in antitesi al sacerdote e al religioso, come qualcuno che non è né l’uno né l’altro. È un’abitudine inveterata; la caratteristica della teologia dei laici dei nostri giorni è solo che, pur mantenendo questa doppia premessa negativa – né prete né monaco – tenta di inserire un elemento positivo che permetta di fondare la pietà, la spiritualità del laico e simili. Ma qualcosa di negativo non diventerà mai positivo, per il fatto che si valorizza. E non ci si dovrà meravigliare che anche chi presta maggiore attenzione non avverte nessuna idea positiva. Non può che essere così, se per definizione si è partiti da qualcosa di negativo, anche se poi si celebra come qualcosa di grande. Se si vuole fare un passo avanti, non si potrà più far derivare il positivo esclusivamente da fattori mondani, non ecclesiali, e chiarire poi la collocazione nell’ambito ecclesiale a partire da qualcosa di negativo, ma ci si dovrà chiedere se accanto al ceto sacerdotale e monastico non esistano altre positive possibilità ecclesiali. Il cap. 12 della Prima lettera ai Corinti, che era percepibile sullo sfondo del discorso del cardinal Suenens, offre del materiale abbondante a questo proposito, del quale però ci si è serviti soltanto con molta parsimonia.

Benedetto XVI, Opera Omnia 7/1, 394-395

Come si evince da questa analisi del giovane Ratzinger – notevolmente acuta, per un osservatore contemporaneo ai fatti – ci si trova talvolta ad affermare o a negare l’esistenza di certi carismi a prescindere da presupposti che non necessariamente sono corretti. Usciamo dagli stereotipi da fiction: Ratzinger non stava parlando di “un buono” e “un cattivo” (Ruffini fu un ecclesiastico integerrimo dalla vita straordinariamente avventurosa e piena di grandi opere), anzi la posizione dell’arcivescovo di Palermo aveva una sua sensatezza. Siamo tutti concordi nel ritenere, ad esempio, che l’ispirazione dei libri sacri sia da ritenersi conclusa con la morte degli apostoli: dunque tutte le opere posteriori a quel periodo o esterne a quel circolo, sono sempre state ritenute ecclesialmente venerabili ma non normative. Perché? Perché la Chiesa non vi ha riconosciuto il carisma dell’ispirazione, e anzi essa ha esplicitamente escluso che tale carisma possa sussistere, in senso stretto e pieno, oltre uno sfumato ma pur determinato limite geostorico. Se possiamo dire questo del carisma dell’ispirazione – su cui perlomeno abbiamo riflettuto e scritto ininterrottamente per venti secoli – perché non potremo dirlo del carisma della profezia, al quale riscontriamo appena ondivaghi e ambigui accenni nel Nuovo Testamento e catastrofiche esperienze nella storia della Chiesa (pensiamo a Montano)?

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