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Solo i maschietti all’altare, giovane prete nell’occhio del ciclone: succede a Cumiana

MINISTRANCI
REPORTER
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Chiara Sandrucci ha portato a rilevanza nazionale sul Corriere un episodio di vita parrocchiale del Torinese. Un prete giovane e zelante (forse un tantino intemperante) ha cercato di imporre alla comunità l'esclusione delle bambine dal servizio dei ministranti; per tutta risposta alcuni fedeli lo hanno deferito alla Consigliera di Parità Gabriella Boeri, la quale ha convocato il sacerdote e gli ha fatto dono di un libro sulla parità di genere (sic!). Ingerenze a parte, la questione non ha un vero profilo teologico, mentre va valutata nel contesto di una storia disciplinare e istituzionale che si articola nell'ultimo mezzo millennio. Ci sono ragioni di attendere come risolutivo l'intervento di mons. Cesare Nosiglia.

S’è sollevato un gran polverone, in particolare dopo l’articolo di Chiara Sandrucci sul Corriere di Torino, riguardo al caso della parrocchia di Cumiana dove il giovane parroco, don Carlo Pizzocaro, avrebbe operato una “discriminazione di genere” riservando in via esclusiva il servizio all’altare ai soli bambini di sesso maschile.

Estrapolata dal contesto particolare e proiettata sul grande schermo dei media nazionali, la questione è istantaneamente diventata espressione di una lotta tra cliché: lo spettro del clericalismo misogino da una parte e quello del femminismo ideologico dall’altra. E naturalmente tutte le parti in causa si dichiareranno insoddisfatte di questa descrizione, evidentemente troppo tranchant e grossolana: essa è tuttavia l’unica possibile nel ridotto spazio di un trafiletto di giornale.

Chiara Sandrucci aggiunge peraltro che quello di Cumiana non è l’unico caso in cui si siano viste siffatte “discriminazioni”, elencando per esempio quello di Bardonecchia, dove don Franco Tonda dà queste ragioni:

Solo i bambini indossano la tunica e portano le ampolline, ma le bambine possono tenere il telo della comunione. Dipende anche dal periodo dell’anno, il Venerdì santo tutti possono indossare le stesse tuniche rosse. […] A mio parere non è corretto paragonare le regole sulla parità di genere del mondo “civile” a quelle del mondo ecclesiastico.

La bufera, tuttavia, infuria tutta sul giovane don Pizzocaro, le cui ultime dichiarazioni nell’articolo sembrano tenere il punto: «La nostra società è tutta concentrata sull’uguaglianza. Vanno invece valorizzate le differenze».

Questo è quanto stava sui giornali il 12 dicembre, e che dunque riferisce movimenti aggiornati all’11. Ieri pomeriggio, invece, don Pizzocaro si è trincerato in un last statement dato a mezzo di un post su Facebook:

A leggerlo così, da fuori, si ha immediatamente l’impressione di un intervento “rieducativo”, o perlomeno di commissariamento. Impressione che viene confermata dall’intervista che la già ricordata Chiara Sandrucci aveva fatto contestualmente anche a Gabriella Boeri, la Consigliera di parità della Città metropolitana sabauda, contattata dai genitori delle bambine della parrocchia: «un caso che […] – assicura la giornalista – [la Consigliera] sa già come affrontare». Come? A domanda risponde:

La mia competenza resta nell’ambito del lavoro, ma cercherò di incontrarlo e in quell’occasione potrei consegnargli una copia del libro “A scuola di parità” di Giulia Maria Cavaletto, Consigliera di parità della Regione Piemonte, scritto per aiutare a formare le giovani generazioni alla parità di genere.

Insomma, pare che don Pizzocaro, in quanto giovane, meriti un particolare “investimento pedagogico” – lo sottolineano l’ultima domanda e l’ultima risposta dell’intervista:

[D] Una presa di posizione che arriva da un prete giovane…

[R] È questo che trovo più strano, il fatto che sia proprio un parroco trentenne a non volere che le bambine servano messa. Dalle giovani generazioni ci si attende un cambiamento e quindi una maggiore apertura alla parità di genere che, ricordiamo, è il più potente antidoto alla violenza contro le donne.

Un’affermazione – quest’ultima – su cui si potrebbe largamente dibattere, visto che a partire dai rilievi demoscopici internazionali non si riesce a trarre un teorema che indichi la proporzionalità diretta tra l’enfatizzazione della differenza sessuale (ciò che le femministe chiamano “stereotipo di genere”) e la violenza di genere (che certamente ogni persona civile vuole scongiurare). Non senza pagare lo scotto di pesanti contraddizioni, per cui qualcuno giunge a dire: nei Paesi dove maggiore è l’attenzione non sono più numerosi i casi di violenza, ma unicamente le denunce. Cosa senza dubbio possibile, ma se si dubita tanto radicalmente di dati e fonti è davvero difficile approdare a qualcosa che non sia il mero riflesso di ideologie preconcette.

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