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La neuroscienza scopre il Vangelo a tavola: cucinare è donarsi, riduce lo stress

FAMIGLIA, CUCINA, DOLCI
Shutterstock
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Benvenuta sia la ri-scoperta dell'acqua calda! Gli studiosi si accorgono dei molti benefici della cucina come forma di creatività e condivisione. Ma la cultura occidentale si fondava sull'amore donato nel segno del cibo già dall'Ultima Cena

Leggo un articolo pubblicato sull’Huffington Post USA, tradotto sull’omologo sito italiano. Pane per i miei denti, potrei dire, con metafora adatta al blog. La giornalista Julie R. Thomson racconta che cucinare dolci soprattutto quando è fatto per altri, porta molti benefici psicologici. Secondo alcuni studi effettuati da insigni psicologi, chi cucina i dolci dà libero sfogo alla propria capacità espressiva e questo porta come conseguenza un senso di gioia e gratificazione personale e una diminuzione dello stress. Poiché lo stress a lungo andare è causa di problemi fisici e mentali, trovare il modo di gestirlo e di diminuirne l’impatto contribuisce a vivere una vita sana e felice.

Donna Pincus, docente di psicologia e neuroscienza alla Boston University, afferma: «Esistono tantissime pubblicazioni che parlano della connessione tra espressione creativa e benessere generale. Che sia la pittura, la musica o i dolci (N.d.R: io aggiungerei anche un bel brasato o una ricca porzione di lasagne) c’è una diminuzione dello stress derivante dall’avere uno sfogo e un modo per esprimersi».

Trovo giusto che finalmente qualcuno paragoni la cucina ad altre forme di arte. Da tempo sostengo che ci sono piatti che sono davvero delle forme di bellezza artistica.

Ma l’articolo prosegue con queste considerazioni: «Sfornare dolci può rivelarsi un modo utile per comunicare i propri sentimenti. Julie Ohana, operatrice socio-sanitaria e terapista di arte culinaria, ha detto a HuffPost: «In molte culture, in molti paesi, il cibo è un’autentica espressione d’amore.»

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Alena Ozerova - Shutterstock

Devo confessare che a questo punto dell’articolo la mia reazione istintiva è stata quella di affermare che hanno scoperto l’acqua calda, ma evidentemente nel mondo di oggi è più che mai necessario affermare l’ovvio. Se la dottoressa Ohana dice che “in molte culture il cibo è espressione di amore” è perché si rende conto che la nostra cultura occidentale ha in parte perso questa consapevolezza. Come diceva Chesterton: «Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate».

Ho aperto un blog proprio per parlare di queste cose! In un mondo che ha un po’ smarrito il valore sociale della tavola, è importante ricordare che il cibo è veicolo di amore, di generosità, di desiderio di far star bene l’altro.

Julie Ohana è una “terapista di arte culinaria”: consiglia ai suoi pazienti di cucinare come strategia per migliorare la qualità della loro vita. «Cucinare dolci significa pensare ‘passo dopo passo’ e seguire i dettagli del presente, ma significa anche pensare alla ricetta nel suo insieme, al piatto nel suo insieme, a cosa servirà, a chi sarà destinato, al momento in cui verrà condiviso, quindi è un ottimo modo per esercitare l’equilibrio tra il momento presente e il quadro generale».

Nel suo sito internet riassume così i benefici della terapia di arte culinaria: si acquisiscono abilità che servono per la vita; si apprendono delle abilità sociali e si migliora la propria capacità di comunicazione; si prende maggiore consapevolezza riguardo alla salute e alla nutrizione; si impara a gestire lo stress e il proprio tempo; aumenta la propria autostima e il cervello ne trae benefici grazie all’uso dei cinque sensi.

Non c’è solo la soddisfazione di aver creato un piccolo capolavoro, ma anche la gioia di poterlo condividere con altri e vedere la loro felicità. Si realizza così un circolo virtuoso: chi cucina prova un senso di soddisfazione personale, chi gusta quelle leccornie è felice e pieno di gratitudine verso chi ha cucinato e quest’ultimo aumenta ancora di più il suo benessere nel vedere la gioia negli occhi del suo commensale. L’effetto è quello di un positivo scambio di comunicazione e amore.

Sono concetti che un tempo erano ovvi, facevano parte del patrimonio culturale di ogni civiltà. La nostra società sempre più individualista li ha un po’ dimenticati. Sono contenta quindi se vengono ricordati e se ci sono terapisti che consigliano la cucina come antidoto allo stress. La cucina è una palestra di vita, è generosa laboriosità applicata a vantaggio del prossimo, e ben lo sanno quei formatori aziendali che organizzano corsi di team building per manager proprio facendoli cucinare insieme.

Ancora una volta, basterebbe andare ad attingere alla sapienza della Regola di san Benedetto: i monaci considerano la cucina il luogo ideale per insegnare l’umiltà e il servizio, la disciplina e l’ordine, ma anche la creatività, l’innovazione, la voglia di fare gruppo e di condividere successi e crescita.

Pensiamo alle mamme e alle nonne, che esprimono il loro amore cucinando piatti squisiti e golosi, costruendo una solida famiglia intorno alla loro tavola.

Pensiamo a Gesù Cristo, che tramutava l’acqua in vino, moltiplicava pani e pesci, cucinava pesce arrostito per i suoi discepoli, e ha donato tutto sé stesso nell’Ultima Cena.

Ci sono comunità che sono solide e feconde, costruite sulla roccia, anche grazie alla positiva comunicazione e allo scambio di amore intorno ad una tavola imbandita.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE

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