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Cosa ci dice san Paolo sul rapporto tra verginità e matrimonio?

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Jamie Sanford CC

Gelsomino Del Guercio - Aleteia Italia - pubblicato il 11/10/17

La continenza e l'unione sponsale sono doni, mai obblighi

Verginità e matrimonio. Un tema che San Paolo affronta anzitutto per sgombrare il campo dagli equivoci: nella dottrina cattolica non c’è nessuna costrizione alla verginità come preferenza al matrimonio. Piuttosto la continenza è una scelta di campo con dei significati ben precisi.

Come chiarisce bene il “Compendio della Teologia del Corpo” (edizioni Ares) di San Giovanni Paolo II, nell’edizione curata da Yves Semen. Gli insegnamenti di San Paolo su questo argomento, ripresi poi da Wojtyla, sono la bussola su cui orientarsi.

NON E’ UN COMANDAMENTO

Il tema matrimonio-verginità si incontra in Paolo (cfr 1 Cor 7). L’Apostolo sottolinea, con grande chiarezza, che la verginità deriva esclusivamente da un consiglio e non da un comandamento (cfr 1 Cor 7, 25). E, in pari tempo, offre suggerimenti sia alle persone già sposate, sia a coloro che debbono prendere ancora una decisione al riguardo (cfr 1 Cor 7, 36-37).




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Egli cerca di spiegare, in maniera molto precisa, che la decisione circa la continenza dev’essere volontaria, e che solo una tale continenza è migliore del matrimonio. Qui non entra assolutamente in gioco la questione del peccato. Non si tratta del discernimento tra «bene» o «male», ma soltanto tra «bene» o «meglio».

DIO E LA CONTINENZA

«Passa la scena di questo mondo» (1 Cor 7, 31). Questa constatazione circa la caducità dell’esistenza umana e la transitorietà del mondo temporale deve preparare il terreno per l’insegnamento sulla continenza.

Nell’enunciato di Paolo, chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore. Tuttavia, lo zelo apostolico e l’attività più fruttuosa non esauriscono ancora ciò che si contiene nella motivazione paolina della continenza. La loro radice e sorgente si trova nella seconda parte della frase, che dimostra la realtà soggettiva del Regno di Dio: «Chi non è sposato si preoccupa…, come possa piacere al Signore».




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Paolo osserva, tuttavia, che l’uomo legato col vincolo matrimoniale «si trova diviso» (1 Cor 7, 34) a causa dei suoi doveri familiari (cfr 1 Cor 7, 34). Da questa constatazione sembra quindi risultare che la persona non sposata dovrebbe essere caratterizzata da un’integrazione interiore, da un’unificazione, che le permetterebbero di dedicarsi completamente al servizio del Regno di Dio.

L’Apostolo si premura di specificare che egli non vuole «tendere un tranello» a colui al quale consiglia di non sposarsi, ma lo fa per indirizzarlo a ciò che è degno e che lo tiene unito al Signore senza distrazioni (cfr 1 Cor 7, 35).

“TRIBOLAZIONI NELLA CARNE”

Paolo poi “avverte” chi, invece, sceglie il matrimonio: «Tuttavia costoro avranno tribolazioni nella carne, e io vorrei risparmiarvele» (1 Cor 7, 28). Quali «tribolazioni nella carne» Paolo aveva in mente? Queste sono spesso «tribolazioni» di natura morale. Egli intende dire con questo che il vero amore coniugale è anche un amore difficile.

Cristo, nelle sue parole circa la continenza per il Regno di Dio, non cerca in alcun modo di avviare gli ascoltatori al celibato o alla verginità, indicando loro «le tribolazioni» del matrimonio. Ma proprio grazie a ciò, balza molto chiaramente tutto il significato soggettivo, la grandezza e l’eccezionalità di una tale decisione: il significato di una risposta matura a un particolare dono dello Spirito.


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CHI SCEGLIE IL MATRIMONIO

L’Apostolo, mentre nella sua caratterizzazione del matrimonio da parte «umana» mette fortemente in rilievo la motivazione «del riguardo alla concupiscenza della carne», al tempo stesso rileva anche il suo carattere sacramentale e «carismatico».

Alla base dell’interpretazione paolina del tema «matrimonio-verginità» si trova la teologia di una grande attesa. Mentre il matrimonio è legato con la scena di questo mondo che passa e perciò impone, in un certo senso, la necessità di «chiudersi» in questa caducità, l’astensione dal matrimonio, invece, si potrebbe dire libera da una tale necessità.

Le stesse ragioni parlano in favore di ciò che l’Apostolo consiglia alle donne rimaste vedove (1 Cor 7, 39-40): rimangano nella vedovanza piuttosto che contrarre un nuovo matrimonio.




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IL DONO “COMUNE” DELLA GRAZIA

Un punto in comune nell’una e nell’altra vocazione [verginità e matrimonio] è che in entrambe opera quel «dono» che ciascuno riceve da Dio: la grazia, la quale fa sì che il corpo sia «tempio dello Spirito Santo» e tale rimanga, così nella verginità come anche nel matrimonio, se l’uomo si mantiene fedele al proprio dono e, conformemente al suo stato, ossia alla sua vocazione, non «disonora» questo «tempio dello Spirito Santo», che è il suo corpo.

LA “CONCESSIONE” PAOLINA

L’Apostolo è pienamente consapevole che la grazia, cioè «il proprio dono di Dio», aiuta anche gli sposi in quella convivenza nella quale essi sono così strettamente uniti da diventare «una sola carne». Questa convivenza carnale è quindi sottoposta alla potenza del loro «proprio dono da Dio».

«Non astenetevi tra voi se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perché satana non vi tenti nei momenti di passione. Questo però vi dico per concessione, non per comando» (1 Cor 7, 5- 6).




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L’Apostolo sente il bisogno di riferirsi anche alla «concessione», come a una regola supplementare e ciò proprio soprattutto in riferimento ai coniugi e alla loro reciproca convivenza. La regola paolina di «concessione» indica che tutto ciò deve rimanere sotto l’influsso del dono che ciascuno riceve da Dio, dono che è suo proprio.

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