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Una frase di Benedetto XVI ha aiutato quest’uomo ad affrontare la sofferenza

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Pablo Delgado de la Serna

Pablo Delgado de la Serna - pubblicato il 05/01/23

Grazie a una frase del Papa emerito, Pablo Delgado de la Serna vive in modo diverso il dolore che prova da tanti anni. Ecco la sua testimonianza, piena di fede e gioia contagiose

Inizia un nuovo anno, giorni in cui si fanno progetti e ci si riempie di sogni e speranze.

Nelle prossime settimane affronterò il 30° intervento, che speriamo ponga fine al dolore che mi accompagna da più di quattro anni quando cammino. Da otto mesi provo dolore ogni giorno. Mi hanno amputato una gamba, e mi sottopongo alla dialisi 6 giorni a settimana. Se non lo facessi morirei in una settimana. Non sono in lista d’attesa, il che permetterebbe l’arrivo di un trapianto che migliorerebbe infinitamente la mia vita. Sarebbe il quarto, cosa che ostacola la sua realizzazione. In questa situazione, è difficile guardare l’orizzonte con la gioia e la voglia desiderate.

Perché il Dio buono e dell’amore permette tanto dolore da quando sono nato? Sono un uomo di fede, e questo mi ha creato molti problemi, dubbi e incomprensioni, finché, dopo aver parlato con dei sacerdoti, aver studiato, pensato e pregato, mi sono reso conto che Dio non è quello che manda le cose, ma Colui che ci dà la grazia per affrontarle.

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Questo, che mi è costato tanto, oggi mi aiuta molto. Il dolore non cessa, ma non mi fa disperare. È un processo di trasformazione, in cui ho progredito aiutato da una frase di Benedetto XVI in Libano, “Questa è la follia della Croce: quella di saper convertire le nostre sofferenze in grido d’amore verso Dio”, che è diventata il motto della mia vita.

È un processo lungo e continuo. Ho accettato la mia situazione, ho assunto la mia Croce, e non solo, l’ho abbracciata e ho imparato ad amarla. Amarla come sintomo di amore per la mia vita, per il più grande tesoro che Dio ci dà, la vita, anche se in alcuni casi, come il mio, arriva con un involucro molto brutto. 

Il lavoro di fare pace con la mia realtà

Ciò ha comportato un grande lavoro di conoscenza personale, un lavoro lungo, una vita intera malato, molte conversazioni con me stesso, molte ore di esitazione, pianto e intensa preghiera.

Il lavoro

di far pace con la mia realtà;

di essere adolescente e pensare che avrei potuto morire se non mi fossi sottoposto alla dialisi, anziché uscire con gli amici;

di perdere tre trapianti e passare otto anni in dialisi senza affondare;

di imparare a guardarmi allo specchio senza una gamba, con la pancia piena di cicatrici e un catetere al collo e volermi bene.

Questo lavoro mi ha aiutato ad essere consapevole del fatto che la malattia mi obbligava a rinunciare a molti dei miei sogni e delle mie speranze, a un futuro incerto, irreale e intangibile. E senza chiedere, mi ha costretto a vivere un presente reale, in cui posso agire.

Questa rinuncia, questo sentirsi a volte nel nulla, mi ha insegnato a valorizzare il fatto che serve davvero molto poco per essere felici.

Bisogna essere se stessi e confidare in Dio. Questo passo mi ha reso felice anche nella mia situazione.

Questo progredire giorno dopo giorno mi ha insegnato a dare un senso alla mia vita, può essere che una vita di malattia diventi una vita fertile. Anzi, il distacco forzato, caratteristica fondamentale della malattia, da quel nulla che dicevo prima, è un’opportunità per santificare la sofferenza. Di offrirla per gli altri e fare un bene infinito senza sapere dove, di avvicinarsi a Gesù nella Sua Passione.

Il giorno in cui impari ad amarti come sei, con la vita che hai, con amore per la tua Croce e ringraziando Dio per la vita, tutto diventa un dono.

Quel giorno ho cominciato a ringraziare di cuore per il dono che è mia moglie, Sara. Per fortuna, da quel dono divino ci è venuto un tesoro, Amelia, che a 4 anni mi insegna a credere e a percorrere questo cammino dicendomi cose come quella che mi ha detto due giorni prima di un intervento chirurgico, facendomi piangere:

“Papà, i genitori non piangono, guardano il cielo e pregano”.

Il dono della vita dalla debolezza

Per essere in grado di curare i pazienti nel mio studio, insegnare e avvicinare alla vita ai miei studenti dell’università, e portare il dono della vita dalla debolezza della malattia nelle mie lezioni.

Voglio per me la fiducia di Amelia in Dio, quella che può ribaltare una situazione orribile, che ci opprime e ci attanaglia, e di fronte alla prospettiva di un anno con prospettive non molto buone, posso solo dire a voce alto e di cuore:

“Sono un tipo fortunato!”

Perché camminando mano nella mano con il Padre e la Madre non può accadere niente di male, possiamo crescere, costruirci e anche aiutare moltissime persone.

Un giorno ho pensato che potevo aiutare gli altri, che se avessi raccontato la mia situazione avrei potuto fare apostolato della grandezza di Dio anche nella disgrazia. Questo mi ha portato a creare il mio account di Instagram, @untrasplantado, dal quale racconto la mia quotidianità nella malattia. E dove dando poco ricevo molto.

In definitiva, non è importante come arriva la vita, ma come la affrontiamo. E con la fiducia della Santa Madre Maravillas dico:

“Quello che Dio vuole, quando Dio vuole e come Dio vuole”.

Come ha detto il Santo Padre Benedetto XVI il giorno della sua elezione a Papa:

“Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti”.

Non cammineremo soli, e anche se il dolore, la paura e l’incertezza non scompaiono, la fiducia evita di far cadere nella disperazione o nell’angoscia.

Tags:
disabilitàmalattiapapa benedetto xvisofferenza
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