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Abusata da un prete. Poi consacrata a Dio. La storia della piccola Giulia

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Piotr Marcinski/Shutterstock

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 24/10/22

Per sette anni, anche da minorenne, le molestie subìte in silenzio in un oratorio milanese. Poi il riscatto e l'abbraccio con il Signore

La rinascita dopo aver toccato il fondo, una luce che si riaccende grazie al Signore…dopo aver perso la fiducia a causa di abusi sessuali subiti da un prete. Cioè da colui che avrebbe dovuto incarnare…la lezione di Dio. Quella di Giulia è una storia di speranza e sopratutto di coraggio che prende forma in un oratorio milanese.

A 14 anni le prime avances

A 14 anni subisce le avances di un sacerdote, si abbandona a lui, subisce abusi sessuali e poi, dopo quasi dieci difficili anni, riesce a trovare la forza di uscire dalla spirale di perversione che si consumava sulla sua pelle.  Un forte riavvicinamento a Dio, lei che sin da ragazzina aveva amato il Signore, e la scelta di consacrarsi e di ritornare ad amarsi completano un vita che sembrava immersa in un tunnel senza uscita.

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In Vaticano, attraverso la Pontificia commissione per la tutela dei minori, si lavora duramente per capire le situazioni più critiche nella Chiesa mondiale e come arginarle.

Quei pranzi con il “don”

Giulia, ora cinquantenne, ha trovato la forza di raccontare in prima persona la sua storia nel libro Giulia e il lupo” (Ancora editrice). Una vicenda che inizia quando la ragazza, appena quattordicenne, conosce il carismatico prete dell’oratorio. Spesso sua madre lo invita anche a pranzo la domenica. E’ una persona affabile. «Il “don” – rammenta Giulia – ci sapeva fare, aveva una parola per tutti, parlava con i grandi, ma sapeva coinvolgere nella conversazione anche noi piccoli».

Accompagnatore spirituale

Il “don” diventa l’accompagnatore spirituale della ragazza. Lei si fida, gli racconta tutto della sua vita e segue le sue indicazioni, i suoi consigli. Allo stesso tempo, la ragazza partecipa attivamente alla vita fraterna della parrocchia. Ed è durante un campo estivo dell’oratorio, dopo che Giulia avverte un malore, che si manifesta il primo triste episodio. Il “don” le fa una visita in ambulatorio e le palpa il seno, complimentandosi per le forme.

Da “santo” a “lupo”

Da allora, nel racconto di Giulia, il “don” si trasforma nel Lupo. Gli abusi diventano continui e crescenti. Le scuse più assurde sono funzionali a tastare il corpo della ragazza. Come quando una leggera febbre che la ragazzina si trascina da qualche settimana è occasione per spogliarla, per la prima volta, con la misurazione della temperatura.

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Un forte disagio mentale accompagna i sacerdoti abusatori.

“Ero inerme”

«Il Lupo – ricorda – mi divorava con gli occhi e non smetteva di accarezzarmi e di baciarmi ovunque. Senza troppa fatica aveva ottenuto quello che voleva, mentre io ero inerme, confusa e incapace di porre alcun limite ai suoi artigli e alle sue fauci. Mi vergognavo profondamente e mi faceva tremendamente piacere allo stesso tempo».

Giochi erotici

La trama varia di volta in volta. A volte gli appuntamenti sono dopo la lezione di Giulia ai più piccoli (ha il ruolo di educatrice), alle volte dopo scuola, altre ancora nei campi-vacanza dopo che tutti si addormentano e si scatenano incontri proibiti nella stanza del prete. Giochi erotici fanno da contorno al copione dello spogliarello della ragazzina davanti al prete abusatore.

Dal sesso all’anello

Questo rapporto così perverso va avanti per anni. Lui le chiede anche un rapporto sessuale completo ma lei si nega sempre. Allora prova a stuzzicarla, ripetendo spesso: “Io ti voglio bene e non voglio che vai ad elemosinare l’amore e il sesso da qualcun altro, magari da qualche ragazzo della tua età, che poi ti prende in giro e ti pianta in asso!”. Promette amore e sesso. E non solo. Un giorno le regala un anello, comprato in gioielleria, un dono che imbarazza più che mai Giulia.

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Giulia ha dovuto subire incredibili soprusi da un religioso. In casi simili bisogna avere subito la forza di avvertire la diocesi.

Aria di cambiamento

A 18 anni, con l’ultimo anno di scuole e le porte della maturità, inizia una svolta graduale nella vita della ragazza. Le frequentazione col “don” proseguono anche da maggiorenne ma diventano meno intense degli anni precedenti. E sopratutto Giulia inizia a comprendere che dietro quel rapporto così strano e ambiguo non ci sono prospettive. «Quando uscivo dalla tana del Lupo per andare in università avevo la testa nel pallone, mi sentivo uno zombie, ero confusissima e non sapevo se essere felice o piangere disperata. Più passavano i mesi e più questa relazione diventava una routine. A volte proprio non mi andava, iniziavo a stancarmi, lui mi chiedeva che cosa avessi e mentendo gli rispondevo: “Non ho nulla, ho solo un po’ di mal di testa…”».

“Sepolcri imbiancati”

Spesso le capita di pensare ad un brano di Vangelo «che mi colpiva e mi tornava spesso in mente. Gesù, rivolgendosi agli scribi e ai farisei usava parole molto dure definendoli “sepolcri imbiancati”. Io mi sentivo addosso quelle parole, ma più che riferite a me le imputavo al Lupo, che ritenevo ipocrita: marcio dentro e pulito fuori! Anch’io lo ero, ma di conseguenza. Ero sporca, ma a causa sua».

“Il Signore non mi ha fatto credere”

Nei momenti più difficili, rammenta Giulia, «mi ero sempre aggrappata al Signore e avevo chiesto a lui di aiutarmi. E lo aveva fatto. A volte quando ero a letto con il Lupo, pregavo e mi dicevo: “Forse potrei dirgli “di sì”, tanto non sarò mai davvero sua, ma del Signore”. Con il corpo ero lì, ma con la mente e l’anima mi tuffavo nel Signore. E dal momento che mi sentivo emotivamente lontana, mi ripetevo: “Potrei anche starci, tanto per me questo rapporto non ha valore e presto sarà tutto finito”. Ma per fortuna il Signore, che vegliava su di me, mi ha sempre impedito di cedere».

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Preti abusatori: con le nuove norme del Vaticano sono drasticamente calati i casi.

Il cambio di “tana”

Le storie col “don” diventano sempre più sporadiche nel terzo anno di università della studentessa. Le richieste di rapporti sessuali continue, così come i “no”. Poi come come un fulmine a ciel sereno giunge la notizie che il Lupo deve cambiare “tana”. E’ trasferito in un’altra parrocchia del milanese. Dopo sette lunghi anni si spezza quel legame forzoso e forzato.

Il monastero

Giulia vuole iniziare una nuova vita dopo gli abusi subiti dal prete, ripartendo dal… Signore. Da colui da cui non si era mai sentita abbandonato, neppure quando era immersa nel tunnel del Lupo. «Da allora la mia vita è andata avanti, oggi sono una donna matura, consacrata a Dio, con un servizio di apostolato e un lavoro professionale. Già intorno ai 20 anni, al di là degli studi di sociologia, mi interrogavo sulla mia vocazione e chiedevo al Signore di farmi capire che cosa volesse da me, come e dove impegnare la mia vita. Un’estate avevo trovato anche il coraggio di andare una settimana da sola a pregare in un monastero di clausura».

Il discernimento

Quei giorni di preghiera rappresentano la svolta. Giulia inizia il cammino di discernimento e di formazione, approfondisce la sua spiritualità, intraprende il cammino di Noviziato e…trova la forza per confessare ad una suora, per la prima volta, la storia di abusi. Man mano riprende in mano la sua vita. La vita di Congregazione e la presenza di Gesù al suo fianco sono i germogli di un nuovo cammino.

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Quella di Giulia è una storia di enorme difficoltà, che però ha un finale di rinascita.

La riscoperta del proprio corpo

In quel periodo la scoperta «è stata quella di avere un corpo, un fisico femminile, con le sue curve, i suoi seni… Per oltre trent’anni il mio corpo – né bello né brutto – era rimasto sepolto, ingabbiato, lo consideravo un accessorio e non parte della mia identità. Ora invece iniziavo a riappropriarmene, a riscoprire in me stessa la sensualità, la sessualità».

Gesù e Francesco

Se dopo l’abuso «nulla è come prima», la forza di rialzarsi l’ha portata a ritrovare due guide spirituali con le quali intende camminare nella sua nuova vita: Gesù e Papa Francesco. «Ritrovo in lui lo stesso stile gesuitico del cardinal Martini, sobrio, semplice e profondo al tempo stesso, la capacità di creare un ponte tra la Parola e la vita di tutti i giorni, l’immediatezza delle sue parole, che diventano comprensibili da tutti, credenti e laici, e da entrambi».

in lui lo stesso stile gesuitico del cardinal Martini, sobrio, semplice e profondo al tempo stesso, la capacità di creare un ponte tra la Parola e la vita di tutti i giorni, l’immediatezza delle sue parole, che diventano comprensibili da tutti, credenti e laici, e da entrambi».

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