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Le affermazioni blasfeme di Kirill sul paradiso per i soldati russi

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Russian Orthodox Church Press Service/Associated Press/East News

Patriarcha Cyryl i Władimir Putin (w tle) podczas obchodów prawosławnej Wielkanocy, 24 kwietnia 2022 r.

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 26/09/22

Nell'omelia del 25 settembre 2022 il Patriarca di Mosca ha dichiarato che chi morirà nella guerra in Ucraina andrà in paradiso. L'affermazione riprende una linea teologico-politica già precedentemente affermata, ma aggrava la posizione personale del prelato, mina la credibilità della fede cristiana in tutto il mondo ed è seme di guerra fratricida per i decenni a venire.

La Chiesa riconosce che se qualcuno, mosso da senso del dovere e dalla necessità di adempiere il proprio giuramento, resta fedele alla propria chiamata e compie ciò che il suo dovere comporta, e se muore mentre compie questo dovere, costui senza dubbio compie un atto che equivale al Sacrificio: sta sacrificando sé stesso per gli altri. E conseguentemente noi crediamo che questo sacrificio lavi via tutti i peccati da lui commessi. 

Omelia di Kirill di Mosca, 25 settembre 2022

Non è facile aggirare il lapidario “non uccidere” che la seconda tavola del decalogo reca impressa al proprio secondo rigo, ma «per la durezza del nostro cuore» (cf. Mt 19,8) già all’interno delle Sacre Pagine gli agiografi stabilirono dei laboriosi workaround per continuare a uccidere, in nome di Dio visto che era stato seccamente proibito di farlo in proprio. Quando uno poi è “Patriarca di Mosca e di tutte le Russie”, evidentemente ha affinato sul campo una certa abilità nel farlo. 

Così Kirill è riuscito, nell’omelia di domenica 25 settembre 2022, non solo a dichiarare lecito l’omicidio, ma perfino a promettere il paradiso a chi muoia nella leggiadra impresa. 

Quello che prometti è il paradiso islamico – è stato fatto osservare da più parti – però senza neanche le famose settanta vergini… 

Qualcun altro, più ricercatamente, ha osservato: 

Sembri parlare del Valhöll, più che del paradiso: va bene che la Rus’ di Kiev nasce con un enorme debito verso la civiltà scandinava per il tramite variago, ma i tributi di sangue dovresti condannarli, o saranno la tua condanna. 

Le implicazioni teologiche dell’affermazione

L’osservazione coglie un punto centrale, che alcune traduzioni dell’omelia hanno trascurato. Ad esempio, sul sito della RAI abbiamo letto: 

[…] se qualcuno, mosso dal senso del dovere, e dalla necessità di adempiere al proprio giuramento e restare fedele alla sua chiamata, muore durante l’adempimento del suo dovere, senza dubbio sarà un atto di sacrificio. […]

Non si parla di un generico sacrifico, ma del sacrificio: si dice che morire in quel modo equivarrebbe al sacrificio. Su cosa sia da intendersi per “sacrificio” Kirill ha fugato ogni dubbio: «Sta sacrificando sé stesso per gli altri». È una citazione di Gv 15,13: 

Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 

Già in passato Kirill aveva richiamato questo versetto per giustificare il proprio sostegno alla guerra di invasione di Putin contro l’Ucraina (e anzi lo stesso autocrate ne aveva abusato ponendolo perno teologico-politico del proprio discorso al Luzniki Stadium, in marzo), ma come si vede il sostegno è tanto generoso da trasfigurare la guerra fratricida in una divina liturgia. Letteralmente, perché il sacrificio che lava i peccati è solo quello della Croce di Cristo, che viene ripresentato dalla Chiesa mediante i suoi riti sacramentali. E Kirill dice che morire uccidendo dei fratelli equivale alla Messa. Ovviamente non lo dice così, ci mette una perifrasi di un minuto esatto, ma il contenuto è precisamente questo. 

Uno sguardo alla storia: da Voltaire alle Crociate

Ora occorre fare un passo indietro e un momento di onestà storica: quella di Kirill è una fatwa e davvero ci sembra parlare più delle 70 vergini e del Valhöll che dell’«amor che move il sole e le altre stelle»; tuttavia il suo stupro teologico resta purtroppo in pieno àmbito cristiano. Gioverà rileggere queste poche righe dal terzo capitolo del Candido di Voltaire, pubblicato nel 1759, quando l’Europa aveva posto il punto fermo alle guerre di religione da 111 anni appena. 

Niente era così bello, così lesto, così brillante, così ben ordinato quanto i due eserciti. Le bucine, i pifferi, gli oboe, i tamburi, i cannoni, formavano un’armonia quale non se n’è mai sentite all’inferno. Prima di tutto i cannoni rovesciarono qualcosa come seimila uomini da ciascuna delle parti; poi la moschetteria tolsero dal migliore dei mondi <possibili> circa nove o diecimila furfanti che ne infettavano la superficie. Anche la baionetta fu ragione sufficiente della morte di alcune migliaia di uomini. Il tutto poteva ben ammontare a un trentamila anime. Candido, che tremava come un filosofo, si nascose meglio che potè durante questo eroico macello. 

In ultimo, mentre i due re facevano cantare dei Te Deum, ciascuno nel proprio campo, quello si decise ad andare a ragionare altrove degli effetti e delle cause. Passò sopra a mucchi di morti e di morenti, e raggiunse anzitutto un villaggio vicino; era in cenere: era un villaggio abaro che i Bulgari avevano incendiato, secondo le leggi del diritto pubblico. Qui dei vegliardi crivellati di colpi guardavano morire le loro donne sgozzate, che tenevano i bambini appesi alle mammelle sanguinati. Lì delle ragazze, sventrate dopo aver soddisfatto i bisogni naturali di qualche eroe, emettevano l’ultimo sospiro; altre, mezze bruciate, gridavano che qualcuno desse loro il colpo di grazia. Cervella erano sparse a terra di fianco a braccia e gambe mozzate. 

Voltaire, Candido, III capitolo

Le ampie perifrasi di Kirill evitano con ogni cura il cruore volterriano, ma si può facilmente comprendere quali siano i due eserciti che il Patriarca di Mosca aveva in mente pronunciando la sua “omelia” se si tiene presente che il 21 settembre (l’8 nel calendario giuliano) Sua Beatitudine aveva pronunciato un’altra omelia, nella Chiesa della Natività della Madre di Dio nel convento stauropegico Zatchatievsky di Mosca: richiamandosi all’anniversario della battaglia di Kulikovo (8 settembre 1380, quando Dimitri I Ivanovic respinse l’Orda d’Oro dei Mongoli), Kirill aveva rivolto un appello all’unità spirituale di tutti i popoli della Rus’. Nessuno insomma si sarebbe dovuto sottrarre alle esigenze della “mobilitazione parziale” annunciata proprio al mattino di quel giorno fausto. 

Poco importa che nel XIV secolo la Russia si difendesse dagli invasori e che oggi invece stia invadendo: nella narrazione delirante di Putin e del suo chierichetto (adsit iniuria verbis), l’Ucraina è Russia e dunque invadendola Mosca sta difendendo il proprio territorio; il governo legittimo di Kiev va rovesciato perché comparabile a un’organizzazione terroristica; l’esercito ucraino, coerentemente, è privato anche della propria dignità marziale. Kirill invita dunque “tutta la Russia” a unirsi nel “difendere il proprio territorio”. Da chi? Ovviamente dalla “minaccia occidentale”, dalle “forze del male”, dall’“impero delle bugie” e via di seguito con tutte le tessere dell’imponente castello di carte di cui è fatta ogni propaganda imperialistica (da sempre compendiata nella favola del lupo e dell’agnello). 

A questo mondo, certo, non ci sono agnelli, e nessuno dei viventi discende da Abele. Da qui a benedire Caino (in piena contravvenzione al giudizio divino – Gen 4,5), però, ce ne passa. Da qui a dire, poi, che il sacrificio di Caino equivarrebbe a quello di Abele, anzi a quello dell’Abele dal sangue che parla meglio di quello del primo (perché chiede il perdono degli uccisori e non la vendetta – Eb 12,24) il balzo porta nel grottesco e nel blasfemo. È riuscito ancora in questo, il “chierico di stato” (adsit iniuria verbis) del Frankenstein intento a resuscitare lo zarismo pre- e post-sovietico. Del resto, se Voltaire poteva scrivere quelle pagine “da pacifista” e frattanto corrispondere con la zarina Caterina, la quale candidamente gli esponeva la dottrina per cui «non c’è metodo più sicuro, per proteggere i propri confini, che ampliarli costantemente», certamente c’è spazio per ogni contraddizione. 

Anche le bolle di indizione delle crociate – si obietterà correttamente – promettevano l’indulgenza ai caduti, anzi a partire da Eugenio II la proclamazione di queste indulgenze era un punto fondamentale della chiamata alle armi: mi pare si possa tuttavia apprezzare una sostanziale, benché piccola, differenza tra quelle assoluzioni e questa. Nelle bolle papali, infatti, l’assoluzione veniva data «per l’autorità dell’Altissimo e per quella di san Pietro, capo degli apostoli, concessaci da Dio»; nella fatwa di Kirill, invece, essa viene promessa perché il fatto stesso – ossia il fratricidio – sarebbe assimilabile alla Divina Liturgia, e pertanto comporterebbe l’assoluzione dai peccati. L’assoluzione sarebbe stata data estrinsecamente, dall’autorità ecclesiastica, in quei casi; viene invece promessa come promanante intrinsecamente dall’atto stesso in questo caso. 

Non è che con ciò si voglia dichiarare veniale la colpa storica dei Papi riguardo alle crociate, per la quale Giovanni Paolo II ritenne di dover procedere a un contrito mea culpa come propedeutica al Grande Giubileo del 2000: se malgrado le resistenze e le cautele (anche sensate) provenienti dalla Curia il papa slavo ritenne di non poter invitare alcuno a giubilare, né di poter dispensare “i tesori dei meriti di Cristo e dei santi” senza prima aver avviato processi di memoria e di riconciliazione, non saremo certo noi a minimizzare. 

Qualche osservatore ha anzi trovato strano il riferimento alle assoluzioni, ritenendo che esso sia estraneo alla dottrina ortodossa. Anche Rod Dreher, convertito da anni all’ortodossia, ha scritto in un tweet che per questa ragione la vergognosa “omelia” di Kirill non potrebbe impegnare altro che l’opinione privata del Patriarca. Lo ha prontamente corretto il domenicano James Dominic Rooney, della Hong Kong Baptist University: lo sviluppo della dottrina delle indulgenze si è avuto più tardi rispetto alla latinità, ma sono indiscutibilmente note “bolle di assoluzione” emanate in Oriente.

Cosa potrebbe/dovrebbe fare Kirill

La bestemmia di Kirill – che nella propria perifrasi travolge la morale, la sacramentaria, l’ecclesiologia… – non è “solo” gravissima sul piano testimoniale (per un successore degli apostoli, cioè uno scelto come testimone della risurrezione di Cristo [At 1,22], ciò dovrebbe non risultare trascurabile), ma si rivelerà seme di odo e discordia fratricida per i decenni a venire, facilmente anche per i secoli. Si contraddice Voltaire, e pazienza. Quando si contraddicono i Papi, quando un patriarca bestemmia col crocifisso in mano, il cristianesimo diventa il proprio nemico numero uno. 

Cosa dovrebbe fare, allora Kirill? Potrebbe anch’egli chiedere perdono: la cosa potrà risultare tanto più umiliante quanto meno le colpe sono di predecessori lontani nel tempo e sono invece proprie e prossime; ma per lo stesso motivo sarebbe anche più facile e più apprezzabile (nonché suscettibile di qualche incidenza concreta nella cronaca). 

Visto che ci tiene tanto all’appellativo di “Terza Roma”, il patriarca moscovita potrebbe prendere esempio da quello dell’antica <Roma> (che poi è l’unica), dal pastore della Prima Sede, che pur non essendo sottoposta ad alcun giudizio umano ha ritenuto doveroso giudicare sé stessa e battersi il petto. Kirill non dovrebbe trascurare i buoni consigli che gli vengono da Francesco, il quale gli sta tendendo la mano perfino più di quanto politicamente a lui convenga fare (molte sono le critiche che ne sta ricevendo, da più fronti – ecclesiali e non, cattolici e non). Non dovrebbe trascurarli perché il Romano non lo invita a seguire la propria linea, bensì quella di Chi entrambi professano comune maestro: 

Fratello, noi non siamo chierici di Stato, non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare vie di pace, far cessare il fuoco delle armi. Il patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin.

Francesco a Kirill

Sono innumerevoli i modi in cui un autocrate accecato dal delirio di onnipotenza può torturare un ecclesiastico fedele alla parola di Gesù, ma questi ha invitato i suoi discepoli a non temere «quelli che uccidono il corpo ma non hanno il potere di uccidere l’anima» (Mt 10,28), e fin dall’inizio della sua missione aveva premesso: 

Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire Dio e mammona. 

Mt 6,24
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