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Quel salmo dal testo incerto ci parla della coscienza scrupolosa

Marcos Paulo Prado | Unsplash

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 07/07/21

Quante volte non sappiamo se facciamo bene l’esame di coscienza, o se pensiamo di fare troppi peccati, o di farne “troppo pochi”? Il Salmo 35(36) ha molto da insegnarci in merito.

Chi ha costruito un certo habitus, fatto cioè di continuità e costanza, nel praticare l’esame di coscienza – che il latino ecclesiastico chiama però con l’efficace espressione “discussio conscientiæ” – sa che in linea di principio si può tornare innumerevoli volte su ciascun moto dell’anima, esperendovi vertigini e smarrimento, perché davvero «un baratro è l’uomo / e il suo cuore un abisso» (Sal 63[64],7). 

L’autore consigliato dal Papa

I “maestri dello spirito” spiegano a tal proposito che questo incessante tornare e ritornare sui moti del cuore può degenerare in ciò che chiamano “scrupoli”. Adolphe Tanquerey, ad esempio, l’autore consigliato da papa Francesco, dedica alla materia l’intero quarto paragrafo del V capitolo (“La lotta contro le tentazioni”), e lo definisce anzitutto così: 

Lo scrupolo   una malattia fisica e morale che produce una specie di follia nella coscienza, facendole temere, per futili motivi, d’aver offeso Dio. Questa malattia non esclusiva degli incipienti, ma si trova anche in anime progredite. Bisogna quindi dirne una parola esponendone la natura, l’oggetto, gli inconvenienti e i vantaggi, i rimedi.

Adolphe Tanquerey, Compendio di teologia ascetica e mistica, 457 

La “malattia fisica” che soggiace a questo disordine spirituale è, secondo Tanquerey, «una specie di depressione nervosa» (ivi, 458): sebbene tutto ciò sia relativamente comune, paradossalmente non è “facile” essere scrupolosi (in questo specifico senso). Capita infatti che ci si ritenga scrupolosi senza esserlo in realtà, anzi magari perfino coltivando una coscienza morale piuttosto lassa. Tanquerey distingue nettamente tra la coscienza scrupolosa e quella delicata che, 

avendo orrore del peccato e conoscendo la propria debolezza, ha timore fondato, ma non inquieto, di dispiacere a Dio; lo scrupoloso alimenta futili timori di peccare in ogni circostanza. 

Ivi, 459 

È molto indicativa la dettagliata lista stilata dal dottore dello spirito sugli Inconvenienti dello scrupolo:

• Chi ha la disgrazia di lasciarsi dominare dagli scrupoli ne risente i deplorevoli effetti nel corpo e nell’anima. 

• Causano gradatamente indebolimento e dissesto nel sistema nervoso: i timori, le continue angosce hanno influsso deprimente sulla salute del corpo, possono diventare una vera ossessione e finire in una specie di idea fissa, che è vicina alla follia. 

• Accecano la mente e falsano il giudizio: si perde a poco a poco la facoltà di discernere ciò che è peccato da ciò che non lo è, ciò che è grave da ciò che è leggero, e l’anima diventa una nave senza timone. 

• La perdita d’ogni devozione ne è spesso la conseguenza: quel continuo vivere nell’agitazione e nel turbamento rende lo scrupoloso terribilmente egoista, cosicché diffida di tutti, perfino di Dio che stima troppo severo. Si lagna che Dio lo lasci in quell’infelice stato e lo accusa ingiustamente, e allora è chiaro che la vera devozione non è più possibile. 

• Finalmente sopraggiungono le mancanze e le cadute. Lo scrupoloso logora le forze nel fare sforzi inutili in cose da poco, cosicché non gliene rimangono più abbastanza per lottare in cose di grande importanza, non potendo l’attenzione volgersi con intensità su tutti i punti. Quindi sorprese, mancanza e talvolta colpe gravi. 

• E poi in tali casi si cerca istintivamente un sollievo alle proprie pene e, non trovandolo nella pietà, si va a cercarlo altrove, in letture, in amicizie pericolose: da qui nascono talora occasioni di colpe deplorevoli, che gettano in un profondo scoraggiamento. 

Ivi, 460 

C’è però anche un breve elenco di Vantaggi dello scrupolo, che il Tanquerey annuncia a «chi sappia accettare gli scrupoli come prova e a poco a poco con l’aiuto di un saggio direttore sappia correggerli»: 

• Servono a purificare l’anima: la persona infatti si studia di schivare i minimi peccati, le minime imperfezioni volontarie, in modo tale da acquistare una grande purezza di cuore. 

• Ci aiutano a praticare l’umiltà e l’obbedienza, obbligandoci a sottoporre con tutta semplicità i dubbi al direttore e a seguirne i consigli con piena docilità nn solo di volontà ma anche di giudizio. 

• Contribuiscono a garantirci maggiore purezza d’intenzione, distaccandoci dalle consolazioni spirituali per affezionarci unicamente a Dio, che tanto più amiamo quanto più ci prova. 

Ivi, 460-461 

Lezioni e difficoltà del Salmo 35(36)

Era fatale che questi complessi moti dell’anima si annodassero anche nelle Sacre Scritture, e particolarmente nel libro che più di tutti traccia la via per la preghiera dell’uomo giusto, del fedele penitente:

Per essere opportunamente lodato dall’uomo – sintetizzò mirabilmente Agostino commentando il Salmo 131 – Dio stesso si è lodato; e poiché si è degnato di lodare sé stesso, per questo l’uomo ha trovato come lo si possa lodare. 

Tuttavia nella preghiera non compiamo solo lode, e anzi – sebbene fondamentalmente intendiamo lodare sempre l’indivisa deità – quando lasciamo che i salmi raccolgano i nostri gemiti, i nostri turbamenti, ci sembrerebbe di avere tutt’altro per la testa e nel cuore. 

C’è un salmo, fra gli altri, in cui sembrerebbe che le difficoltà in cui la coscienza può incappare quando “si discute” abbiano lasciato il loro segno; consideriamo ad esempio due sole recenti versioni italiane di Sal 35(36),2-3 [una del Centro Catechistico Salesiano pubblicata nella TOB, l’altra della Conferenza Episcopale Italiana nella BdG]: 

Nel cuore dell’empio parla il peccato,
davanti ai suoi occhi nono c’è timor di Dio. 

Poiché egli si illude con sé stesso
nel ricercare la sua colpa e detestarla. 

Oracolo del peccato nel cuore del malvagio:
non c’è paura di Dio davanti ai suoi occhi; 

perché egli s’illude con sé stesso, davanti ai suoi occhi,
nel non trovare la sua colpa e odiarla. 

Come si vede, le due versioni discordano molto già nel complesso, ma poi sono diametralmente opposte su un punto fondamentale: l’empio e la sua illusione si rivelano nel fatto che egli ricerca la propria colpa e la detesta… oppure nel fatto che non la trova e non la odia? Insomma, l’empio è scrupoloso o no? E viceversa, lo scrupoloso è o no un empio? 

Si badi, non si parla di sole traduzioni italiane, anche la Vulgata sisto-clementina e la Vulgata giampaolina presentano la medesima divaricazione: 

Quoniam dolose egit in conspectu eius,
ut inveniatur iniquitas eius ad odium.

Quoniam blanditur ipsi in conspectu eius,
ut non inveniat iniquitatem suam et oderit.

I domenicani della Bibbia di Gerusalemme (che propongono il secondo dei due testi) provano a rendere conto in nota delle particolarità della loro lezione: «La voce del peccato, qui personificata, si sostituisce alla parola di Dio». E poi, nella nota successiva: «Testo incerto; si può anche comprendere: “Sì, esso (il peccato) lo adula ai suoi occhi, perché gli ripugni di scoprire il suo torto”». La famosa versione ecumenica francese (TOB), invece, sceglie una versione diversa da quella dell’edizione italiana, ma nell’uno come nell’altro caso è puntuale nell’enunciare il portato delle difficoltà: essa

[…] appare anche nelle versioni che, invece di oracolo, leggono tutte un verbo; parecchie modificano anche le vocali delle altre parole o cambiano il possessivo. 

Come spesso accade, la filologia deve arrestarsi dopo aver preso atto delle problematiche e avendone indagato le cause ricostruibili: alla teologia spetta invece formulare ipotesi sulle teologie a monte del testo (cioè su quelle degli autori sacri) e su quelle che possono derivarne a valle (insomma sulle nostre). 

L’esposizione di Agostino

Di questo salmo sant’Agostino disse, iniziando la sua esposizione: «Scorriamolo, dato che in molti passi il suo significato è chiaro» – salvo poi prodursi in poco meno di un’ora di explanatio (effettivamente era solito protrarsi ben oltre). 

Il dottore della grazia aveva un testo che riportava la lezione corrispondente alla prima delle due qui accennate, insomma quella senza negazione, cioè quella che afferma essere caratteristica dell’empio appunto il ricercare la propria colpa e il detestarla. E questa è una lezione che qualcuno di noi direbbe “di significato chiaro”? Se è un empio chi fa l’esame di coscienza e si dispone a odiare il proprio peccato… allora come si fa per essere giusti? 

Agostino però si focalizza sulla prima parte del versetto, e in particolare sul fatto che l’empio «agisce con inganno davanti a Lui» («dolose egit in conspectu eius»), e dice: 

Ma forse chi si propone di peccare lo dichiara pubblicamente, e non in sé stesso? Perché in sé stesso? Perché l’uomo non vede il suo interno. E che, dunque, perché l’uomo non vede nel suo cuore ove dice a sé stesso di peccare, neppure Dio vede in tal luogo? Dio vede colà. Ma che cosa segue? Non c’è timor di Dio davanti ai suoi occhi. Davanti agli occhi sta il timore degli uomini. Non osa infatti proclamare pubblicamente la sua iniquità, per non essere rimproverato o condannato dagli uomini. Si allontana dunque dal cospetto degli uomini: [per andare] dove? In sé stesso! rientra in sé medesimo, e nessuno lo vede; laddove medita inganni, insidie e delitti, nessuno lo vede. Neppure qui, tra sé, potrebbe meditare [il peccato], se pensasse che Dio lo vede, ma poiché non c’è timore di Dio davanti ai suoi occhi, quando si è distolto dallo sguardo degli uomini al suo cuore, là di chi avrà timore? Ma forse là non è presente Dio? Sì, ma non c’è timor di Dio al suo cospetto.

Trama dunque inganni; e continua (è forse nascosto, dato che là Dio lo vede? ecco dunque che si manifesta ciò che avevo intrapreso a dire; si nasconde, ma per sua volontà, poiché ha agito contro di sé non volendo comprendere): Perché ha agito con inganno al cospetto di lui. Al cospetto di chi? Al cospetto di Colui del quale non c’è timore davanti agli occhi di chi ha agito con inganno. Per trovare la sua malvagità e odiarla. Costui insomma ha operato in modo da non trovare. Vi sono infatti uomini che sembra che si sforzino di cercare la loro iniquità e temono di trovarla; perché, se l’avranno trovata, verrà loro detto: Allontanati da essa; queste cose hai commesso prima di conoscere, sei caduto nell’iniquità quando eri nell’ignoranza; Dio ti perdona; ora l’hai conosciuta, abbandonala, affinché possa facilmente esser concesso il perdono alla tua ignoranza, e tu dica con fronte alta a Dio: Non ricordarti dei delitti della mia gioventù e della mia ignoranza. Questa ingiustizia cerca, e teme di trovarla; quindi la cerca in modo disonesto. Quand’è che l’uomo dice: non sapevo che è peccato? Quando vedrà che è peccato, e cesserà dal commettere quel peccato che commetteva perché non lo sapeva; così costui davvero ha voluto conoscere l’ingiustizia, per trovarla ed odiarla. Ma invece ora molti agiscono disonestamente per scoprire la loro malvagità, cioè non operano con l’intenzione di trovarla e di odiarla. E, dato che c’è inganno nella stessa ricerca, nel trovarla ci sarà la difesa del male. Quando infatti avrà trovato l’iniquità, ecco che ormai gli è manifestato che si tratta di iniquità. “Non ho voluto commetterla”, tu dici. E quello che disonestamente si comportava nel ricercarla, ormai l’ha trovata, e non la odia: che dice costui? “Molti fanno così: e chi non lo fa?” “Forse che Dio perderà tutti costoro?” Oppure costui dice: “Se Dio non volesse che queste cose accadessero, vivrebbero coloro che le commettono?” Vedi dunque perché disonestamente ti comportavi nel ricercare la tua malvagità? Infatti, se tu avessi agito non disonestamente ma sinceramente, già l’avresti trovata e la odieresti; ora invece l’hai trovata e la difendi. Ingannevolmente dunque agivi, quando la cercavi.

Aug., En. ps. 35,2-3 

Gli zeticisti dell’esame di coscienza! Quelli che stanno sempre ripiegati sulla propria dimensione morale… a patto di non trovare mai un vero capo d’accusa da imputare a sé stessi, e che anzi proprio per l’ostentata attenzione e per l’energia impiegata nel riflettere si sentono davanti a loro stessi (e spesso anche di fronte agli uomini, specialmente in contesti ecclesiali) particolarmente zelanti e “in cammino”. 

Per scampare alle sabbie mobili dell’anima

Ma quegli uomini ipocriti, che giustamente il salmo definisce empi, siamo spesso tutti noi, che temiamo di scoprirci peggiori di quel che millantiamo di essere e quindi conduciamo attente perlustrazioni dell’anima… attente soprattutto a che non ci portino mai sui punti veramente critici. Tutto questo è illusione, perché «religione pura davanti a Dio» – direbbe Giacomo – non è certo spaccare in quattro i peli della propria coscienza, ma «serbarla pura mentre si soccorrono gli orfani e le vedove» (cf. Gc 1,27). 

Per questo i Salmi restano la via maestra della vita spirituale cristiana: la coscienza, lasciata a sé sola, tende a ingorgarsi nel baratro del cuore umano, e per questo ciascuno ha bisogno di essere salvato da queste “sabbie mobili dell’anima” per un soccorso esterno che restituisca oggettività alla nostra esperienza. 

Agostino infarciva la sua produzione letteraria di citazioni dai Salmi proprio perché tutti quanti partecipavano alla vita ecclesiale li conoscevano a memoria (né più né meno di come oggi si conoscono i testi delle grandi canzoni pop). Nel fondamentale capitolo 48 della Santa Regola, Benedetto avrebbe poi rac-comandato che ogni monaco leggesse, «ordinatamente, da cima a fondo», un libro biblico durante ogni Quaresima; allo studio dei salmi, invece, egli rac-comandava a ciascun monaco di attendere ogni pomeriggio. Più prossimo ai nostri giorni, Paolo VI raccomandava: 

Soprattutto la preghiera dei salmi, che senza interruzione accompagna e proclama l’azione di Dio nella storia della salvezza, deve essere compresa con rinnovato amore dal popolo di Dio. Perché sia raggiunto più facilmente questo scopo è necessario che il significato inteso dalla Chiesa, quando canta i salmi nella Liturgia, sia studiato più assiduamente dal clero e sia comunicato anche ai fedeli mediante opportuna catechesi. 

Paolo VI, Laudis canticum (1970) 

Studiando e pregando i salmi uno viene iniziato a districare le tortuose mulattiere dello spirito umano, cioè a ingentilire la propria coscienza senza lasciare che sviluppi disordini spirituali; impara così ad odiare il peccato che si frappone tra sé e il proprio destino, tra sé e Dio. 

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