Chi ha costruito un certo habitus, fatto cioè di continuità e costanza, nel praticare l’esame di coscienza – che il latino ecclesiastico chiama però con l’efficace espressione “discussio conscientiæ” – sa che in linea di principio si può tornare innumerevoli volte su ciascun moto dell’anima, esperendovi vertigini e smarrimento, perché davvero «un baratro è l’uomo / e il suo cuore un abisso» (Sal 63[64],7).
I “maestri dello spirito” spiegano a tal proposito che questo incessante tornare e ritornare sui moti del cuore può degenerare in ciò che chiamano “scrupoli”. Adolphe Tanquerey, ad esempio, l’autore consigliato da papa Francesco, dedica alla materia l’intero quarto paragrafo del V capitolo (“La lotta contro le tentazioni”), e lo definisce anzitutto così:
La “malattia fisica” che soggiace a questo disordine spirituale è, secondo Tanquerey, «una specie di depressione nervosa» (ivi, 458): sebbene tutto ciò sia relativamente comune, paradossalmente non è “facile” essere scrupolosi (in questo specifico senso). Capita infatti che ci si ritenga scrupolosi senza esserlo in realtà, anzi magari perfino coltivando una coscienza morale piuttosto lassa. Tanquerey distingue nettamente tra la coscienza scrupolosa e quella delicata che,
È molto indicativa la dettagliata lista stilata dal dottore dello spirito sugli Inconvenienti dello scrupolo:
C’è però anche un breve elenco di Vantaggi dello scrupolo, che il Tanquerey annuncia a «chi sappia accettare gli scrupoli come prova e a poco a poco con l’aiuto di un saggio direttore sappia correggerli»:
Era fatale che questi complessi moti dell’anima si annodassero anche nelle Sacre Scritture, e particolarmente nel libro che più di tutti traccia la via per la preghiera dell’uomo giusto, del fedele penitente:
Tuttavia nella preghiera non compiamo solo lode, e anzi – sebbene fondamentalmente intendiamo lodare sempre l’indivisa deità – quando lasciamo che i salmi raccolgano i nostri gemiti, i nostri turbamenti, ci sembrerebbe di avere tutt’altro per la testa e nel cuore.
C’è un salmo, fra gli altri, in cui sembrerebbe che le difficoltà in cui la coscienza può incappare quando “si discute” abbiano lasciato il loro segno; consideriamo ad esempio due sole recenti versioni italiane di Sal 35(36),2-3 [una del Centro Catechistico Salesiano pubblicata nella TOB, l’altra della Conferenza Episcopale Italiana nella BdG]:
Come si vede, le due versioni discordano molto già nel complesso, ma poi sono diametralmente opposte su un punto fondamentale: l’empio e la sua illusione si rivelano nel fatto che egli ricerca la propria colpa e la detesta… oppure nel fatto che non la trova e non la odia? Insomma, l’empio è scrupoloso o no? E viceversa, lo scrupoloso è o no un empio?

Si badi, non si parla di sole traduzioni italiane, anche la Vulgata sisto-clementina e la Vulgata giampaolina presentano la medesima divaricazione:
I domenicani della Bibbia di Gerusalemme (che propongono il secondo dei due testi) provano a rendere conto in nota delle particolarità della loro lezione: «La voce del peccato, qui personificata, si sostituisce alla parola di Dio». E poi, nella nota successiva: «Testo incerto; si può anche comprendere: “Sì, esso (il peccato) lo adula ai suoi occhi, perché gli ripugni di scoprire il suo torto”». La famosa versione ecumenica francese (TOB), invece, sceglie una versione diversa da quella dell’edizione italiana, ma nell’uno come nell’altro caso è puntuale nell’enunciare il portato delle difficoltà: essa
Come spesso accade, la filologia deve arrestarsi dopo aver preso atto delle problematiche e avendone indagato le cause ricostruibili: alla teologia spetta invece formulare ipotesi sulle teologie a monte del testo (cioè su quelle degli autori sacri) e su quelle che possono derivarne a valle (insomma sulle nostre).
Di questo salmo sant’Agostino disse, iniziando la sua esposizione: «Scorriamolo, dato che in molti passi il suo significato è chiaro» – salvo poi prodursi in poco meno di un’ora di explanatio (effettivamente era solito protrarsi ben oltre).
Il dottore della grazia aveva un testo che riportava la lezione corrispondente alla prima delle due qui accennate, insomma quella senza negazione, cioè quella che afferma essere caratteristica dell’empio appunto il ricercare la propria colpa e il detestarla. E questa è una lezione che qualcuno di noi direbbe “di significato chiaro”? Se è un empio chi fa l’esame di coscienza e si dispone a odiare il proprio peccato… allora come si fa per essere giusti?
Agostino però si focalizza sulla prima parte del versetto, e in particolare sul fatto che l’empio «agisce con inganno davanti a Lui» («dolose egit in conspectu eius»), e dice:
Gli zeticisti dell’esame di coscienza! Quelli che stanno sempre ripiegati sulla propria dimensione morale… a patto di non trovare mai un vero capo d’accusa da imputare a sé stessi, e che anzi proprio per l’ostentata attenzione e per l’energia impiegata nel riflettere si sentono davanti a loro stessi (e spesso anche di fronte agli uomini, specialmente in contesti ecclesiali) particolarmente zelanti e “in cammino”.
Ma quegli uomini ipocriti, che giustamente il salmo definisce empi, siamo spesso tutti noi, che temiamo di scoprirci peggiori di quel che millantiamo di essere e quindi conduciamo attente perlustrazioni dell’anima… attente soprattutto a che non ci portino mai sui punti veramente critici. Tutto questo è illusione, perché «religione pura davanti a Dio» – direbbe Giacomo – non è certo spaccare in quattro i peli della propria coscienza, ma «serbarla pura mentre si soccorrono gli orfani e le vedove» (cf. Gc 1,27).
Per questo i Salmi restano la via maestra della vita spirituale cristiana: la coscienza, lasciata a sé sola, tende a ingorgarsi nel baratro del cuore umano, e per questo ciascuno ha bisogno di essere salvato da queste “sabbie mobili dell’anima” per un soccorso esterno che restituisca oggettività alla nostra esperienza.
Agostino infarciva la sua produzione letteraria di citazioni dai Salmi proprio perché tutti quanti partecipavano alla vita ecclesiale li conoscevano a memoria (né più né meno di come oggi si conoscono i testi delle grandi canzoni pop). Nel fondamentale capitolo 48 della Santa Regola, Benedetto avrebbe poi rac-comandato che ogni monaco leggesse, «ordinatamente, da cima a fondo», un libro biblico durante ogni Quaresima; allo studio dei salmi, invece, egli rac-comandava a ciascun monaco di attendere ogni pomeriggio. Più prossimo ai nostri giorni, Paolo VI raccomandava:
Studiando e pregando i salmi uno viene iniziato a districare le tortuose mulattiere dello spirito umano, cioè a ingentilire la propria coscienza senza lasciare che sviluppi disordini spirituali; impara così ad odiare il peccato che si frappone tra sé e il proprio destino, tra sé e Dio.





