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Adolphe Tanquerey: il regalo di Natale di Papa Francesco a chi non vuole “perdere la bussola”

POPE FRANCIS AUDIENCE
Antoine Mekary | ALETEIA | I.MEDIA
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«Se non sempre è facile – specialmente oggi – incontrare veri maestri e padri spirituali, capaci di discernere il sussurro dello Spirito nei cuori, per lo meno possiamo aiutare e aiutarci attingendo al grande tesoro della tradizione spirituale cristiana dei grandi Dottori della Chiesa»: così il cardinal Stella presentava quasi un anno fa l'opera del grande moralista di inizio Novecento che il Santo Padre ha messo sotto l'albero di tutti i membri della Curia Romana per il Natale ormai alle spalle. Ma perché ha scelto proprio questo libro? Scopriamolo: è un dono per tutti noi!

Questo modello così perfetto è nello stesso tempo pieno d’attrattiva: Maria è una semplice creatura come noi, è una sorella, è una madre che ci sentiamo tratti a imitare, se non altro per attestarle la nostra riconoscenza, la nostra venerazione, il nostro amore.

Ed è del resto modello facile ad essere imitato, nel senso almeno che Maria si santificò nella vita comune, nell’adempimento dei dove|ri di giovinetta e di madre, nelle umili cure della famiglia, nella vita nascosta, nelle gioie come nelle tristezze, nell’esaltazione come nelle più profonde umiliazioni.

Lo si legge alle pagine 98 e 99 del Compendio di teologia ascetica e mistica di Adolphe Tanquerey, recentemente comparso per i tipi di San Paolo in una nuova edizione. Era stato Papa Francesco a fare dono del libro ai membri della Curia Romana, al termine dell’ormai atteso Discorso per gli auguri di Natale:

Anche quest’anno vorrei lasciarvi un pensiero. È un classico: il Compendio di teologia ascetica e mistica di Tanquerey, ma nella recente edizione elaborata da Mons. Libanori, Vescovo ausiliare di Roma, e da padre Forlai, padre spirituale del Seminario di Roma. Credo che sia buono. Non leggerlo dall’inizio alla fine, ma cercare nell’indice questa virtù, questo atteggiamento, questa cosa… Ci farà bene, per la riforma di ognuno di noi e la riforma della Chiesa. È per voi!

Paragrafi come quello che ho citato in apertura arriveranno nelle menti di quanti si intossicano tutti i giorni con la “letteratura” antibergogliana d’assalto come del sale su una ferita: ero rimasto incredulo a osservare, prima di Natale, la surreale polemica artatamente costruita per dimostrare che Papa Francesco non crederebbe nell’Immacolata concezione. Il passaggio incriminato è stato pronunciato nella medesima mattinata del dono di cui stiamo parlando, il 21 dicembre 2018, parlando con i dipendenti della Santa Sede e dello Stato del Vaticano in occasione degli auguri natalizi:

Guardiamo il presepe. Chi è felice, nel presepe? Questo mi piacerebbe chiederlo a voi bambini, che amate osservare le statuine… e magari anche muoverle un po’, spostarle, facendo arrabbiare il papà, che le ha sistemate con tanta cura!

Allora, chi è felice nel presepe? La Madonna e San Giuseppe sono pieni di gioia: guardano il Bambino Gesù e sono felici perché, dopo mille preoccupazioni, hanno accolto questo Regalo di Dio, con tanta fede e tanto amore. Sono “straripanti” di santità e quindi di gioia. E voi mi direte: per forza! Sono la Madonna e San Giuseppe! Sì, ma non pensiamo che per loro sia stato facile: santi non si nasce, si diventa, e questo vale anche per loro.

La Madonna non è nata santa? Ci mancherebbe! Anche di Gesù – Santo dei Santi fin dall’Annunciazione – Luca dice che «cresceva in età, sapienza e grazia» (Lc 2, 52), e dunque diventava ogni giorno più santo di quanto già non fosse. Ovvio che la critica al Papa fosse pretestuosa, come spessissimo è, incapace di leggere il senso parenetico del discorso e anche di capire la stessa dottrina dell’Immacolata concezione, che non esclude di certo né il progresso nella santità né la fatica della fede (Giovanni Paolo II scrisse a proposito pagine memorabili nell’enciclica Redemptoris Mater). In testa alla medesima pagina del Compendio del Tanquerey, ad esempio, si legge:

Mai ella commise la minima colpa o la minima resistenza alla grazia, adempiendo alla lettera il “fiat mihi secundum verbum tuum” (Lc 1,38). Perciò i Padri, specialmente s. Ambrogio e il papa s. Liberio, la presentano come modello perfetto di tutte le virtù, «caritatevole e premurosa verso tutte le compagne, sempre pronta a rendere servizio, nulla dicendo o facendo che potesse causare la minima pena, piena d’amore per tutte e da tutte riamata».

Una parafrasi “al quotidiano” del senso del dogma del 1854. Del resto due anni fa Papa Francesco – proprio parlando sotto quella colonna che a Roma ricorda ormai dal 1857 (ad opera della società civile!) la proclamazione del dogma – diceva:

Il Libro della Genesi mostra il primo no, il no delle origini, il no umano, quando l’uomo ha preferito guardare a sé piuttosto che al suo Creatore, ha voluto fare di testa propria, ha scelto di bastare a sé stesso. Ma, così facendo, uscendo dalla comunione con Dio, ha smarrito proprio sé stesso e ha incominciato ad avere paura, a nascondersi e ad accusare chi gli stava vicino (cfr Gen 3,10.12). Questi sono i sintomi: la paura, è sempre un sintomo di no a Dio, indica che sto dicendo no a Dio; accusare gli altri e non guardare a sé stessi indica che mi sto allontanando da Dio. Questo fa il peccato. Ma il Signore non lascia l’uomo in balia del suo male; subito lo cerca e gli rivolge una domanda piena di apprensione: «Dove sei?» (v. 9). Come se dicesse: “Fermati, pensa: dove sei?”. È la domanda di un padre o di una madre che cerca il figlio smarrito: “Dove sei? In che situazione sei andato a finire?”. E questo Dio lo fa con tanta pazienza, fino a colmare la distanza creatasi dalle origini. Questo è uno dei passaggi.

Il secondo passaggio cruciale, narrato oggi nel Vangelo, è quando Dio viene ad abitare tra noi, si fa uomo come noi. E questo è stato possibile per mezzo di un grande sì – quello del peccato era il no; questo è il sì, è un grande sì –, quello di Maria al momento dell’Annunciazione. Per questo sì Gesù ha incominciato il suo cammino sulle strade dell’umanità; lo ha incominciato in Maria, trascorrendo i primi mesi di vita nel grembo della mamma: non è apparso già adulto e forte, ma ha seguito tutto il percorso di un essere umano. Si è fatto in tutto uguale a noi, eccetto una cosa, quel no, eccetto il peccato. Per questo ha scelto Maria, l’unica creatura senza peccato, immacolata. Nel Vangelo, con una parola sola, lei è detta «piena di grazia» (Lc 1,28), cioè ricolmata di grazia. Vuol dire che in lei, da subito piena di grazia, non c’è spazio per il peccato. E anche noi, quando ci rivolgiamo a lei, riconosciamo questa bellezza: la invochiamo “piena di grazia”, senza ombra di male.

Maria risponde alla proposta di Dio dicendo: «Ecco la serva del Signore» (v. 38). Non dice: “Mah, questa volta farò la volontà di Dio, mi rendo disponibile, poi vedrò…”. No. Il suo è un sì pieno, totale, per tutta la vita, senza condizioni. E come il no delle origini aveva chiuso il passaggio dell’uomo a Dio, così il sì di Maria ha aperto la strada a Dio fra noi. È il sì più importante della storia, il sì umile che rovescia il no superbo delle origini, il sì fedele che guarisce la disobbedienza, il sì disponibile che ribalta l’egoismo del peccato.

Passaggi colposamente o dolosamente ignorati da quanti scrivono di “linguaggio volutamente impreciso” del Papa: in realtà si intossicano di sciocchezze e pensano di poter spiegare – come si suol dire – “il credo agli apostoli”. Sono quegli stessi che – tanto per fare un esempio – vengono a pretendere che Lutero sia all’inferno «perché l’ha detto la tale santa il tale dì».

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