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Il “sola Scriptura” non sta nella Scrittura. Forse l’errore fondamentale di Lutero

Sello postal Martin Lutero en el V Centenario de la Reforma Protestante. ©UFFICIO FILATELICO E NUMISMATICO GOVERNATORATO - CITTÀ DEL VATICANO.
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«La mia coscienza è prigioniera della Parola di Dio» è frase così alta e preziosa che ogni cristiano dovrebbe pregare di poterla dire, un giorno, col cuore pacificato. La creazione però di un “canone nel canone” dà adito al sospetto che in realtà fosse la Scrittura a ritrovarsi prigioniera della coscienza del teologo agostiniano.

Quando si parla di Lutero e di protestantesimo – e in quest’anno lo si è fatto fin troppo (come però era pure doveroso, in fondo) – è difficile delimitare l’ambito degli argomenti da affrontare: che sia stato un riformatore o un rivoluzionario, il raggio degli effetti prodotti dalle sue azioni è stato tanto vasto e tanto profondo che pretendere di raccoglierne i contenuti essenziali in un’unica opera – fosse anche un grande simposio – è puro velleitarismo. Quanto più tale considerazione deve valere per i libri, per i saggi, per i singoli articoli, che pure talvolta si leggono imbastire ardite analogie tra monaci del XVI e dittatori del XX secolo, per non citare che gli esempi più emblematici.

Alla ricerca dei presupposti per un giudizio storico sereno

Insomma, dire chi fu e cosa fece Lutero è cosa tutt’altro che banale ma, sebbene il giudizio (secolare) complessivo debba necessariamente venire dalla storia, spetta pur sempre a noi apporre qualche tassello alla lenta e graduale costruzione dei presupposti di quello stesso giudizio. Quando su queste stesse pagine abbiamo parlato della leggenda agiografica che (ancora oggi!) insiste col reiterare la favola di Lutero che affigge le tesi al portone della Schloßkirche di Wittenberg, alcuni hanno sostenuto che noi si fosse un po’ troppo teneri con l’agostiniano ribelle. La cosa ci ha dapprima stupiti, ché non ci pareva simile a uno sbuffo d’incenso, la distruzione storiografica della leggenda aurea del santo fondatore (oh, anche i protestanti venerano i loro santi, eccome!); considerando le cose con più attenzione, però, bisogna pur dire che non avevamo un motivo per essere duri con il testo delle 95 tesi. Libere e lecite critiche, formulate in latino perché alimentassero un positivo dibattito ecclesiale, in gran parte sono peraltro condivisibili e valevano da cartina di tornasole di certe sclerosi di quella che andava a diventare la “seconda scolastica”. Perfino dove le tesi volavano un tantino sopra le righe o dove si esponevano a veri errori, il contesto ricordava che dall’altra parte gli eccessi erano non meno vistosi e gravi.

Era il 1517 e la riforma non era ancora avviata: Lutero era un monaco non più bizzoso di molti altri e sul trono di Pietro sedeva uno dei più corrotti successori del Pescatore. Nessuno è perfetto. La stessa questione delle indulgenze, infatti, cioè la più affine alle malversazioni ecclesiastiche, era stata indicata come problematica solo sul versante dottrinale, dal Caetano: l’illustre domenicano non si sarebbe mai sognato di difendere l’indifendibile propaganda che alcuni predicatori praticavano a mezzo di terrorismo psicologico; egli insisteva però sul fatto che un “tesoro dei meriti di Cristo e dei santi” esiste eccome, e che la communio sanctorum riguarda veramente anche (e anzi, primariamente) quelle realtà mistiche. Spingeva l’affondo fino a dire che negare questo significava fondare un’altra Chiesa. Questo il De Vio lo disse apertamente al giovane agostiniano durante il loro colloquio, che prese due giorni della metà di ottobre del 1518: fu un colloquio aperto e conciliante – il Cardinale aveva promesso al principe Federico di Sassonia che avrebbe trattato Lutero “da padre e non da giudice”, e così fece, anzi furono i consulenti che Lutero s’era portato dietro a restare impressionati dall’acume e dall’intelligenza del domenicano (l’agostiniano ebbe la sua “rivincita” quando potè correggere al primo una citazione errata della bolla Unigenitus di Clemente XI).

Come distinguere tra riforma e rivoluzione?

Ora, ultimamente si fa un gran discutere se Lutero sia stato o meno un riformatore, ovvero se sia stato o meno un rivoluzionario. A me sembra che proprio quella frase di Tommaso De Vio al giovane Lutero renda conto, ancora oggi, di come già all’epoca un occhio lucido e intelligente fosse capace di distinguere analiticamente ciò che avrebbe potuto portare a una “riforma” qualitativamente dissimile non solo da quella di san Francesco, ma anche da quella di “eretici” come Jan Hus.

Nella mia (modestissima) opinione, l’argomento dirimente che il cammino ecumenico si troverà a dover affrontare sul tavolo dei lavori di composizione teologica è quello del canone scritturistico, che spesso si tralascia o si annovera quasi al rango di “preferenza editoriale” di Lutero. No: l’opzione per l’hebraica veritas nel XVI secolo non è paragonabile a quella di Girolamo nel IV – anche perché lo Stridonense ne faceva una questione esclusivamente ermeneutica, non canonica. Per di più la scelta di Lutero avrebbe comportato la formazione di un “canone nel canone” destinato a gettare un triste sospetto sulla bellissima risposta che il monaco diede a Carlo V nel contesto della Dieta di Worms del 1521: «La mia coscienza è prigioniera della Parola di Dio» è frase così alta e preziosa che ogni cristiano dovrebbe pregare di poterla dire, un giorno, col cuore pacificato. Ma che non basti dirla, una simile frase, perché essa sia verace e veritiera, lo prova lo stesso Lutero: i suoi famosi capisaldi – “sola fide”, “sola gratia”, “sola Scriptura” – non possono infatti in alcun modo essere provati dalla Scrittura.

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