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Sottomesse e schiavizzate. La dura vita delle suore prima del Concilio

© Flickr/Maritè Toledo/Creative Commons

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 05/02/21

Un libro racconta verità inedite sulla religiose, tra inferiorità rispetto ai consacrati maschili, assenza di libertà, e dominio delle Superiori

Com’era la vita delle suore prima del Concilio Vaticano II? Sicuramente sorprende come sia lontana anni luce da quella odierna. E avvolta da un senso di inferiorità rispetto a ciò che era possibile per i religiosi maschi.

Un ruolo determinante l’avevano le superiore, spesso intransigenti e dominatrici. Dunque l’identikit della suora che “lava, stira e prega” non è davvero lontano da ciò che realmente era la quotidianità ante Concilium. A raccontarlo nel libro “Il contributo delle religiose uditrici al Perfectæ Caritatis” (Tau editrice) è Caterina Ciriello, scrittrice e docente di Storia della Spiritualità e della Vita consacrata alla Pontificia Università Urbaniana.

Courtesy Monastery of Our Lady of the Rosary

“Non posso prendere ago e filo neppure per cucire”

La realtà della vita delle suore pre conciliare non è di fatto incoraggiante, evidenzia Ciriello. Sono molte le lettere di suore che lamentano soprusi dei superiori, situazioni di sorveglianza e dipendenza.

Una religiosa scrive sul «numero infinito di prescrizioni che le fanno essere asini più che persone». E confessa, poi, di sentirsi non un soggetto, ma un oggetto, senza la possibilità di prendere alcuna iniziativa, anche la più piccola. Neppure ago e filo per cucire, né chiedere una penna per le note personali. Una vita religiosa femminile di totale inferiorità rispetto a quella maschile. La suora  annotava pure che in trent’anni di vita conventuale aveva visto il vescovo andare una volta sola a parlare personalmente con le religiose.




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Religiose nei manicomi

La vita delle suore prima del Concilia era segnata anche da abusi. Ci sono denunce gravi – che, giustamente sottolinea l’autrice, vanno prese con le dovute cautele, senza però occultarle – come quella di una religiosa canadese che chiede di investigare nei manicomi, sia privati che di Stato, per vedere quanti religiosi/e vi si trovino.

La religiosa denunciava che lei stessa è stata rinchiusa per un mese in quel luogo, insieme a pazzi e prostitute, dopo che le era stato rifiutato di farsi visitare da un medico per una appendicite acuta ed altri problemi.

MAINETTI
figliedellacroce.it

“Dominatrici”

Le richieste delle suore, nelle tante lettere diffuse, sono le più variegate. Poter uscire da sole, per recarsi in parrocchia a fare apostolato, o a confessarsi, oppure ad ascoltare la messa quando non si è potuto in comunità. E ancora: fare letture più aggiornate, poter leggere articoli di giornale che trattano di politica, ma soprattutto poter recitare l’Ufficio Divino. Molto insistenti sono le richieste di abolizione dell’ingiusto stato di sorelle “coadiutrici”, di grado inferiore alle altre. E di stabilire un tempo fisso per la durata del servizio come superiora, poiché molte religiose dopo anni di superiorato si trasformavano in «amministratrici e dominatrici».




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“Domestiche” delle Superiori

Negli Istituti maschili, fa notare Ciriello ricostruendo sempre le voci delle religiose del tempo, è possibile esercitare l’apostolato con una certa libertà, e con incarichi di responsabilità. Al contrario, negli Istituti femminili il concetto di obbedienza richiede che la superiora regoli i dettagli dell’apostolato da compiere.

Inoltre, molto spesso l’apostolato delle religiose si riduce al “fare”. Cioè lavare, stirare ed altre cose, che in molte congregazioni trasformano larga parte delle religiose, in domestiche e serve personali delle superiore. La conseguenza è un declino delle vocazioni. Molte giovani, infatti, che hanno un reale desiderio di servire la Chiesa nell’apostolato come religiose, visto lo stato di cose, preferiscono restare nello stato laicale.




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Difficoltà a confessarsi

Non poche religiose denunciano l’impossibilità di ricevere degnamente e liberamente il sacramento della confessione. Su questo punto la madre Begonia Fontan della “Congregazione di Maria Immacolata e san Luigi Gonzaga” scrive:

«Per la ricezione del sacramento della confessione ci troviamo in stato di inferiorità rispetto a qualsiasi cristiano; non possiamo riceverlo quando vogliamo. (…) Certe superiore, specialmente antiche, non vedono di buon occhio che le religiose abbiano un accompagnamento spirituale con sacerdoti. I confessori molte volte non vogliono o non possono venire quando ne abbiamo bisogno. (…) La maggior parte delle volte i confessori sono persone anziane, poco formate, ed incapaci di risolvere questioni per le quali si chiede aiuto».


CONFESSIONAL

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Tags:
concilio vaticano iisuore
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