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I “figli” delle coppie gay: come accoglierli in parrocchia?

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 22/10/20

È esplosa alla vigilia della memoria di san Giovanni Paolo II la polemica sul malevolo videomontaggio operato dal regista russo (e attivista omosessualista) Evgeny Afineevsky. Le tensioni scatenatesi sembrano più forti del previsto e non è possibile escludere escalations (in più direzioni). Sembra doveroso porre alcune riflessioni in calce a una vicenda nata già nell'occhio di un ciclone ideologico.

La disgraziata querelle provocata dalla manipolazione delle parole di papa Francesco estrapolate da un’intervista del maggio 2019 alla vaticanista messicana Valentina Alazraki sta scuotendo l’opinione cattolica più di quanto ci si potesse aspettare: dichiarazioni come quelle di mons. Tobin sono un grave segnale ecclesiale; indicano che la Chiesa Cattolica non è disposta a trangugiare qualsiasi prodotto passi (anche solo per omissione di ferma smentita) per la Comunicazione della Santa Sede. Quanto al momento è possibile ricostruire sul caso è già stato annotato qui.

A margine dei fatti, ci sono alcune annotazioni che è doveroso e insieme doloroso mettere nero su bianco.

1Non è uno “one man show”

Da anni i nemici di papa Francesco additano nel pontefice regnante la causa dei disordini e delle confusioni di cui la Santa Sede è stata infelicemente resa mezzo: con tale condotta ideologica e prevenuta, essi dimostrano soprattutto di iscriversi a certe affiliazioni politico-ideologiche, e questo rende drammaticamente sterili le (sporadiche) osservazioni corrette che di tanto in tanto pure espongono.

L’episodio di ieri ha però fatto cadere un velo: c’è stato molto più della solita frase a braccio distorta da testate che fanno finta di non capire e costruiscono orwellianamente la narrazione di un pontificato – quello “radicale, progressista e mondialista” – che in sé non esiste; c’è invece una vasta e pervasiva regia, verosimilmente irrorata da molto denaro pubblico e privato, che coordina una sinfonia di opinioni conformi e allineate. Sintetizzava bene il punto stamattina una utente di Facebook (una persona peraltro aliena a ogni estremismo e tendenzialmente “filopapista”):

Il marchingegno è ben complesso ed esteso nel tempo. C’è l’episodio “utile”, l’incontro con Rubera e De Gregorio. (Chi lo ha promosso?) Con video che poi il regista (chi ha aperto al regista gli archivi che dice di aver consultato?) taglia e compone ad arte, in mezzo a mille altre questioni, come la guerra, le periferie, ecc. L’associazione Kinéo (nata dal Ministero della cultura anni fa per promuovere il cinema italiano) sceglie di premiare l’opera (chi sono i giudici? Quali i criteri di selezione e giudizio?). La CEI – Cnvf ha dato il plauso, SIR e VaticanNews pubblicizzano il premio e il film. Insomma, in Vaticano sono tutti contenti di questo documentario: è difficile immaginare che non lo abbiano visionato (chi aveva visto il film? Chi aveva le competenze per darne un’approvazione?) Nel pomeriggio Repubblica, saltando “documentario, premio su tematiche sociali, evento”, titola direttamente sulle unioni civili, precedendo anche ANSA. C’è un disegno, non è un caso. E i nostri cari presbiteri non è possibile che siano solo molto distratti. Ci sono persone nei “sacri palazzi”, con ruoli interni che io non so riconoscere, che hanno positivamente agito per far succedere diversi episodi di questa storia.

Osservazioni puntuali e ficcanti, come si vede, per nulla tinte di quel delirio cosmico che permea le teorie complottiste. Se ci fosse ancora in giro un giornalista coscienzioso, starebbe indagando su chi ha venduto ad Afineevsky il minuto tagliato dall’intervista della Alazraki. E quando e a quanto e come e perché. Si potrebbe anche aggiungere che desta stupore l’entusiasmo dei media internazionali, che mentre muovono roboanti crociate contro le fake news se ne dimostrano ignavi propalatori allorché spacciano per breaking news dichiarazioni (di 18 mesi fa!) artificiosamente distorte in post-produzione.

È notevole anche che il consueto attacco politico ai nemici dei “buoni” (cioè di chi sembra autorizzato a produrre impunemente fake news, e anzi a ricevere premi per questo) sia stato scalzato nei servizi dei Tg dagli ammiccamenti a cittadini che hanno compiuto all’estero quelli che per la legge italiana sono reati.

2In Canada “si diventa genitori”

Tra due settimane ci saranno infatti delle presidenziali USA decisive per gli equilibri globali (si pensi solo alla crescita della Cina, che neanche il Covid ha mandato in recessione…), il documentario Francesco sembra presentare diversi passaggi smaccatamente anti-trumpiani e dunque facilmente utilizzabili all’uopo, ma i media italiani hanno ritenuto che fosse più “notiziabile” la vicenda dei “due papà” che hanno “adottato” tre figli.

Già ieri sera leggevamo sul sito del Corsera Gian Guido Vecchi enfatizzare:

Nel documentario, Bergoglio fa riferimento a Andrea Rubera, un uomo che insieme con il partner ha adottato tre bambini e che, una mattina, consegnò al Papa una lettera nella quale spiegava di voler crescere i figli nella fede cattolica, temendo però per come sarebbero potuti essere accolti nella locale parrocchia. Il Papa — dice Rubera nel film — gli aveva poi telefonato, dicendogli di essersi commosso, e spingendolo a introdurre i figli nella vita della parrocchia, preparandosi però a trovare resistenze. Rubera, nel film, dice di aver effettivamente fatto frequentare ai figli la parrocchia, e di essere felice della scelta compiuta.




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Non si spiega come una coppia omosessuale avrebbe adottato addirittura tre figli in un Paese che per legge esclude questa possibilità, eppure il principale quotidiano nazionale non batte ciglio e scrive che i due avrebbero «adottato tre bambini». Sarebbe interessante capire come la cosa sia stata raccontata al papa, e almeno questo mistero è possibile scioglierlo; in un fermo immagine della rapida carrellata sulla lettera, che il regista ha incluso nel servizio con i due, si legge abbastanza distintamente:

Ora siamo una famiglia, ci siamo sposati civilmente in Canada e là siamo divenuti genitori di tre bambini adorati.

Ripresa della lettera a papa Francesco

Apprendiamo così che in Canada “si diventa genitori”! Sarebbe una notizia bellissima con cui fare le aperture dei quotidiani davvero in tutto il mondo: «Coppie infertili, andate in Canada e concepirete!». Non soltanto in caso di sterilità fisiologica, ma perfino in mancanza della necessaria complementarietà sessuale – ove la coppia non disponga di un utero o di una prostata – in Canada “si diventa genitori”!

La triste verità è che i due ricchi italiani si sono deliberatamente recati in Canada per perpetrare ciò che nella loro patria è un reato perseguibile con multe fino a un milione di euro e con la reclusione fino a 2 anni: hanno infatti pagato un’agenzia che li mettesse in contatto con donne che, in cambio di un “simbolico rimborso” di svariate decine di migliaia di dollari canadesi, accettasse di fare inseminare un ovulo (non necessariamente suo) e di gestarne l’embrione derivato fino alla nascita.




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La vicenda non è un segreto per nessuno che abbia una memoria non cortissima, visto che fu immortalata anche da una puntata di Fuori Onda su La7, nella quale – incalzato dalla doverosa domanda di Costanza Miriano “dov’è la madre di quei bambini?” – uno dei due acquirenti di esseri umani rispose con l’ineffabile sentenza: «La “madre” è un concetto antropologico».

I due eventi sono anzi meno slegati di quanto potrebbe sembrare, visto che la data sulla lettera al papa è del 22 aprile 2015 e la trasmissione andò in diretta il 31 gennaio 2016: la militanza dei due, in tutti gli ambienti in cui viene esercitata, non è cosa improvvisata recentemente, e questo spiega l’esistenza dei contatti giornalistici che producono le ospitate e le “notizie”.




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3Una nota pastorale

Nella lettera si vantano rapporti con la comunità romana dei gesuiti di San Saba e con mons. Zuppi, che all’epoca dei fatti era vescovo di settore e incontrò i due. Lungi dal ricadere a disdoro di quei segmenti ecclesiali, la lettera testimonia anzi il contrario di ciò che le sue parole affermano, perché la verità è che la Chiesa Cattolica non ha mai rigettato nessuno dei suoi figli, quali che siano le condizioni in cui versa mentre bussa alle sue porte.

Alla dichiarazione secondo la quale i due vorrebbero “un’educazione cattolica” per i bambini che hanno comprato in Canada, tuttavia, viene da chiedersi che cosa intendano per “educazione cattolica”, e in che senso la vogliano. Molto banalmente, capiterà a quei bambini che in parrocchia si parli di famiglia, di madri e di padri (foss’anche solo per il presepe e per le feste del papà e della mamma – ma evidentemente ci sono ben altre ricorrenze che lo rendono inevitabile): e come si potrà impedire a quelle creature di chiedere agli uomini che chiamano padri “dov’è la mia mamma?”. Come si spiega a un bambino che “la mamma è un concetto antropologico”? Non si può, evidentemente, perché è una menzogna. Ma come si dice la verità? «Tua madre l’abbiamo pagata perché tu non abbia mai a che fare con lei»? «Tua madre abbiamo voluto che esistesse il meno possibile perché in realtà l’ovulo da cui sei nato non è della donna che ti ha portato»? O semplicemente bisogna insegnare al bambino che questa domanda – che può porre una giornalista in tv come un amichetto in classe – lui non se la deve porre? Sarebbe questa, l’“educazione cattolica”? Si direbbe il paradossale rovescio del famigerato “caso Mortara”, salvo che lì bisogna disapprovare – dice il riflesso pavloviano del mainstream –, qui applaudire…




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Non è questione di “dottrina teologica”, come si vede, ma di semplici esperienze quotidiane della vita infantile. All’orfano si potrà dire un giorno: «I tuoi genitori sono morti». All’esposto si dovrà dire: «I tuoi genitori non hanno potuto/voluto tenerti». L’illegittimo potrà venire a sapere: «Tuo padre in realtà è il lattaio/un soldato/un dottore…». Tutti questi casi, relativamente disparati e notoriamente dolorosissimi, hanno però in comune una cosa: gli interlocutori dei piccoli potranno sempre dire “ma noi ti abbiamo amato come se fossi nostro figlio”, “ma noi abbiamo cercato con tutte le forze di surrogare ciò che tu avevi perduto e a cui avevi diritto”. In questo e in altri casi, invece, gli adulti dovranno dire:

Siamo stati noi a disporre che tua madre non esistesse e che tu stessi con noi, perché abbiamo ritenuto che la tua esistenza fosse un nostro diritto e col nostro denaro abbiamo disposto che così fosse.

Cos’ha questo a che vedere con l’“educazione cattolica”? Questi sarebbero i famosi “ponti”? Questo l’“opzione preferenziale per i poveri” e “tutelare i piccoli”?


NIEWOLNICTWO W AFRYCE

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4Sul discernimento apostolico

La questione dell’educazione cattolica non significa soltanto “come puoi pretendere che vivendo in parrocchia questi bambini non avvertano un profondo conflitto con quello che vivono a casa?”, ma anche e soprattutto “come vi disponete voi alla sequela di Gesù senza neanche rinnegare l’ingiustizia che avete perpetrato ai danni di questi piccoli?”. Luca ha tramandato negli Atti, al capitolo 5, una storia tremenda che racconta di un’altra coppia (eterosessuale, questa) che s’era messa d’accordo per andare da Pietro a raccontare mezze verità e mezze bugie sulla loro storia e sulle loro intenzioni… al fine di entrare a far parte della comunità tutelando però il proprio tornaconto. La sorte di Anania e Saffira non dovrebbe scivolare di mente, in certi contesti in cui si prende forse troppo alla leggera il peso che le proprie scelte comportano.




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Visto che queste considerazioni cadono nel giorno in cui la Chiesa Cattolica celebra la memoria di san Giovanni Paolo II, papa della Veritatis splendor e della Evangelium vitæ, certo, ma anche iniziatore del fortunato e discusso genere delle “interviste ai papi”; e considerando la beffa di Afineevsky, che ha ritagliato le frasi del papa proprio da un passaggio in cui lui si lamentava delle manipolazioni di cui già era stato vittima, sia lecito concludere con una considerazione. Gesù – che deve essere ed è il modello, il motore e il metro di ogni attività apostolica – parlava, parlò e parla con tutti: buoni e cattivi, tiepidi e ferventi, coraggiosi e vili, ipocriti e limpidi. Egli sa (e ci ha insegnato) che nel cuore di ogni uomo ci sono tutti i tipi di terra – quella buona, quella sassosa, quella spinosa, quella asfaltata – e ci ha insegnato a non presumere e a non disperare di nessuno, perché «la carne non giova a nulla, è lo Spirito che dà vita». Egli ha però sempre vagliato il tenore delle domande che gli venivano poste saggiando l’intenzione di chi glie le poneva. Così le prime parole di una risposta anche articolata potevano essere “Ipocriti, perché mi tentate?…”, “Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti…”: e poi seguivano le parole. O il silenzio. Cristo tacque davanti a Erode, e certo non per evitare la croce bensì perché nelle mondane richieste del re, il quale sperava di vedere uno spettacolo di magia, egli percepì un terreno totalmente refrattario all’accoglienza della Parola.




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Cristo amò la compagnia dei pubblicani e delle prostitute, sì, ma perché si disponevano a lasciarsi rinnovare, non per simpatia (cioè complicità) coi loro peccati; e biasimò duramente l’attitudine dei farisei, certo, ma perché alle loro ortodossia e ortoprassi mancava il fondamento della carità, non per prendere le distanze dalle loro credenze. Ora accade sempre, nella storia della Chiesa, che qualcuno tenda ad «assolvere i peccati», invece che i peccatori, e che banalizzi la misericordia di Dio come trascuratezza verso la giustizia (e connivenza coi soprusi perpetrati sui piccoli). Costoro assommano in uno i peccati di pubblicani e prostitute e l’ipocrisia arrogante di scribi e farisei.

Bisognerebbe tenerne conto.

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